Roberto Vannacci è entrato nella Lega come un innesto potente, e ogni innesto potente, in politica, porta due cose insieme: ossigeno e competizione.
Per Matteo Salvini, che negli ultimi anni ha dovuto gestire un partito meno “dominante” di un tempo e più nervoso sul consenso, l’operazione Vannacci è stata al tempo stesso una scialuppa elettorale e un rischio strategico.
Perché chi porta voti non porta solo numeri, porta anche un’ombra lunga, e quell’ombra inizia inevitabilmente a misurarsi con la leadership.
Il punto non è soltanto la personalità del generale, che divide e polarizza, ma la posizione in cui si è collocato: abbastanza dentro il partito da influenzarne l’immagine, abbastanza “altro” da non sentirsi vincolato dai rituali dell’obbedienza.
Ed è proprio qui che nasce la sensazione, sempre più diffusa tra osservatori e militanti, che Vannacci stia giocando una partita sua, parallela, talvolta perfino spigolosa rispetto alla linea ufficiale.
La vicenda del voto sugli aiuti all’Ucraina, raccontata e commentata in queste ore con toni da sfida aperta, è diventata il simbolo perfetto di questa ambiguità.

Dire “io non voto” su un dossier così sensibile non è una semplice dichiarazione di principio, perché in Italia la politica estera non è mai davvero estera: è un termometro di affidabilità, alleanze, postura internazionale e, soprattutto, di tenuta di governo.
Qui la prima domanda è inevitabile: perché un eurodeputato leghista, con un profilo militare e un linguaggio spesso improntato alla forza, dovrebbe scegliere una posizione percepita come di freno o di rottura sul sostegno a Kiev.
Una risposta possibile è che la coerenza non si misuri solo sulla biografia, ma anche sul pubblico di riferimento.
Nell’elettorato leghista, storicamente, esiste una componente scettica verso l’escalation e verso l’invio di armi, e chi vuole parlare a quella componente tende a scegliere parole nette, non sfumature diplomatiche.
In questo senso, la mossa di Vannacci può essere letta come un posizionamento: non necessariamente ciò che farebbe se fosse lui a gestire il peso di Palazzo Chigi, ma ciò che può permettersi di dire stando in una posizione meno esposta alle conseguenze immediate.
È la differenza tra chi governa e chi costruisce consenso: il primo paga in tempo reale, il secondo incassa in differita.
Se il governo deve mantenere equilibri con gli alleati internazionali e con i partner europei, l’uomo forte del partito può permettersi di interpretare l’umore della base e trasformarlo in bandiera identitaria.
Da qui nasce l’impressione, per alcuni, che Salvini appaia “messo da parte” non perché qualcuno gli abbia tolto formalmente il timone, ma perché qualcuno ne sta erodendo simbolicamente l’esclusiva sul linguaggio della pancia.
E se c’è una cosa che Salvini ha sempre saputo fare, è proprio parlare alla pancia prima degli altri.
Quando un nuovo protagonista riesce a occupare quello stesso spazio, il rischio per il leader storico non è la sconfitta congressuale, ma la perdita del monopolio emotivo.
Vannacci non deve “prendere” la Lega per cambiare gli equilibri, gli basta cambiare la percezione di chi rappresenta meglio l’identità originaria, quella più dura, più immediata, più allergica ai compromessi.
Il tema del discorso di Mattarella, liquidato con un “non mi interessa”, aggiunge un altro livello alla storia, perché non riguarda un voto o una norma, riguarda il rapporto con l’istituzione più alta e più consensuale del sistema.
In Italia il Presidente della Repubblica è spesso trattato come un simbolo che unisce, e proprio per questo la provocazione contro quel simbolo funziona come test di appartenenza: chi applaude vuole dire “non mi inchino a nessuno”, chi si scandalizza vuole dire “ci sono confini”.
Vannacci, con quel tipo di frase, manda un messaggio che parla più ai social che ai palazzi, più alla tribù che al protocollo.
E nel linguaggio tribale, l’irriverenza verso l’autorità è una valuta politica.
Salvini, invece, ha un problema diverso: deve restare contemporaneamente tribuno e garante, oppositore e governista, identitario e istituzionale.
È un equilibrio difficile, e spesso i leader lo mantengono finché non arriva qualcuno che sceglie una sola di quelle maschere e la indossa con coerenza totale.
Da questo punto di vista, Vannacci non è necessariamente “contro” Salvini, ma è un acceleratore delle sue contraddizioni.
Ogni volta che il generale prende una posizione muscolare, Salvini viene costretto a decidere se inseguirlo, smentirlo o lasciarlo correre.
Inseguire significa perdere il profilo di governo e litigare con gli alleati di coalizione.
Smentire significa irritare una parte della base e mostrare che nel partito c’è un corpo estraneo ingestibile.
Lasciarlo correre significa accettare l’erosione lenta dell’autorità interna.
È un triangolo scomodo, e in politica i triangoli scomodi non si risolvono con una dichiarazione, ma con una strategia di lungo periodo.
Ed è qui che entra in scena ciò che molti definiscono, con un po’ di gusto per il romanzo, “il piano segreto di Salvini”.
Non nel senso di una trama nascosta con documenti e incontri clandestini, ma nel senso più realistico e politico: una strategia non detta, fatta di tempi, mosse laterali, pazienza e ricostruzione.
Se Salvini ha capito che una parte della Lega vive un’inquietudine identitaria, allora può scegliere di fare una cosa molto italiana: lasciare che le contraddizioni esplodano altrove, per poi presentarsi come l’unico in grado di rimettere ordine.
In altre parole, non combattere subito la minaccia interna sul terreno dello scontro frontale, ma lasciarla logorare nella gestione quotidiana delle responsabilità e delle inevitabili incoerenze.
Perché l’antagonista che oggi incassa applausi con un “no” facile, domani potrebbe essere costretto a spiegare un “sì” necessario, e lì il mito rischia di incrinarsi.
È una strategia rischiosa, ma non illogica, perché Salvini conosce un fatto elementare: i leader non cadono solo per un rivale forte, cadono quando appaiono deboli davanti al loro stesso pubblico.
Se reagisce in modo isterico a Vannacci, appare debole.
Se lo ignora con sufficienza e nel frattempo ricostruisce la catena interna del comando, può sperare di trasformare l’episodio in una parentesi.
Qui però c’è un dettaglio che rende la vicenda più esplosiva: Vannacci non è il classico dirigente cresciuto nella militanza leghista, legato alle correnti e ai meccanismi di carriera del partito.
È un personaggio che, almeno nella percezione pubblica, arriva con un capitale proprio, di notorietà e di voti, e quindi non si sente “in debito” come si sentirebbe un quadro interno.
Questo cambia tutto, perché l’obbedienza in politica è spesso un rapporto di dipendenza, e la dipendenza nasce quando la tua carriera è interamente nella mani della struttura.
Se invece una parte del tuo consenso è personale, il rapporto si ribalta: è il partito che teme di perderti più di quanto tu tema di perdere il partito.
Da qui deriva la sensazione, raccontata in modo brutale da molti commentatori, che Vannacci faccia “quello che vuole”.
Non perché sia davvero senza vincoli, ma perché i vincoli sono più costosi da applicare quando il soggetto è popolare.
Sanzionarlo potrebbe farlo diventare martire.
Ridimensionarlo potrebbe farlo diventare concorrente esterno.
Promuoverlo troppo potrebbe farlo diventare inevitabile.

Nel frattempo, il tema Ucraina diventa la trincea ideale per questa guerra sotterranea, perché permette di trasformare una questione complessa in una scelta identitaria.
Aiutare o non aiutare, armi sì o no, escalation o negoziato, diventano parole che non descrivono solo una politica estera, ma definiscono un “noi” e un “loro” dentro lo stesso partito.
E quando un partito inizia a dividersi su un “noi” e un “loro”, la frattura non è più tattica, è culturale.
Salvini lo sa, e sa anche che la sua Lega è stata tante Leghe in una: nordista e nazionale, anti-euro e governista, sovranista e ministeriale.
Tenere insieme queste anime richiede un leader che sappia cambiare pelle senza sembrare incoerente.
Il problema è che, in un’epoca in cui i social premiano la frase assoluta, cambiare pelle viene subito letto come opportunismo.
E in quel giudizio veloce, Vannacci è avvantaggiato: dice una cosa, resta su quella cosa, incassa.
Non importa se quella cosa è praticabile o no, importa che sia riconoscibile.
È la politica come marchio, più che come governo.
Da qui nasce l’altra ipotesi, quella che circola sotto traccia e che il discorso che hai riportato suggerisce apertamente: Vannacci potrebbe usare la Lega come piattaforma temporanea, per poi costruire una casa politica sua.
Non è una previsione, è un possibile scenario, e in Italia scenari del genere non sono fantascienza, perché il frazionamento a destra e al centro è ormai una tentazione permanente.
Per farlo, però, servono due ingredienti: una narrativa personale forte e un bacino elettorale trasferibile.
Il primo ce l’ha, perché ha già un profilo polarizzante e riconosciuto.
Il secondo è più difficile, perché gli elettori non si spostano in massa solo per simpatia, si spostano quando sentono che qualcuno li rappresenta meglio su due o tre temi ossessivi.
L’Ucraina, l’identità, l’autorità, la diffidenza verso le élite, possono diventare quei temi.
E se così fosse, la sua insubordinazione apparente non sarebbe un capriccio, ma una costruzione: ogni “no” come mattone di differenza.
Nel mezzo resta Salvini, che non può permettersi una rottura clamorosa senza rischiare di consegnare all’esterno una parte del suo pubblico.
Ma non può nemmeno permettersi di diventare l’uomo che dice sempre “sì” agli equilibri di governo mentre qualcun altro, dentro casa, interpreta il ruolo del duro.
Perché il duro, nella percezione della base, vince sempre la scena, anche quando non porta il peso della decisione.
Questa è la vera trappola: chi governa paga, chi commenta incassa.
La Lega oggi sembra schiacciata proprio in questo meccanismo, con Salvini costretto a tenere insieme responsabilità e identità e Vannacci libero di massimizzare l’identità senza pagare la responsabilità.
Il risultato è un partito che, agli occhi del pubblico, rischia di apparire diviso non tanto sulle soluzioni, ma sulla postura.
E quando un partito si divide sulla postura, non è lontano dal dividersi sulle persone.
La domanda finale non è se Vannacci sia davvero “una minaccia” o solo una pedina utile, perché in politica una pedina utile può diventare una minaccia senza cambiare di una virgola.
La domanda è se Salvini riuscirà a trasformare questa fase in una ricostruzione controllata, assorbendo l’energia del nuovo arrivato senza farsi risucchiare dal suo personaggio.
Se ci riuscirà, Vannacci resterà un amplificatore di consenso dentro un recinto.
Se non ci riuscirà, Vannacci potrebbe diventare la dimostrazione vivente che, in certi partiti, il leader non viene sostituito da un congresso, ma da un’ombra che cresce finché qualcuno non si accorge che la luce non è più sua.
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