A Roma le lettere non sono mai solo lettere, perché quando un leader decide di parlare “alla nazione” passando per il Corriere della Sera, sta scegliendo un campo di battaglia che non perdona.
Non è un post, non è un comizio, non è una diretta social in cui si può correggere una frase e rilanciare il giorno dopo.
È un atto che pretende di fissare la memoria, e proprio per questo scatena l’istinto opposto: la memoria che resiste, controlla, contesta.
La missiva di Giuseppe Conte, così come è stata raccontata e commentata nelle ultime ore, si muove in questo spazio delicatissimo tra spiegazione e riscrittura, tra chiarimento e autoassoluzione.
Il punto non è stabilire se Conte abbia diritto di difendere le proprie scelte da premier, perché quel diritto è ovvio, ed è persino sano.
Il punto è il modo, il tempo e l’obiettivo implicito di un’operazione comunicativa che sembra costruita per rinegoziare il suo passato politico mentre il presente gli scivola tra le dita.
Nel dibattito, una frase è diventata il gancio a cui si appende tutta la strategia: “Non sono il sosia di Conte premier”.

È una formula che suona brillante, quasi spiritosa, ma in realtà è una serratura psicologica, perché prova a separare l’uomo di ieri dall’uomo di oggi senza ammettere davvero una frattura, senza chiamarla conversione, senza pagarne il prezzo.
Conte chiede al lettore un atto di fede: credere che esista continuità di valori dentro una discontinuità di posizionamento, e credere che questa discontinuità sia frutto di maturazione e non di convenienza.
La domanda che rimbalza nei Palazzi, e ancor più nella pancia di un elettorato stanco, è più semplice e più feroce: se eri davvero così, perché non lo eri anche quando firmavi.
Perché è qui che la lettera diventa un problema politico, non per ciò che dice sull’attualità, ma per ciò che implica sul periodo in cui Conte guidava il governo.
Quando un ex presidente del Consiglio costruisce la propria identità attuale sulla critica delle spese militari, sugli impegni internazionali, sulla postura atlantica, inevitabilmente richiama in giudizio i bilanci e le delibere dei suoi stessi anni di governo.
E i bilanci, in politica, sono pietre, perché non discutono, non interpretano, non “spiegano”: registrano.
Il terreno più scivoloso è infatti quello della difesa e degli impegni NATO, perché lì la propaganda trova sempre un pubblico ma la realtà è un mosaico di atti tecnici, programmi pluriennali, continuità amministrative e vincoli alleati.
Conte sostiene, in sintesi, di aver agito con prudenza e di aver cercato di modulare gli impegni, spostando risorse e tempi a vantaggio di priorità interne.
I suoi critici, invece, sostengono che la macchina abbia continuato a correre e che la distanza tra la comunicazione e le scelte effettive sia stata più ampia di quanto oggi venga riconosciuto.
Qui si annida il cuore della disputa: non l’idea di difesa in sé, ma la credibilità di chi oggi parla come oppositore di ciò che ieri ha governato.
Perché la politica estera, a differenza di altri campi, lascia tracce profonde e durevoli, e un leader che prova a riposizionarsi deve spiegare non solo “cosa avrebbe voluto”, ma “cosa ha fatto” e “perché lo ha fatto”.
In questa cornice, la lettera sembra un tentativo di riprendere in mano il telecomando del racconto pubblico prima che siano altri a impugnarlo, a partire dagli avversari e finendo con gli alleati di ieri.
Non è un segreto che Conte, dopo Palazzo Chigi, abbia dovuto reinventarsi, e reinventarsi non è una colpa: è la regola della politica italiana, che divora identità e costringe a nuove maschere.
Il punto, semmai, è che Conte non può limitarsi a cambiare maschera, perché la sua maschera precedente è stata la più potente possibile: quella del capo del governo.
Chi ha occupato quella sedia non può chiedere al Paese di dimenticare, può solo chiedere al Paese di comprendere, e la comprensione si ottiene con coerenza o con confessione, raramente con un gioco di prestigio.
Ed è qui che, per molti osservatori, la lettera appare meno come una difesa e più come una manovra, meno come una spiegazione e più come un test di tenuta sul consenso.
Dentro il Movimento 5 Stelle, Conte deve tenere insieme una galassia che va dal pragmatismo di governo al pacifismo identitario, dal voto meridionale legato al welfare fino a una base attiva che chiede bandiere riconoscibili e nette.
Ogni volta che si parla di armi, NATO, Ucraina, Israele, la coalizione emotiva che regge una parte del M5S rischia di sfilacciarsi, perché le posizioni compatibili con la responsabilità di governo non coincidono sempre con le posizioni che scaldano la piazza.
La lettera, in questo senso, sembra tentare una quadratura: presentare Conte come uomo di Stato ieri, ma anche come voce morale oggi, senza pagare il prezzo di dire apertamente “ieri ho accettato vincoli che oggi contesto”.
È una costruzione elegante, ma pericolosa, perché se l’elettore percepisce l’operazione come un modo per avere entrambe le cose, allora la reputazione si incrina.
L’impressione di “mossa estrema” nasce proprio da questa necessità di stare in equilibrio su una corda sempre più tesa, mentre intorno il quadro politico cambia.

Il Partito Democratico occupa ancora, almeno formalmente, lo spazio dell’opposizione di sistema, ma fatica a monopolizzare le energie del dissenso.
La destra di governo, nel frattempo, beneficia della forza dell’istituzione, perché chi governa può sempre dire che la realtà impone scelte e compromessi.
Conte, invece, sta nel punto più difficile: deve dimostrare radicalità senza apparire irresponsabile, e deve sembrare credibile senza poter usare gli strumenti del governo.
Da qui la tentazione di alzare la posta con frasi assolute, con ipotesi “se fossi io premier”, con scenari in cui l’Italia, da sola, potrebbe cambiare rotta su dossier che normalmente si muovono solo in blocchi e in alleanze.
Queste ipotesi funzionano benissimo come messaggi politici, perché offrono un sollievo psicologico a chi vorrebbe una politica estera “senza costi”.
Ma funzionano malissimo come promesse implicite, perché chiunque abbia anche solo sfiorato i meccanismi di governo sa che alcune scelte non sono interruttori, sono ingranaggi.
È qui che affiora la parola più scomoda: paura.
Non la paura del mondo, ma la paura di essere relegato, di perdere centralità, di diventare un ex tra i tanti, di essere ricordato solo come il volto di una stagione irripetibile.
La politica italiana è piena di leader che hanno provato a riscriversi per non svanire, e quasi sempre lo hanno fatto quando hanno avvertito che la finestra stava chiudendosi.
Una lettera “alta” è spesso il segnale che la campagna permanente si è trasformata in difesa permanente, e che l’autore sente la necessità di parlare prima che parlino gli altri.
Non è necessariamente panico, ma è certamente un sintomo: l’urgenza di definire se stesso in un tempo in cui gli altri lo definiscono.
L’altro elemento che rende la lettera politicamente esplosiva è che mette Conte, ancora una volta, al centro di una trama personale, quasi narrativa, in cui lui è contemporaneamente protagonista e commentatore della propria storia.
Quando un leader si racconta in terza persona, o si costruisce come personaggio, produce magnetismo ma anche sospetto, perché sembra chiedere non un giudizio, ma una narrazione condivisa.
E la narrazione condivisa, in politica, è potere puro, perché chi stabilisce la storia stabilisce anche il perimetro del possibile.
Ecco perché gli avversari reagiscono con durezza: non stanno contestando una lettera, stanno contestando il tentativo di impostare una memoria alternativa degli anni di governo Conte.
C’è poi il capitolo che più divide, quello relativo a Israele e alle sanzioni, perché lì la sensibilità pubblica è incandescente e le parole producono immediatamente appartenenze e condanne.
In questo terreno, un leader può cercare consenso con un linguaggio che intercetta indignazione e sofferenza, ma rischia di trasformare un dossier geopolitico in una clava da campagna elettorale.
Chi critica Conte sostiene che promettere scelte drastiche senza una cornice europea o senza una strategia di alleanze sia più una postura che un piano.
Chi lo difende ribatte che la politica ha il dovere di indicare un limite morale anche quando è scomodo.
Il problema, però, è che Conte porta sulle spalle un passato recente di governo, e per questo ogni dichiarazione “assoluta” viene letta non come aspirazione, ma come contraddizione con la sua stessa esperienza di potere.
E quando una contraddizione non viene affrontata frontalmente, tende a diventare il titolo di domani.

Il passaggio finale, quello che rende la lettera “disperazione” agli occhi dei detrattori, è la sensazione di una scommessa totale: trasformare la fragilità del proprio posizionamento in un atto di forza comunicativa.
Conte tenta di dire: non sono cambiato per convenienza, sono coerente in modo più profondo, e se non mi capite è perché non volete vedere la complessità.
È un messaggio intelligente, ma rischia di fallire se l’elettorato lo decodifica come un semplice “non ero io”, una frase che in politica suona sempre come fuga.
Perché la politica è l’arte delle scelte, e le scelte, anche quando sono vincolate, lasciano un’impronta che non si cancella con un editoriale.
Alla fine, la vera domanda che questa lettera mette in circolo non è nemmeno su NATO, percentuali o bilanci.
La vera domanda è se Conte possa essere, ancora, un leader di governo credibile oppure se stia consolidando la propria identità come tribuno permanente dell’opposizione.
Se sceglie la prima strada, dovrà accettare una lingua più sobria, più compatibile con i vincoli reali, e spiegare il passato senza scorciatoie retoriche.
Se sceglie la seconda, continuerà a usare la lettera come arma simbolica, puntando sulla mobilitazione emotiva e sulla polarizzazione morale.
Ma questa seconda strada ha un costo: più alzi la bandiera, più devi dimostrare di non averla ripiegata quando eri al potere.
E qui sta la lama fredda del presente: la memoria degli italiani è intermittente, sì, ma non è inesistente, e soprattutto lascia tracce negli archivi, nei bilanci e nelle scelte che hanno nomi e date.
Una lettera può spostare l’umore di una giornata e aprire un ciclo mediatico, ma non può annullare la gravità delle firme.
Se Conte ha scritto per riprendersi il centro della scena, ci è riuscito, perché oggi si parla di lui e non d’altro.
Resta da capire se, nel lungo periodo, questa mossa lo rafforzi o lo inchiodi alla domanda più semplice e più crudele che la politica riserva a chi prova a cambiare pelle: dov’eri, quando contava davvero.
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