C’è un oggetto umile che racconta l’Italia meglio di molti convegni, perché non mente e non fa comunicati, ed è un bullone lasciato a terra in un capannone che un tempo vibrava di lavoro.
Quel pezzo di metallo non è “la prova” di un complotto, ma il simbolo di una domanda che ormai non si può più rimandare: che cosa resta del patto industriale tra imprese, Stato e lavoratori dopo decenni di ristrutturazioni e globalizzazione.
La retorica del “Made in Italy” è rimasta in vetrina, mentre la catena del valore si è spostata altrove, e la distanza tra ciò che raccontiamo e ciò che produciamo si misura in fabbriche svuotate, indotti in affanno e giovani che cambiano Paese.
Il caso Stellantis, più di altri, è diventato il contenitore di questa frustrazione nazionale, perché incrocia tre nervi scoperti italiani: l’automotive come identità, la finanza come potere e la politica come promessa di protezione.
Quando un gruppo nasce da fusioni e integrazioni transnazionali, è normale che insegua efficienze e mercati, ma diventa politicamente esplosivo quando la razionalità aziendale coincide con la sensazione, diffusa, di un arretramento industriale in patria.

La parola “rubati”, ripetuta in queste settimane nelle piazze digitali, funziona perché è emotiva e immediata, ma rischia di confondere un punto essenziale: spesso il declino non passa da un furto, passa da contratti, incentivi, scelte strategiche e rinunce negoziali fatte alla luce del sole.
Se davvero l’Italia ha “perso” centinaia di miliardi lungo la storia dell’automotive, il nodo serio non è immaginare caveau nascosti, ma ricostruire con precisione quante risorse pubbliche siano state mobilitate, con quali condizioni, e che cosa il Paese abbia ottenuto in cambio.
La memoria collettiva, infatti, ricorda aiuti, rottamazioni, ammortizzatori, infrastrutture e politiche industriali che hanno sostenuto filiere intere, e ricorda anche quanto sia stato difficile pretendere vincoli stringenti su investimenti e occupazione nel lungo periodo.
In questo vuoto di trasparenza percepita si infila la narrazione più tossica e più seducente, quella per cui i profitti sarebbero sempre privati e le perdite sempre pubbliche, una formula che non è sempre vera in senso tecnico, ma spesso è vera come sentimento sociale.
Quando una multinazionale razionalizza impianti e piattaforme, il bilancio può anche migliorare, ma la comunità locale vede solo turni che saltano, cassa integrazione che si allunga e piccoli fornitori che non reggono i volumi.
È il punto in cui l’economia smette di essere un grafico e torna a essere carne, perché un posto di lavoro perso non è una riga in meno, è un mutuo che diventa paura e una famiglia che rimette in discussione il futuro.
La fusione FCA–PSA è stata raccontata come un matrimonio industriale in grado di reggere la transizione elettrica e digitale, e per molte imprese europee quell’aggregazione era forse inevitabile in un mercato schiacciato da Cina e Stati Uniti.
Il problema, però, è che l’inevitabile non è mai neutro, perché anche quando un’operazione ha senso industriale, la distribuzione del potere decisionale, dei centri di ricerca e dei modelli produttivi determina chi vince e chi perde nel tempo.
Se le decisioni strategiche si allontanano, la politica nazionale perde leve, e quando perde leve tende a compensare con dichiarazioni muscolari, minacce di strumenti speciali e richiami alla “sovranità”, che spesso suonano bene ma incidono poco.
Il Golden Power, citato ogni volta che un dossier industriale brucia, è un’arma reale in casi specifici, ma non è una bacchetta magica capace di ricostruire in pochi mesi ciò che è stato disinvestito in anni.
La verità più scomoda è che una parte della vulnerabilità italiana nasce prima dei governi di oggi, perché deriva da trent’anni di politiche industriali intermittenti, di incentivi non sempre condizionati e di una tendenza a reagire alle crisi più che a prevenirle.
Dentro questa storia c’è anche il rapporto ambiguo tra industria e finanza, perché l’Italia ha spesso confuso la difesa del “campione nazionale” con la difesa di equilibri proprietari, accettando che la governance contasse più del prodotto.
Quando la finanza diventa la lingua principale con cui si parla di fabbriche, le parole cambiano, perché il lavoratore diventa “costo”, lo stabilimento diventa “asset”, e un territorio diventa “esposizione” da ridurre.
È un linguaggio legittimo per un consiglio di amministrazione, ma devastante se diventa l’unico linguaggio della politica, che invece dovrebbe tradurre i numeri in interessi collettivi e vincoli sociali.
Il rischio, oggi, non è soltanto la chiusura di uno stabilimento, ma la perdita di competenze lungo l’intera filiera, perché l’automotive non è un’isola, è un sistema di meccanica, software, logistica, chimica, formazione e ricerca.
Quando un impianto rallenta, rallentano i laboratori, le scuole tecniche, i fornitori di componenti, e la capacità del Paese di attrarre nuove produzioni, perché nessuno investe dove l’ecosistema appare in ritirata.
La transizione ecologica, inoltre, è diventata per molti la parola che copre tutto, e questo è un problema politico enorme, perché se la transizione viene percepita come un funerale industriale, allora qualunque politica climatica perde legittimità.
La transizione può essere un’opportunità solo se si vede dove nasceranno le nuove fabbriche, dove si formeranno i tecnici, dove si produrranno batterie, elettronica di potenza, piattaforme software e componenti, e non soltanto dove si spegneranno i motori tradizionali.
Nel frattempo, l’Italia vive un altro paradosso, perché parla di reindustrializzazione mentre resta dipendente da catene globali su tecnologie decisive, e ogni dipendenza diventa un ricatto silenzioso quando il mercato si tende.
È qui che la retorica contro i “poteri europei” diventa facile ma incompleta, perché l’Europa è allo stesso tempo il vincolo e l’unica scala possibile per competere su investimenti, ricerca e standard tecnologici.
Il problema vero non è l’Europa in sé, ma la capacità dell’Italia di stare in Europa con una strategia industriale coerente, invece che con una somma di emergenze e di tavoli convocati quando la crisi è già in prima pagina.
In questa cornice, anche la critica alla sinistra e al Partito Democratico, spesso descritti come élite lontane dal lavoro operaio, trova terreno fertile, perché la frattura tra diritti sociali e linguaggi identitari è stata percepita come un abbandono.
Ma sarebbe un errore speculare pensare che basti cambiare lessico o alzare i toni contro i manager per far tornare la produzione, perché la ricostruzione industriale richiede piani, capitali, tempi e una macchina pubblica capace di eseguire.
La destra di governo, a sua volta, ha un vantaggio narrativo quando denuncia il declino ereditato, ma ha anche un obbligo più duro: trasformare la denuncia in leve concrete, senza ridurre tutto a patriottismo economico che si ferma ai comunicati.
Il punto più sensibile resta l’uso del denaro pubblico, perché ogni incentivo senza condizioni chiare alimenta la convinzione che lo Stato paghi per perdere, e che i contribuenti finanzino transizioni che non li includono.
Se un Paese decide di sostenere un settore strategico, può farlo, ma deve pretendere contropartite misurabili, verificabili e soprattutto esigibili, perché il mercato rispetta solo i contratti, non le buone intenzioni.
Quando mancano clausole efficaci, quando i controlli sono deboli o quando la politica accetta compromessi al ribasso per paura di uno scontro, il risultato è che l’impresa massimizza la flessibilità e il territorio assorbe il rischio.
Il dramma italiano è che questa dinamica si ripete in più dossier, dall’acciaio alla chimica, dalla componentistica alla logistica, e ogni volta la discussione pubblica si riduce a colpevoli e innocenti invece che a regole e conseguenze.

L’ex Ilva, per esempio, mostra quanto sia impossibile separare industria, ambiente e salute, e quanto sia costoso decidere tardi, perché quando i problemi maturano, qualunque scelta sembra ingiusta e qualunque soluzione sembra un cerotto su una ferita enorme.
Il cittadino vede manager che trattano, governi che negoziano, e intanto respira incertezza, e l’incertezza prolungata è il vero veleno, perché distrugge fiducia e quindi distrugge investimenti, consumo e coesione sociale.
Dentro questa sfiducia cresce anche l’idea che alcuni media siano parte della partita, e che le grandi famiglie industriali possano orientare la narrazione, un tema delicatissimo che non va banalizzato ma nemmeno ignorato.
Un ecosistema informativo credibile dovrebbe distinguere tra critica legittima, inchiesta documentata e propaganda, perché altrimenti ogni notizia diventa “attacco” e ogni dato diventa “ricatto”, e la democrazia economica muore di rumore.
Se davvero l’Italia vuole evitare di diventare un Paese di sola accoglienza turistica e servizi poveri, deve smettere di pensare alle fabbriche come a un pezzo di nostalgia e tornare a considerarle una questione di sicurezza nazionale, nel senso moderno del termine.
Sicurezza nazionale, oggi, significa capacità produttiva su tecnologie chiave, significa energia gestibile, significa competenze diffuse, significa scuole tecniche rispettate, significa ricerca industriale collegata alle imprese e non confinata nei convegni.
Significa anche contrattazione sociale adulta, perché senza un patto tra salari dignitosi e produttività, la promessa industriale si riduce a concorrenza al ribasso, e la concorrenza al ribasso non la vinci mai contro chi paga meno di te.
Il bullone arrugginito, allora, non è solo la metafora di un passato perduto, ma l’avviso che il tempo delle diagnosi è finito, perché ogni anno senza strategia rende più costoso tornare a produrre e più facile accettare l’idea che “non si può fare”.
La domanda non è se l’Italia debba essere nostalgica o moderna, perché questa è una falsa alternativa da talk show, ma se debba essere protagonista della transizione industriale o semplice mercato di sbocco per produzioni altrui.
Chiamare tutto questo “220 miliardi rubati” può accendere l’indignazione, ma non basta a ricostruire il futuro, perché il futuro richiede contabilità pubblica trasparente, contratti vincolanti, investimenti mirati e una politica che sappia dire sì solo quando ottiene garanzie.
Se la vicenda Fiat–Stellantis ha un insegnamento definitivo, è che l’industria non si difende con la nostalgia né con l’insulto, ma con regole che rendono conveniente investire qui e costoso disinvestire senza conseguenze.
E quando quelle regole mancano, il declino non è un destino scritto dagli dèi della finanza, ma una scelta collettiva fatta a piccoli passi, ognuno apparentemente razionale, fino al giorno in cui resta solo un bullone a ricordare cosa eravamo capaci di costruire.
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