Ci sono scontri mediatici che sembrano nati per il ciclo rapido dei social, una fiammata, qualche clip, poi l’oblio.
E poi ci sono scontri che toccano il nervo centrale della politica televisiva italiana: chi decide la scaletta, con quali criteri si scelgono gli ospiti, e dove finisce il legittimo lavoro redazionale e inizia la “parte” che qualcuno sarebbe chiamato a recitare.
Il botta e risposta tra Corrado Formigli e Carlo Calenda appartiene a questa seconda categoria, perché non riguarda soltanto due personalità note e due stili incompatibili, ma mette sotto processo, almeno sul piano dell’opinione pubblica, l’affidabilità dei talk show come luogo di informazione e confronto.
A innescare la miccia è stato il racconto attribuito a Calenda, diffuso sui social e rilanciato nel dibattito online, secondo cui sarebbe stato invitato a partecipare a una trasmissione legata a La7 con un focus sulla legge di bilancio, ma con una richiesta preliminare ritenuta inaccettabile.

Il punto più esplosivo, nella versione raccontata dal leader di Azione, sarebbe una domanda che suona come un vincolo: “ci garantite che attacca Meloni sulla manovra?”.
Se una richiesta del genere fosse stata effettivamente posta in quei termini, il tema non sarebbe la linea editoriale, che ogni programma legittimamente possiede, ma la condizionalità dell’accesso allo studio sulla base di una prestazione politica attesa.
Ed è qui che la vicenda smette di essere una polemica tra due ego e diventa un caso di metodo, perché l’idea di “garantire un attacco” evoca un talk show che non cerca posizioni, ma produce ruoli.
Formigli ha replicato con una smentita netta e con parole che hanno alzato ulteriormente la temperatura, definendo quella ricostruzione “falsa e diffamatoria” e attribuendo al senatore la volontà di “mentire” per ottenere pubblicità.
Nella sua versione, il contatto tra autori e ospiti avrebbe seguito una prassi standard dell’industria televisiva: verificare in anticipo la posizione sui temi per comporre un confronto “equilibrato e dialettico”, evitando che due invitati risultino troppo sovrapponibili.
Il dettaglio portato come spiegazione tecnica è che, essendo stato invitato Italo Bocchino come sostenitore della manovra, si sarebbe trattato di capire quale fosse l’opinione di Calenda “in merito” per costruire una contrapposizione vera e non un duetto.
A supporto della propria ricostruzione, Formigli ha aggiunto un elemento di cronologia e un imprevisto organizzativo: la presenza di Calenda nel blocco sulla manovra sarebbe stata confermata, e lo spostamento su un altro tema sarebbe dipeso dal forfait di Monica Maggioni, che avrebbe cancellato la propria partecipazione per ragioni personali.
Rimasto senza interlocutore un ospite internazionale, Jeffrey Sachs, la redazione avrebbe chiesto a Calenda la disponibilità a spostarsi dal segmento economico al segmento sulla politica estera, con focus su Ucraina e scenario internazionale.
Secondo Formigli, Calenda avrebbe accettato “di buon grado”, e pertanto, nella sua prospettiva, la tesi secondo cui lo spostamento sarebbe stata una punizione per un atteggiamento “non abbastanza antimeloniano” non reggerebbe, anzi apparirebbe come una distorsione consapevole.
Il passaggio più duro, però, non è tecnico, è morale e politico, perché Formigli ha legato la vicenda a un’idea di responsabilità pubblica: “mentire per un politico ed ex ministro è una cosa seria”, fino ad arrivare alla minaccia esplicita di un confronto in tribunale, subordinato alla rinuncia all’immunità parlamentare.
Calenda ha risposto senza abbassare i toni, anzi rilanciando, confermando “parola per parola” quanto avrebbe dichiarato e dicendosi disponibile a rinunciare all’immunità, con un “ci vediamo in tribunale” che trasforma lo scambio in una sfida formale.
Nella replica, il leader di Azione non si è limitato a difendere la propria versione, ma ha collocato la vicenda dentro una critica più ampia al sistema informativo, definendo “insopportabile” il “vizio” di invitare i politici a condizione che “recitino una parte”.
E, nello stesso messaggio, ha collegato l’episodio a un’altra accusa, quella di ospitare figure ritenute “propagandisti” e di lasciarle “mentire indisturbate”, chiamando in causa proprio Sachs come esempio.
Il risultato è una collisione totale tra due narrazioni incompatibili, che rende la vicenda perfetta per l’ecosistema dei social, perché non chiede allo spettatore di valutare dati complessi, ma di scegliere quale personaggio trova più credibile.
Ed è proprio questo il problema centrale: l’opinione pubblica è chiamata a formarsi un’idea su dinamiche che, per loro natura, avvengono prima delle telecamere, dentro telefonate, messaggi, scambi di produzione e scelte di scaletta.
Senza documenti pubblici, senza registrazioni, senza prove che possano essere valutate in modo indipendente, l’unico terreno disponibile è quello delle dichiarazioni contrapposte, e in quel terreno vince quasi sempre chi possiede la frase più tagliente.
Formigli ha la frase “mente per farsi pubblicità”, che suona come una sentenza.
Calenda ha la frase “recitino una parte”, che suona come una rivelazione.
Entrambe funzionano, perché attivano due sfiducie già diffuse in Italia: la sfiducia verso i politici percepiti come opportunisti e la sfiducia verso i talk show percepiti come faziosi.
In mezzo, La7 diventa bersaglio e simbolo, perché da anni è associata, da sostenitori e detrattori, a un certo modo di fare approfondimento politico, spesso apprezzato per aggressività e ritmo, spesso criticato per un presunto sbilanciamento.
La verità è che un talk show non è un’aula di tribunale, ma non è nemmeno un bar, e la sua credibilità dipende da una promessa implicita: che la selezione degli ospiti e la conduzione, pur dentro una linea editoriale, non siano una sceneggiatura con parti assegnate.
Qui si innesta la domanda che rende questo caso più grande dei suoi protagonisti: che cosa fanno davvero gli autori quando chiamano un politico prima di una puntata.
Nel mondo televisivo è normale, e spesso inevitabile, chiedere “che cosa dirai” o “che posizione hai” su un tema, perché una trasmissione deve costruire un confronto comprensibile, con tempi e blocchi, e deve evitare che due ospiti dicano la stessa cosa per venti minuti.
Questa è produzione, non manipolazione.
Il confine scatta quando la domanda non riguarda la posizione reale dell’ospite, ma pretende un comportamento performativo, cioè un “attacco” garantito, una postura comunicativa, un copione emotivo.
In quel caso, non si sta componendo un contraddittorio, si sta fabbricando un climax.
Ed è proprio su quel confine che le due versioni si schiantano, perché Formigli descrive un controllo redazionale orientato all’equilibrio, mentre Calenda descrive una condizione orientata alla faziosità.
Se si guarda la vicenda come fenomeno politico, si capisce perché entrambi abbiano incentivi a non arretrare.

Per Formigli, concedere anche una minima ambiguità sarebbe pericoloso, perché metterebbe in discussione il principio di imparzialità metodologica del programma e, più in generale, la reputazione professionale del conduttore.
Per Calenda, arretrare significherebbe ammettere di aver amplificato o interpretato male una dinamica, e quindi consegnarsi all’immagine di chi lancia accuse gravi senza fondamento.
Così la disputa si irrigidisce, e il tribunale diventa non solo uno strumento legale, ma un palco alternativo, perché promette una cosa che i talk show raramente offrono: una verifica formale.
Eppure c’è un paradosso, quasi crudele, che rende lo scontro perfetto per i tempi che viviamo.
Anche se un giudice un giorno chiarisse con precisione chi ha detto il vero e chi il falso, l’effetto sull’opinione pubblica potrebbe essere limitato, perché la fiducia non si costruisce con una sentenza, ma con un’abitudine.
Chi è già convinto che i talk show “pilotino” gli ospiti userà questa storia come conferma, qualunque sia l’esito.
Chi è già convinto che i politici “strumentalizzino” tutto userà questa storia come conferma, qualunque sia l’esito.
Questo è il motivo per cui la vicenda trascina nella bufera “il sistema” più che i singoli, perché mette in scena un meccanismo di cui molti sospettano l’esistenza e che pochi riescono a dimostrare.
Il “retroscena oscuro”, in realtà, non deve essere per forza un complotto.
Può essere, più banalmente, l’effetto di incentivi televisivi che premiano la prevedibilità.
Un conduttore ha bisogno di tensione narrativa.
Un politico ha bisogno di controllo dell’immagine.
Un autore ha bisogno di sapere se in studio ci sarà conflitto o consenso, altrimenti non costruisce la puntata.
Quando questi bisogni si incontrano, il rischio è che l’informazione assuma la forma di un casting, dove l’ospite non è invitato perché porta un’idea, ma perché garantisce una reazione.
Ed è qui che si capisce perché la frase attribuita a Calenda, “ci deve garantire che attaccherà”, colpisca così tanto anche chi non lo sostiene.
Perché non descrive un bias, descrive un patto.
E un patto, nel giornalismo, è veleno, anche quando è solo percepito.
Dall’altra parte, è altrettanto vero che la frase di Formigli, “questa affermazione è falsa e diffamatoria”, tocca un altro nervo sensibile: l’idea che, in una stagione in cui tutti comunicano direttamente, si possa accusare un professionista in modo devastante senza portare alcuna prova pubblica.
In questo senso, lo scontro non è solo tra politica e televisione, ma tra due modelli di autorità.
Da un lato l’autorità del giornalista, che si fonda su metodo, reputazione e procedure redazionali.
Dall’altro l’autorità del politico, che si fonda su mandato elettorale, esposizione pubblica e capacità di imporre agenda anche fuori dai luoghi istituzionali.
Quando questi due modelli entrano in conflitto, il pubblico tende a scegliere non in base ai fatti, ma in base al sentimento preesistente verso i media e verso la politica.
Ed è per questo che La7, in questa storia, non è un semplice “sfondo”, ma un protagonista simbolico.
Per una parte degli spettatori rappresenta l’ultimo spazio di critica serrata al potere.
Per un’altra rappresenta un ecosistema chiuso, con ospiti ricorrenti, codici culturali omogenei e una bussola editoriale prevedibile.
Lo scontro Calenda-Formigli diventa allora una cartina di tornasole: non dimostra automaticamente nulla, ma rivela quanto sia fragile la fiducia nel formato talk come strumento di comprensione della realtà.
C’è un ultimo aspetto che rende questa vicenda particolarmente corrosiva: l’uso del linguaggio morale.
Quando Formigli dice “altrove ci si dimette”, non sta solo contestando una frase, sta attribuendo a Calenda un deficit di decenza istituzionale.
Quando Calenda parla di “fazziosità” e “pessima informazione”, non sta solo criticando una scelta di scaletta, sta accusando un intero modo di fare giornalismo di fare male “alla democrazia”.
Sono parole definitive, e le parole definitive riducono lo spazio della ricomposizione.
Da quel momento, o c’è una smentita totale dell’uno o dell’altro, oppure lo scontro resta come cicatrice, alimentando una percezione permanente di sospetto.
E una percezione permanente di sospetto è l’elemento più pericoloso per l’informazione, perché porta lo spettatore a non distinguere più tra errori, bias, opinioni e manipolazioni.
Tutto diventa “regia”, tutto diventa “propaganda”, tutto diventa “teatro”.
Il paradosso finale è che, in un clima così, chiunque dica “io sono neutrale” suona meno credibile di chi ammette la propria linea, perché il pubblico non chiede purezza, chiede coerenza e trasparenza.
La vicenda tra Calenda e Formigli non è dunque solo un litigio ad alta quota.
È una crepa che lascia intravedere il problema più grande: in Italia i talk show sono diventati, per molti, il luogo dove la politica accade, e proprio per questo il sospetto di “parti recitate” è un’accusa che brucia più di qualsiasi battuta.
Se davvero si arriverà a una causa, la discussione potrebbe spostarsi dal rumore alla verifica.
Se non ci si arriverà, la storia resterà comunque come prova emotiva per chi era già convinto che il sistema sia truccato.
In entrambi i casi, la bufera non riguarda soltanto Calenda e Formigli.
Riguarda un pubblico che, dopo anni di talk e contro-talk, non sa più se sta guardando un confronto o un copione, e comincia a trattare la politica televisiva come si tratta un reality: scegliendo un personaggio, non un argomento.
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