A Piazza Barberini, nel centro di Roma, una manifestazione contro l’operazione americana in Venezuela è diventata in poche ore molto più di un appuntamento di piazza.

È diventata un punto di rottura nel modo in cui una parte del Paese legge la politica internazionale, l’Europa e la postura del governo italiano.

A dare voce a questa rottura è stato Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, con un intervento che ha scelto parole pesanti e immagini nette, proprio per non lasciare vie di fuga interpretative.

Il tono è stato quello dell’allarme, non della sfumatura, e non è un dettaglio secondario, perché la forza di ciò che ha detto sta anche nel modo in cui lo ha detto.

Sui social, però, il dibattito si è subito spostato su un’etichetta comoda e incendiaria, quella del “Landini per Maduro”, come se la questione fosse una tifoseria personale.

Ma nelle dichiarazioni riportate, il punto non è la difesa di un leader venezuelano, bensì la difesa di una regola e la denuncia di un clima globale che, secondo Landini, sta rendendo la guerra una normalità.

È qui che nasce la frizione più forte, perché Landini prova a spostare l’attenzione dall’episodio singolo a un cambiamento di paradigma.

Non parla soltanto di un fatto, parla di ciò che quel fatto autorizzerebbe a fare domani, altrove, con altri pretesti e altre bandiere.

Lãnh đạo Maurizio Landini của Maduro mất bình tĩnh trên đường phố: "Chính phủ đang phục tùng Trump." | Libero Quotidiano.it

La sua frase più ambiziosa, e più divisiva, è anche quella che sintetizza l’intera impostazione del discorso, perché sostiene che non siamo davanti a una semplice violazione del diritto internazionale, ma a un tentativo di cancellare la parola “pace”.

Quando usa l’espressione “nuovo ordine mondiale”, Landini non sta facendo accademia, sta tentando di imporre una cornice morale immediata, in cui il mondo non è più regolato dalle norme ma dai rapporti di forza.

È un linguaggio da piazza, e infatti la piazza lo capisce in un istante, perché “rapporti di forza” è la traduzione politica di un concetto quotidiano, quello di chi vince perché può, non perché ha ragione.

Landini parla da sindacalista e lo rivendica, e anche questo pesa, perché lega la guerra non soltanto alla geopolitica, ma alle condizioni materiali di vita.

Nel suo schema, i conflitti non restano lontani, ma entrano nelle fabbriche, nei contratti, nel costo della vita e nelle paure sociali.

Per questo insiste sul coraggio di non stare zitti e di non stare fermi, trasformando la protesta in una forma di responsabilità democratica.

Il cuore della sua tesi è che la democrazia non si difende con frasi di circostanza, ma “praticandola”, cioè usando lo spazio pubblico, il dissenso, la partecipazione e la pressione civile.

In questa impostazione c’è anche un attacco implicito all’idea che la politica estera sia roba per addetti ai lavori, perché per Landini la politica estera è già politica sociale.

Poi arriva il passaggio che accende davvero la miccia, perché Landini decide di allargare la scena oltre il Venezuela e costruisce una catena di esempi.

Cita Putin e l’Ucraina, cita Netanyahu e la Palestina, cita una quantità di guerre che, a suo dire, non si erano mai viste “con queste caratteristiche”.

Il senso non è mettere tutto nello stesso calderone per gusto della provocazione, ma dire che si sta diffondendo l’idea di un mondo in cui ognuno pensa di poter agire ignorando regole e vincoli.

È un’accusa che usa volutamente un linguaggio ruvido, quasi brutale, proprio per rendere l’immagine di una politica internazionale che si muove come se il diritto fosse un orpello e non una garanzia.

Il punto più delicato, però, non è soltanto la denuncia, ma la richiesta di coerenza, perché Landini mette sul tavolo una domanda che suona come un processo pubblico.

Ricorda che quando la Russia ha invaso l’Ucraina, la condanna è stata ampia e trasversale, perché l’azione violava il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato.

E subito dopo chiede che qualcuno gli spieghi “cosa c’è di diverso”, riferendosi a un intervento di uno Stato contro un altro, con il sottotesto che la regola dovrebbe valere sempre, non solo quando conviene.

In quel momento Landini non sta facendo solo una critica alla singola operazione, sta criticando la geometria variabile con cui l’Occidente applicherebbe i propri principi.

Il bersaglio, quindi, non è soltanto Washington, ma l’idea che esistano violazioni che scandalizzano e violazioni che si tollerano, a seconda di chi le compie.

Secondo Landini, questa selettività non è un difetto tecnico, ma una bomba politica, perché svuota la norma internazionale e la trasforma in strumento di parte.

Se la regola non è universale, allora perde il carattere di regola e diventa un’arma, e quando le regole diventano armi, il mondo si avvicina al conflitto permanente.

Landini insiste su un punto che, nel suo discorso, è più inquietante dell’atto in sé, cioè il precedente culturale.

Non è solo “è successo”, ma “si sta dicendo che si può fare”, e quando si dice che si può fare, altri si sentiranno autorizzati a fare.

Per rendere il rischio concreto, evoca scenari futuri e usa nomi che funzionano come segnali d’allarme, parlando di Groenlandia e Iran come possibili prossimi obiettivi di una logica di forza.

Che si condivida o meno questa previsione, il meccanismo retorico è chiaro, perché serve a far capire che la questione non riguarda un solo Paese, ma la stabilità dell’intero sistema di regole.

In questo quadro, l’Europa diventa il grande imputato per omissione, perché Landini definisce “inaccettabile” che l’Unione resti zitta, non parli e non si renda conto di quello che sta succedendo.

È una critica dura, perché non contesta una scelta specifica, contesta una postura, cioè l’assenza di voce come assenza di politica.

E quando un attore politico tace mentre altri agiscono, quel silenzio viene letto come debolezza, paura o complicità, anche quando magari nasce da divisioni interne o da calcoli diplomatici.

Landini non concede alibi, perché nella sua logica la prudenza, se diventa abitudine, finisce per essere resa.

La parte più esplosiva, però, arriva quando il discorso si sposta dall’Europa all’Italia, e quindi dalla scena internazionale alla responsabilità nazionale.

Landini parla di un governo “supino a Trump”, scegliendo un termine che non descrive un rapporto tra alleati, ma una relazione di subordinazione.

È una parola che pesa perché colpisce direttamente l’identità politica di chi, negli anni, ha costruito consenso anche con la promessa di autonomia e di sovranità.

Dire “supino” significa dire che quella promessa, davanti agli equilibri globali, si piega, e che la postura reale sarebbe più debole di quella raccontata.

Landini, in questo senso, non attacca solo una scelta, ma un’immagine, e nella politica contemporanea distruggere un’immagine spesso conta quanto contestare un provvedimento.

Il suo argomento torna ancora una volta alla coerenza, perché sostiene che se una violazione è inaccettabile in un caso, deve esserlo anche negli altri.

E se non lo è, allora stiamo dicendo che esistono popoli e Stati con meno diritto alla sovranità, e questa sarebbe la negazione stessa dell’idea di ordine internazionale.

A quel punto Landini innesta la sua chiave sindacale, che è anche la parte più riconoscibile del suo profilo pubblico.

Sostiene che la guerra è contro i lavoratori, perché alza il livello di sofferenza e scarica sulle persone comuni costi economici e sociali che raramente pagano i decisori.

È un modo per dire che la pace non è un tema per idealisti, ma una condizione materiale per la giustizia sociale, per i diritti e per una libertà che non sia un privilegio.

Nel suo discorso, pace e giustizia sociale non sono due capitoli separati, ma lo stesso capitolo letto da due angolazioni diverse.

Quando afferma che non può governare il mercato, non può governare il profitto, non può governare l’economia, Landini non sta negando la complessità del mondo moderno, ma sta rivendicando un ordine di priorità.

Prima vengono i cittadini, poi vengono gli indicatori, e se gli indicatori diventano sovrani, allora la politica perde la sua funzione democratica.

In controluce, questa è anche una critica alla logica con cui spesso si giustificano scelte di guerra o di riarmo, presentandole come necessità tecniche o inevitabilità economiche.

Landini rifiuta l’idea dell’inevitabile e prova a rimettere al centro l’idea del possibile, ma per farlo sceglie una comunicazione senza anestesia.

È per questo che alcuni lo descrivono come “furioso” e altri come “lucido”, perché quando alzi il volume morale del discorso obblighi tutti a reagire emotivamente, in un senso o nell’altro.

Il rischio di una postura così netta è che chi non condivide le analogie tra scenari diversi si fermi alla forma e scarti la sostanza.

E il rischio dei titoli gridati, come quello che gioca sull’idea di “perde la testa”, è che trasformino una denuncia sulla legalità internazionale in una caricatura da rissa.

Ma la forza del discorso di Landini, almeno per chi lo ascolta con attenzione, sta nel tentativo di costruire una linea unica che unisce diritto internazionale, democrazia e condizioni di vita.

Il punto, per lui, è che se passa il principio secondo cui la forza sostituisce la regola, allora ogni società diventa più fragile, e le prime crepe si aprono sempre dove la protezione sociale è già debole.

In definitiva, la giornata di Piazza Barberini racconta soprattutto questo, cioè che la parola “pace” non è solo un auspicio, ma una posta in gioco politica che divide, mobilita e mette in discussione alleanze e silenzi.

Landini ha scelto di mettersi in quel solco con un linguaggio diretto e conflittuale, e con un’accusa che non lascia indifferenti, perché chiama in causa governo, Europa e modello di mondo.

Che si condividano o meno le sue conclusioni, resta un fatto: il segretario della Cgil sta provando a riportare la politica estera dentro la politica sociale, e a dire che la democrazia si difende anche in piazza, non solo nei palazzi.

E quando un leader sindacale parla di guerra come guerra ai lavoratori, sta dicendo che la stabilità internazionale non è un tema lontano, ma una condizione per vivere con diritti, sicurezza e dignità.

Se la “nuova regola” diventasse davvero la legge del più forte, come teme Landini, allora non sarebbe solo la pace a essere cancellata.

Sarebbe cancellata l’idea stessa che esista un limite al potere, e senza limiti il prezzo lo pagano sempre quelli che hanno meno voce.

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