Le parole arrivano come un colpo secco all’uscita del Parlamento europeo, senza orpelli, e aprono una faglia che corre sotto la superficie rassicurante dei comunicati ufficiali.
Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega, mette in fila dubbi e conseguenze con un tono che smonta la liturgia dell’ottimismo di circostanza e costringe a guardare la sostanza.
La scena è quella di Bruxelles, corridoi pieni di dossier e sorrisi istituzionali, ma l’argomento che prende forma è tutto fuorché cerimoniale, gli asset russi congelati, il loro possibile utilizzo, il cuore pulsante della credibilità finanziaria europea.
Vannacci parte da un presupposto, il clima di “spiragli di pace” che rimbalza nei palazzi non trova riscontro nel campo, e le ipotesi discusse accarezzano modelli che una delle parti rifiuta in partenza.
Tra queste, l’idea di una forza multinazionale europea incaricata di garantire la sicurezza dell’Ucraina, concetto che, per Mosca, sconfina con la presenza della NATO, e dunque entra subito nel perimetro dell’inaccettabile.
Il ragionamento, duro e lineare, è che riproporre soluzioni già respinte non avvicina un cessate il fuoco, lo allontana, perché ripete lo schema del negoziato a specchio, dove si parla per la propria opinione pubblica, non per la risoluzione del conflitto.

La stessa logica, sostiene, vale per la discussione sulla restituzione dei territori conquistati, se una parte li considera fuori trattativa, insistere su quel punto diventa esercizio retorico, non strada verso un accordo.
Fin qui politica estera, ma il nodo che scuote il piano europeo è economico, gli asset finanziari russi congelati e la tentazione di impiegarne rendimenti o capitali per sostenere Kiev, tentazione che cammina su ghiaccio sottile.
Vannacci richiama le perplessità di istituzioni come la Banca Centrale Europea, che hanno segnalato i rischi di toccare il principio cardine dell’affidabilità dei capitali, e quindi la spina dorsale dell’ecosistema finanziario europeo.
Il punto è semplice e devastante al tempo stesso, se un’area che fonda la propria forza su garanzia e tutela decide di appropriarsi di risorse altrui, quale fiducia ispira agli investitori internazionali il giorno dopo.
La risposta, nella sua visione, è nessuna, e il rischio sistemico prende forma immediata, fuga di capitali, diffidenza verso depositi e titoli denominati in euro, perdita di reputazione come “safe asset” europeo.
Il confronto con le piazze storicamente percepite come neutre, come la Svizzera, serve da monito, la solidità non è un talento, è un patto, e quel patto si regge su una promessa che non si può spezzare senza conseguenze.
Se viene meno la garanzia assoluta dei depositi e dei patrimoni custoditi, il danno supera il perimetro della Russia, abbraccia banche, fondi, risparmio europeo, e la cicatrice arriva fino alla vita quotidiana dei cittadini.
Vannacci insiste sul tema del precedente, oggi tocca Mosca, domani cosa impedisce di estendere la logica a Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Turchia, a seconda del vento politico o della necessità del momento.
L’Europa che decide in base al clima politico, avverte, smette di essere luogo sicuro per il capitale, e la Commissione, se piega la regola al caso, apre la porta a una stagione di arbitrarietà che i mercati puniscono senza esitazione.
Qui entra la questione dei doppi standard, l’argomento che giustifica l’uso degli asset perché la Russia ha iniziato una guerra si scontra con un elenco di conflitti recenti dove misure analoghe non sono state neppure considerate.
Il Nagorno-Karabakh, con il ruolo dell’Azerbaijan, le operazioni turche in Siria, la questione di Cipro, esempi che Vannacci evoca per ricordare che il criterio “punire chi aggredisce” non è stato applicato con uniformità.
La coerenza, per i mercati e per la credibilità politica, non è un dettaglio, è la base del calcolo di rischio, e se viene percepita come variabile, tutto il sistema si riempie di premio per l’incertezza, che poi si traduce in costo per i cittadini.
La conseguenza che descrive è quella che in gergo si chiama “costo del capitale” più alto, prestiti più cari, investimenti rimandati, crescita frenata, e un’Europa che paga per aver scambiato la certezza giuridica con la scorciatoia politica.
Vannacci non nega l’obiettivo di sostenere Kiev, ma sposta la discussione sul mezzo, la pace si costruisce con condizioni accettabili per entrambe le parti e con strumenti che non erodano i pilastri del sistema che deve finanziare quella pace.
Nei palazzi, invece, si continua a parlare di soluzioni che il contendente rifiuta in partenza, e di misure finanziarie che l’architettura europea stesso considera pericolose, paradosso che alimenta scetticismo e allarme.
Sul campo, intanto, i combattimenti non si fermano, e l’esercito russo, nella narrazione di Vannacci, avanza, elemento che rafforza la sensazione che le dichiarazioni rassicuranti scontino poco della realtà operativa.
La frattura tra racconto e fatti è ciò che apre l’allarme rosso, perché quando la politica comunica una pace vicina e la tecnica prepara un rischio sistemico, il cittadino si trova tra due verità non conciliate.
Bruxelles, nel racconto, resta in silenzio, o meglio risponde con formule che non scendono nel dettaglio, mentre la sostanza chiede numeri, passaggi giuridici, scenari di impatto e piani di contenimento in caso di instabilità.
Il silenzio istituzionale, osserva, non è neutro, in finanza equivale a incertezza, e l’incertezza si monetizza subito, con spread, con volatilità, con prudenza degli investitori che preferiscono aspettare e vedere.
Il tema dei rendimenti maturati sugli asset congelati, spesso evocato come soluzione compromissoria, non sfugge alla critica, perché il principio violato è lo stesso, e il precedente si crea anche con un uso “parziale”.
La distinzione tra capitale e frutti, in termini di percezione, è sottile, e la percezione è ciò che guida i flussi, più di quanto facciano le note legali che cercano di rassicurare retrospettivamente.
Dentro questa cornice, Vannacci rimette al centro la responsabilità verso i cittadini europei, perché il primo effetto di un errore di credibilità non si vede ai piani alti, si vede nello sportello bancario e nel mutuo più caro.
La costruzione di un’Europa che regge alle crisi è stata lenta e faticosa, fatta di regole comuni e di garanzie che risparmio e impresa hanno imparato a conoscere, e spezzare un anello per una necessità contingente è un rischio che può propagarsi.
La politica, se vuole restare maestra, deve trovare strumenti che non bucano la barca, sostenere Kiev con meccanismi multilaterali, con contributi di bilancio trasparenti, con emissioni comuni, con assicurazioni sui rischi che non intaccano la tutela dei capitali.
Vannacci, nel suo scetticismo, chiede che si guardi ai fatti senza filtro, che si riconosca la posizione dell’avversario quando si disegna un corridoio di pace, e che si proteggano i pilastri economici che tengono in piedi l’Unione.
La differenza tra prudenza e resa, in questa chiave, è sottile ma decisiva, prudenza è non creare precedenti che possano essere usati contro di noi, resa è accettare la realtà senza cercare condizioni di equilibrio.
In assenza di parole chiare da Bruxelles, il dibattito scivola sui piani di informazione, e l’eco delle dichiarazioni viene metabolizzata da platee polarizzate, dove ogni accento diventa etichetta e ogni avvertimento una bandiera.
Il compito del giornalismo serio, qui, è raccontare gli snodi tecnici e i vincoli legali, spiegare perché toccare gli asset, anche solo nei frutti, ha conseguenze sulla fiducia, e perché la fiducia è la valuta invisibile che fa funzionare l’euro.
Il richiamo alla coerenza non è difesa di Mosca, è difesa del metodo, perché un’Unione che mostra stabilità giuridica ha più strumenti per sostenere chi è aggredito, senza indebolire se stessa.
Sul fronte pace, la lezione è antica e attuale, accordi si fanno su condizioni che entrambe le parti possono firmare, e il realismo, per quanto spiacevole, è la premessa di ogni cessate il fuoco che tenga.
La politica che preferisce la facilità del messaggio alla difficoltà della condizione prepara delusioni e rischi, e i rischi, quando parlano la lingua dei mercati, non si gestiscono con slogan, si gestiscono con strutture.

La sensazione di Vannacci, al termine, è che l’Europa stia camminando su una linea sottile, tra volontà di mostrare forza e necessità di preservare l’impalcatura su cui poggia il proprio peso economico.
Un passo in più nella direzione sbagliata, ammonisce, e la crepa può allargarsi, perché la fiducia, una volta rotta, non si ricompone con un voto, si ricompone con anni di disciplina.
Bruxelles può ancora cambiare registro, spostare il baricentro su strumenti che non creano precedenti pericolosi, e cercare un terreno di intesa che non sia costruito sull’autoillusione.
Il cittadino europeo ha diritto a sapere cosa si rischia e cosa si protegge, perché la trasparenza è l’unica medicina contro la sfiducia, e la sfiducia, se diventa sistemica, è più costosa di qualunque misura straordinaria.
Il monito finale, asciutto, è che l’Unione deve scegliere tra la scorciatoia che brucia reputazione e la strada lunga della coerenza, e che la seconda, anche se faticosa, è l’unica che non scarica il conto su chi non siede ai tavoli.
La pace resta desiderio e obiettivo, ma si costruisce con architetture robuste, e la robustezza non si improvvisa, si difende ogni giorno, anche quando il vento della guerra spinge a fare eccezioni che domani diventano regole.
Bruxelles, per ora, tace, e nel silenzio si sente rumore di calcoli e di timori, ma sarà la parola, quella chiara e completa, a dire se l’allarme rosso era un eccesso di prudenza o un avvertimento da prendere sul serio prima che sia tardi.
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