GIUDIZIO SHOCK, PORTA CHIUSA, FINE CORSA: ALESSANDRA TODDE TRAVOLTA DA UNA SENTENZA DEVASTANTE, ISOLATA DA TUTTI, MENTRE UNA NUOVA BOMBA GIUDIZIARIA ESPLODE E TRASFORMA IL POTERE IN UNA TRAPPOLA SENZA VIA D’USCITA|KF – NEW NEWS SPAPERUSA

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GIUDIZIO SHOCK, PORTA CHIUSA, FINE CORSA: ALESSANDRA TODDE TRAVOLTA DA UNA SENTENZA DEVASTANTE, ISOLATA DA TUTTI, MENTRE UNA NUOVA BOMBA GIUDIZIARIA ESPLODE E TRASFORMA IL POTERE IN UNA TRAPPOLA SENZA VIA D’USCITA|KF

In Sardegna la sanità è tornata a essere il centro di gravità della politica, e questa volta non per un annuncio o per una promessa, ma per una sentenza che cambia il terreno sotto i piedi della maggioranza.

La decisione della Corte costituzionale, che ha bocciato il cuore della riorganizzazione basata sul commissariamento delle ASL, non è un dettaglio tecnico, ma uno stop che obbliga a riscrivere la trama.

E quando la trama va riscritta mentre le liste d’attesa restano lunghe e il PNRR corre, la politica non può limitarsi a “spiegare”, perché deve “fare” senza più il margine dell’improvvisazione.

Il confronto in Commissione Sanità, convocata su richiesta della minoranza, è diventato inevitabilmente il luogo dello scontro, perché è lì che si misura la distanza tra l’ambizione riformatrice e i vincoli di legittimità.

Alessandra Todde, presidente della Regione e assessora ad interim della Sanità, lo ha detto in modo netto davanti ai cronisti: confronto aspro, toni corretti, ma sostanza dura.

Il fatto che i modi siano stati “corretti” non rende meno pesante il quadro politico, perché la correttezza non cancella l’effetto di un giudizio che, nel linguaggio della politica, suona come una porta chiusa in faccia.

Da ieri, ogni passaggio sulla governance sanitaria regionale viene letto con una lente nuova: non “cosa vogliamo fare”, ma “cosa possiamo fare senza farci bocciare di nuovo”.

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È qui che nasce la sensazione di “fine corsa” evocata da molti commentatori, non perché un governo cada automaticamente dopo una sentenza, ma perché una strategia si incrina e deve scegliere se cambiare direzione o insistere pagando un prezzo più alto.

Il centrodestra ha colto l’occasione per incalzare, come accade sempre quando una riforma viene colpita nel suo perno, perché la bocciatura diventa un’arma politica prima ancora che un problema amministrativo.

E nel racconto dell’opposizione, la Consulta non avrebbe soltanto stoppato un articolo, ma avrebbe smontato l’idea stessa che l’esecutivo regionale potesse “accelerare” imponendo una ristrutturazione dall’alto.

Todde, invece, ha provato a spostare l’asse dalla carta al paziente, dai tecnicismi ai risultati, e in questo c’è un’intuizione politica comprensibile: la gente giudica la sanità dal tempo che passa tra una richiesta e una visita, non dalla forma di un decreto.

Ma l’intuizione, da sola, non basta, perché i tecnicismi in sanità non sono un hobby da giuristi, sono il recinto che impedisce alla macchina pubblica di finire nel caos.

Quando una riforma viene dichiarata incostituzionale, il rischio non è solo perdere una battaglia, ma aprire una stagione di contenziosi, ricorsi, sospensioni e decisioni “a metà”, in cui l’amministrazione procede con il freno a mano tirato.

Ed è proprio questo, più che la polemica di giornata, a trasformare il potere in una trappola: governare un settore enorme con procedure che possono essere impugnate a ogni curva.

Il nodo più sensibile, perché tocca direttamente la gestione quotidiana, è quello delle nomine dei direttori generali.

La sentenza della Consulta arriva infatti in un contesto già complicato dal decreto di nomina dei nuovi DG, che ora si muove in un ambiente politicamente tossico, dove qualsiasi scelta rischia di essere letta come forzatura o come occupazione.

La presidente ha indicato una linea di attesa sulla partita dei tre DG mancanti, legandola alla pronuncia del TAR prevista per il 14 gennaio sul ricorso dell’ex manager Flavio Sensi.

È una scelta prudente, perché in politica sanitaria la prudenza può evitare di impilare atti su atti destinati poi a essere contestati, con il risultato di paralizzare le aziende.

Allo stesso tempo, però, la prudenza ha un costo comunicativo immediato: l’opposizione la trasforma facilmente in indecisione, e l’indecisione, sulla sanità, viene percepita come disinteresse o impotenza.

Todde ha provato a neutralizzare questo rischio parlando di continuità amministrativa, spiegando che non c’è “vacanza” di potere perché le ASL sono rette dai direttori amministrativi o sanitari più anziani fino alla nomina definitiva.

È un argomento che regge sul piano formale, ma che non risolve il punto politico: la sanità non ha bisogno solo di continuità, ha bisogno di guida, e la guida è anche capacità di prendere decisioni che resistano ai tribunali.

Qui entra in scena un secondo tema, meno visibile ma determinante: l’interim.

Mantenere l’interim in un settore delicatissimo può essere presentato come assunzione di responsabilità personale, e Todde rivendica proprio questo, dicendo di essere “appassionata” ai risultati più che alle poltrone.

Ma più il tempo passa, più l’interim rischia di essere percepito come un tappo, perché concentra la pressione su una figura politica che ha anche altri dossier e che diventa bersaglio diretto di ogni disservizio.

Se la sanità migliora, l’interim diventa una prova di leadership.

Se la sanità non migliora, l’interim diventa un moltiplicatore di colpa.

In mezzo, ci sono le scadenze del PNRR, che Todde stessa richiama, e che funzionano come un cronometro senza pietà.

Il PNRR non si convince con un comunicato, si soddisfa con cantieri, strutture territoriali, assunzioni compatibili con i vincoli e obiettivi misurabili.

E se la governance è incerta, se i direttori generali sono contestati o provvisori, se le riforme vengono riscritte dopo una bocciatura, il rischio è di perdere tempo, cioè la risorsa che il PNRR non perdona.

Il confronto in Commissione, quindi, non è stato solo un duello tra maggioranza e opposizione.

È stato il teatro di una domanda semplice e brutale: dopo la sentenza, qual è il piano B.

Perché una riorganizzazione sanitaria può anche essere legittima nelle intenzioni, ma se il perno giuridico salta, serve un’architettura alternativa che tenga insieme legalità, operatività e credibilità.

È qui che la politica sarda rischia davvero l’“isolamento”, non nel senso melodrammatico di una leader abbandonata da tutti, ma nel senso più concreto di un governo che, su un tema, non trova più una narrazione condivisa nemmeno tra alleati.

Todde, interrogata sul rapporto con il Partito Democratico, ha risposto con una frase che vale più di cento retroscena: “Il PD è seduto ai tavoli, governa insieme a noi, non appartiene a Marte”.

È una risposta ironica ma anche rivelatrice, perché segnala che la coabitazione c’è, ma che esiste pure la tentazione di alcuni di comportarsi da ospiti, non da co-responsabili.

Quando la sanità va bene, tutti vogliono metterci il timbro.

Quando la sanità va male o inciampa in una sentenza, molti iniziano a posizionarsi per dire “noi lo avevamo detto” oppure “non era la nostra linea”.

La solidità di una maggioranza, in questo senso, non si misura quando il vento è favorevole, ma quando arriva una bocciatura che costringe a cambiare.

Il rischio politico per Todde è duplice e simultaneo.

Da un lato, deve dimostrare ai cittadini che il suo governo non resta incastrato in una disputa legale mentre i reparti e la medicina territoriale aspettano risposte.

Dall’altro lato, deve dimostrare agli alleati che esiste una rotta credibile e condivisibile, cioè una riforma che possa essere difesa non solo in aula, ma anche davanti ai giudici.

In questo senso, la cosiddetta “bomba giudiziaria” evocata dai toni più accesi del commento politico non è necessariamente un nuovo scandalo in arrivo.

La vera bomba, spesso, è più banale e più devastante: è la sequenza di ricorsi, sentenze, sospensive e controatti che trasformano ogni scelta in un campo minato.

Un sistema sanitario regionale, già provato da carenze strutturali e difficoltà di personale, non regge bene quando la governance diventa litigiosa e la direzione strategica viene continuamente contestata.

È un logoramento lento, e per questo sottovalutato, ma è un logoramento che si traduce in mesi persi, procedure incerte e responsabilità che si rimbalzano.

Todde ha scelto una linea comunicativa chiara: riportare tutto “fuori dal palazzo”, ai cittadini che vogliono ospedali che prendano in carico i malati, liste d’attesa più brevi e una sanità territoriale ripristinata.

È un obiettivo condivisibile e in teoria inattaccabile.

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Ma proprio perché è condivisibile, diventa anche il metro più severo: se prometti di misurarti sui risultati, poi vieni misurata sui risultati, e ogni inciampo istituzionale pesa il doppio.

Per questo la sentenza della Consulta è un passaggio cruciale: non dice soltanto “questa strada no”, ma impone di dimostrare che un’altra strada esiste ed è percorribile subito.

Se la risposta sarà una riscrittura rapida, chiara e costituzionalmente solida, la maggioranza potrà rivendicare di aver imparato e corretto.

Se la risposta sarà un trascinamento, tra attese del TAR, nomine provvisorie e scontri continui, allora la percezione pubblica diventerà quella di una sanità sospesa, e la sospensione, in sanità, fa paura più di qualunque slogan.

Il centrodestra continuerà a spingere su una lettura di fallimento, perché è la sua convenienza politica e perché la sanità è il terreno più fertile per erodere consenso.

La maggioranza, invece, dovrà scegliere se reagire con una chiusura difensiva o con un cambio di passo che includa più ascolto e più condivisione, anche a costo di rinunciare a pezzi della riforma originaria.

Nelle prossime settimane il vero banco di prova non sarà la polemica in Commissione, ma la capacità di mettere in sicurezza gli atti, stabilizzare la governance e far vedere segnali concreti su liste d’attesa e territorio.

Perché i cittadini, come ha detto Todde, non sono appassionati dei pareri legali, ma sono appassionatissimi di una cosa: essere curati in tempo.

E se la politica non riesce a garantire questo, qualsiasi maggioranza, di qualsiasi colore, scopre che il potere non è un premio, ma una trappola costruita con le aspettative di chi non può permettersi di aspettare.

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