C’è un suono che in politica torna ciclicamente, ed è più sottile di uno slogan e più corrosivo di un insulto.
È il fruscio del “pezzo di carta”, il diploma, la laurea, il titolo usato non per capire, ma per separare.
Quando quel fruscio entra nel dibattito pubblico, non certifica competenze, certifica appartenenza.
E quando l’appartenenza diventa criterio di legittimità, la democrazia smette di essere confronto e diventa selezione sociale.
Negli ultimi giorni, attorno a Giorgia Meloni, questo meccanismo è tornato a mostrarsi senza troppi filtri, con un linguaggio che mescola superiorità morale e disprezzo culturale.
Non è un fenomeno nuovo, ma oggi è più visibile perché vive in diretta, tra post, talk show e clip che bruciano in poche ore.
Il caso che ha acceso la miccia nasce, ancora una volta, dal mondo digitale.
Una giovane donna racconta di essere bersaglio di odio e razzismo online, e fin qui la storia dovrebbe imporre una cosa semplice: solidarietà netta e condanna altrettanto netta.
Il problema esplode quando la solidarietà si trasforma in un trampolino per colpire qualcun altro, e quel qualcun altro diventa il bersaglio fisso del sistema mediatico-politico del momento.
È qui che la difesa di una vittima rischia di essere piegata a una guerra di status.

Il passaggio decisivo, nella percezione di chi osserva indignato, è quando l’insulto non è più rivolto agli odiatori, ma viene agganciato ai “titoli di studio” e quindi, per associazione, a milioni di cittadini.
In quel momento la condanna del razzismo digitale scivola in una condanna di classe mascherata da ironia.
Non si sta più dicendo “non offendete questa persona”, si sta suggerendo “voi valete meno perché non appartenete a un certo recinto culturale”.
L’effetto è devastante, perché sposta il conflitto dalla politica alle persone, e dalle idee alla dignità.
Giorgia Meloni, in questo schema, diventa il simbolo perfetto perché è politicamente polarizzante e socialmente “leggibile” come anomalia.
Per una parte del Paese è la leader che rappresenta sicurezza, identità e decisione.
Per un’altra parte è la figura su cui proiettare il male assoluto, fino a perdere il senso della misura.
Ma il vero bersaglio, spesso, non è neppure la presidente del Consiglio.
Il vero bersaglio è chi la vota, cioè la maggioranza sociale che non vive dentro i codici linguistici di certi salotti mediatici.
Quando si colpisce Meloni sul “pedigree” più che sulle scelte, si manda un messaggio implicito a chi l’ha scelta: “hai sbagliato posto nella gerarchia”.
Questa è la radice del rancore che poi esplode nei bar, nelle famiglie, nelle chat di condominio e nei commenti sotto i video.
Perché nessuno accetta di essere trattato come un errore statistico da rieducare.
E quando la politica fa sentire le persone umiliate, le persone rispondono con la sola arma che resta loro in un sistema mediatico saturo: il voto di rabbia.
Il punto più delicato è l’uso del titolo di studio come clava, perché è un’arma perfetta.
È un’arma perfetta perché non è un insulto “sporco”, è un insulto “pulito”, socialmente presentabile, perfino applaudito da chi si considera civile.
Dire “ignorante” oggi è più accettabile che dire “povero”, ma spesso significa la stessa cosa detta con un profumo migliore.
E quando il bersaglio è un intero pezzo di Paese, il danno è doppio: si avvelena il linguaggio e si chiude ogni possibilità di persuasione.
La conseguenza è che il dibattito politico non prova più a convincere l’avversario, prova a umiliarlo.
L’umiliazione, però, non converte nessuno.
L’umiliazione produce solo due risultati: silenzio e radicalizzazione.
Il silenzio è quello di chi non ha strumenti e smette di parlare.

La radicalizzazione è quella di chi decide che, se lo disprezzi, allora ti distrugge.
In televisione questa dinamica diventa ancora più brutale, perché la TV premia il colpo secco, non il ragionamento.
Quando una rappresentante politica dice “mi fa schifo” riferendosi a un avversario, non sta solo esprimendo dissenso.
Sta comunicando che l’altro non merita di essere discusso, ma ripulito, come una macchia.
E quando un conduttore o una conduttrice prova a riportare il linguaggio dentro argini minimi, spesso è già tardi, perché la frase è già diventata clip.
La clip vive di vita propria e diventa un distintivo tribale.
Chi la condivide non sta cercando un’argomentazione, sta cercando una sensazione di appartenenza.
E l’appartenenza, nel ciclo della politica contemporanea, è più forte dei dati.
Qui entra un altro tema che alimenta la rabbia sociale: la distanza economica tra chi parla e chi ascolta.
La retribuzione dei parlamentari europei, tra indennità previste e rimborsi legati all’attività, è spesso percepita come enorme rispetto ai salari medi italiani.
Su cifre e dettagli esistono regole, voci diverse e differenze tra lordo, netto e rimborsi, ma la percezione pubblica resta una: “loro stanno bene, e in più mi insultano”.
Questa percezione è politicamente esplosiva anche quando nasce da semplificazioni, perché poggia su un dato reale: molti lavoratori italiani vivono una compressione salariale che dura da anni.
Se a questa pressione economica aggiungi un linguaggio che suona come superiorità culturale, ottieni una miscela tossica.
La tossina non è solo l’insulto, è l’ingiustizia percepita dell’insulto.
È l’idea che chi è più protetto e più pagato si senta autorizzato a giudicare chi è più esposto e meno pagato.
In quel momento l’argomento non è più “Meloni ha ragione o torto”, ma “tu chi credi di essere per parlarmi così”.
Ed è un momento in cui la politica perde la testa e resta solo la psicologia collettiva.
Chi definisce tutto questo una “campagna oscura” spesso descrive una sensazione più che un fatto organizzato.
La sensazione è che esista un circuito automatico, quasi industriale, che ogni giorno produce una dose di demonizzazione, perché la demonizzazione genera click, e i click generano potere.
Non serve una cabina di regia segreta per ottenere questo effetto, perché l’ecosistema lo crea da solo.
I social premiano l’indignazione.
I talk show premiano il conflitto.
Le redazioni, sotto pressione di tempi e algoritmi, premiano il personaggio che polarizza.
E così Meloni diventa contemporaneamente un bersaglio ideologico e un prodotto perfetto, perché è sempre “buona” per una puntata, per un tweet, per una rissa.
Dentro questo circuito, la critica legittima al governo viene spesso confusa con la delegittimazione della persona.
La critica legittima riguarda scelte, numeri, risultati, coerenza, promesse mantenute o tradite.
La delegittimazione riguarda origine, accento, titolo di studio, “modo di essere”, e cioè tutto ciò che non si discute perché non si può confutare.
Quando si passa alla delegittimazione, non si sta più facendo opposizione.
Si sta costruendo una barriera simbolica per dire chi è degno e chi no.
Questo è il punto che ferisce più profondamente chi si sente escluso: l’idea che esista un “club” dell’autorizzazione.
Il club non è fatto solo di politici, ma di opinionisti, influencer, accademici e professionisti che condividono lingua e codici.
Chi sta fuori dal club viene spesso trattato come problema educativo, non come cittadino.
Eppure, paradossalmente, la sinistra italiana è nata storicamente come rappresentanza di chi stava fuori dai club.
Quando una parte di quell’area politica scivola nel linguaggio del disprezzo, perde la sua ragione emotiva prima ancora che la sua ragione politica.
Perché puoi anche sbagliare una proposta economica, ma se umili chi dovrebbe ascoltarti hai già perso l’unica chance che ti resta: la fiducia.
La fiducia non nasce dalla perfezione, nasce dal rispetto.
E il rispetto è l’opposto del sarcasmo di casta.
C’è anche un altro paradosso che merita di essere guardato senza ipocrisie.
Difendere una vittima di razzismo è un dovere morale e civile, e farlo pubblicamente può avere un valore educativo enorme.
Ma se quella difesa viene usata per colpire “il popolo ignorante” o “i trogloditi”, allora si produce una contraddizione: combatti una discriminazione praticandone un’altra.
È qui che la cultura smette di essere elevazione e diventa strumento di dominio.
La cultura come dominio non ha niente di progressista, perché riproduce la vecchia logica del “noi migliori di voi”, solo con parole più eleganti.
E quando la politica torna a parlare così, la società risponde come ha sempre risposto nella storia: con una frattura.
Quella frattura oggi non passa più tra fabbriche e palazzi, ma tra schermi e vite reali.

Da una parte c’è chi vive in un mondo dove la reputazione è tutto e la frase giusta vale più dei risultati.
Dall’altra c’è chi vive in un mondo dove contano bollette, turni, affitti, benzina, liste d’attesa, e dove le parole “troglodita” e “schifo” suonano come sputi.
Se davvero esiste una strategia per “cancellare” Meloni, la sua efficacia non dipende dalla forza degli attacchi, ma dalla loro qualità.
Un attacco basato sui fatti può indebolire un governo.
Un attacco basato sul disprezzo rafforza quel governo, perché lo trasforma in scudo identitario.
Ogni volta che l’opposizione scivola nell’insulto classista, consegna alla premier un vantaggio politico gratuito: la possibilità di dire “vedete, vi odiano”.
E quando un leader può dire “vi odiano” con prove linguistiche a sostegno, la metà del lavoro propagandistico è già fatto.
A quel punto “mettere a tacere chiunque non si piega” diventa meno un progetto e più una sensazione collettiva, ma le sensazioni collettive, in politica, diventano realtà elettorale.
Non perché siano sempre vere nei dettagli, ma perché orientano comportamenti, paure e appartenenze.
Il rischio più grande, per l’Italia, non è che ci si critichi duramente, perché la critica dura è necessaria.
Il rischio più grande è che si smetta di riconoscersi reciprocamente come cittadini, e si inizi a trattarsi come categorie inferiori o superiori.
Quando succede, il Paese non discute più su come migliorare sanità, scuola, lavoro e sicurezza.
Il Paese discute su chi è degno di parlare, e questa è la forma più elegante di censura sociale.
Una democrazia adulta non chiede ai leader un curriculum perfetto per concedere loro il diritto di esistere politicamente.
Chiede risultati e responsabilità, e chiede a tutti, governo e opposizione, un linguaggio che non trasformi la differenza in disprezzo.
Il titolo di studio può aprire porte, ma non può diventare il metro con cui si misura la dignità di una persona.
La dignità, se la politica vuole sopravvivere senza distruggere il tessuto sociale, deve tornare a essere il punto di partenza, non il premio di un’élite.
Altrimenti il fruscio del “pezzo di carta” non sarà più quello di un attestato.
Sarà il rumore di un Paese che si strappa in due, mentre qualcuno, dall’alto, crede ancora di poterlo chiamare progresso.
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