Ci sono interventi pubblici che non puntano a convincere, ma a disturbare.
E quando a disturbare è Vittorio Feltri, lo si capisce subito, perché il suo stile non è quello dell’argomentazione lineare ma della frattura, della frase che rompe l’etichetta e costringe tutti a scegliere un lato, anche solo per indignarsi.
Negli ultimi giorni ha ripreso forza, tra social e talk, un racconto su un suo discorso pronunciato a Milano in un contesto politico vicino a Fratelli d’Italia, con un passaggio che avrebbe messo nel mirino la NATO in modo brutale e liquidatorio.
Prima ancora di entrare nel merito, una cautela è doverosa: senza trascrizioni integrali e fonti verificabili, molte ricostruzioni tendono a trasformare una battuta in una “linea”, e una provocazione in una dottrina.
Ma anche con tutte le cautele del caso, il punto politico resta, perché l’idea stessa che un ospite su un palco di maggioranza possa permettersi un attacco frontale all’atlantismo è un segnale, e i segnali, in politica estera, contano quasi quanto le delibere.
L’Italia, infatti, vive da anni dentro una doppia necessità che si contraddice solo in apparenza: essere affidabile verso gli alleati e, nello stesso tempo, sedare un’opinione pubblica stanca di vincoli, crisi e “linee” imposte dall’esterno.
Dentro questa contraddizione si infilano perfettamente i personaggi come Feltri, che non hanno responsabilità di governo e possono dire ciò che un ministro non potrebbe dire senza pagare un prezzo immediato.
È qui che il “copione prestabilito” salta, perché il copione italiano sulla NATO è sempre stato una liturgia fatta di due registri paralleli: solennità istituzionale nelle sedi ufficiali e ambiguità da salotto quando si cercano applausi facili.
Da una parte si ribadisce l’ancoraggio euro-atlantico, la fedeltà agli impegni e la centralità delle alleanze.
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Dall’altra si ammicca al sospetto, all’idea che l’Italia sia usata, che l’Europa comandi, che Washington decida, che la sovranità sia un cartello in vetrina e non una sostanza.
Quando Feltri attacca la NATO, se lo fa nei termini che gli vengono attribuiti, non inventa un sentimento dal nulla, ma dà voce a una pulsione antica, quella che mescola disincanto e risentimento e che riemerge ogni volta che i costi della politica internazionale diventano più visibili dei benefici.
La differenza è che detta da un commentatore qualsiasi resta rumore, mentre detta da un nome riconoscibile, in un contesto politicamente marcato, diventa un problema da gestire.
Perché l’atlantismo non è solo un orientamento culturale, ma un’infrastruttura di fiducia su cui si reggono intelligence, cooperazione militare, politica industriale della difesa, rapporti energetici e credibilità finanziaria.
Anche solo insinuare che “non interessa” significa sfiorare un nervo scoperto, soprattutto mentre l’Europa è attraversata dalla guerra in Ucraina e da un riarmo che sta ridisegnando bilanci e priorità.
Le reazioni furiose, in questi casi, sono quasi automatiche, perché la NATO è uno di quei simboli che polarizzano all’istante: per alcuni è protezione, per altri è subordinazione.
E chi governa non può permettersi che l’ambiguità si trasformi in sospetto strutturale, perché gli alleati non misurano soltanto le leggi approvate, ma la temperatura politica, la coesione interna e la prevedibilità del Paese.
Il paradosso italiano è che spesso la politica estera viene trattata come se fosse un talk show, mentre all’estero viene letta come se fosse un bilancio, cioè come una promessa da verificare.
Se un Paese sembra incerto, paga interessi più alti in mille modi indiretti, dall’attrazione degli investimenti alla capacità di negoziare dossier europei.
Per questo, anche quando un attacco alla NATO non produce conseguenze formali, produce un effetto collaterale: costringe Palazzo Chigi a rimettere in vetrina la propria affidabilità, come se dovesse rinnovare una garanzia.
E a quel punto il tema non è più Feltri, ma l’Italia, perché la domanda implicita diventa: quanto è solida davvero la linea atlantica della destra di governo, e quanto invece è un compromesso di convenienza.
Giorgia Meloni, su questo, ha costruito una parte importante del suo profilo internazionale proprio sulla chiarezza atlantica, spesso più netta di quella che le veniva attribuita prima di arrivare a Palazzo Chigi.
Ha mantenuto la postura di sostegno all’Ucraina, ha difeso le alleanze e ha parlato con un linguaggio che a Washington e nelle capitali europee suona comprensibile.
Questo le ha dato credibilità, ma le ha anche creato un problema interno, perché una parte del suo elettorato, e più in generale una parte del Paese, non vive la NATO come un “noi”, bensì come un “loro”.
Quando un commentatore come Feltri rompe il sigillo e lo dice senza filtri, porta in superficie quella frattura.
E allora si scopre l’ipocrisia di sistema che molti fingono di non vedere: l’Italia vuole protezione e autonomia insieme, vuole contare senza pagare, vuole vincoli quando convengono e libertà quando pesano.
È un desiderio umano, quasi inevitabile, ma in geopolitica diventa una contraddizione costosa, perché la sicurezza collettiva funziona solo se gli impegni sono prevedibili.
Nel dibattito italiano, invece, la prevedibilità viene spesso scambiata per servilismo, e ogni richiamo alla disciplina di alleanza viene raccontato come rinuncia alla dignità nazionale.
Qui Feltri fa quello che gli riesce meglio: trasforma una complessità in una frase icastica, e la frase diventa un coltello.
Il coltello taglia, ma non costruisce, eppure ottiene ciò che vuole: costringe tutti a reagire.
I sostenitori dell’atlantismo reagiscono con indignazione, perché vedono nella provocazione un sabotaggio culturale in un momento delicato.
I sovranisti più puri reagiscono con entusiasmo, perché scambiano la rottura del galateo per un atto di indipendenza reale.
L’opposizione reagisce con un misto di opportunismo e paura, perché da un lato può accusare la destra di ambiguità, e dall’altro teme che l’argomento venga assorbito e normalizzato nel rumore quotidiano.
Nel frattempo, l’opinione pubblica che non vive di politica sente soprattutto una cosa: la franchezza, o almeno la sensazione di franchezza, che in tempi di sfiducia vale più dell’accuratezza.
È il motivo per cui certi interventi diventano virali anche quando sono discutibili: perché sembrano “non filtrati”, e il non filtrato viene scambiato per vero.
Ma una democrazia adulta non dovrebbe premiare solo l’autenticità teatrale, dovrebbe pretendere anche responsabilità concettuale, soprattutto quando si toccano le architetture di sicurezza.
La NATO non è un totem intoccabile, e criticarla non è blasfemia, perché ogni alleanza è fatta da interessi e quindi merita discussione.
Il problema nasce quando la critica diventa slogan, perché allora non stai discutendo l’alleanza, stai solo eccitando il pubblico con un nemico astratto.
E in Italia il nemico astratto funziona sempre, perché consente di non parlare dei limiti concreti del Paese, che sono produttività bassa, debito alto, burocrazia fragile, ritardi infrastrutturali e una classe dirigente spesso più abile nel racconto che nella manutenzione.
Guardarsi allo specchio, in questo senso, significa accettare che la sovranità non è una parola, è una capacità, e la capacità si costruisce con scelte impopolari, continuità amministrativa e credibilità.
Se vuoi essere più autonomo dagli alleati, devi essere più forte, non più rumoroso.
Devi avere una difesa più efficiente, un’industria più competitiva, una diplomazia più capillare, e una politica interna meno dipendente dall’emergenza permanente.
Senza questi elementi, l’attacco alla NATO diventa solo un gesto di ribellione senza leva, un pugno nell’aria che però ti lascia stanco.
C’è poi un altro aspetto che la provocazione porta a galla: la trasformazione della politica in spettacolo, dove la frase estrema vale più del ragionamento.
Feltri è un veterano di questo terreno, e sa che la battuta che scandalizza è anche la battuta che detta l’agenda per giorni.
Così la discussione si sposta dall’interrogativo vero, cioè quale ruolo debba avere l’Italia nella sicurezza europea, all’interrogativo più comodo, cioè se una persona “ha osato dire” o “non doveva dire”.
È il classico spostamento dalla sostanza alla morale, che in Italia è un rifugio comodo perché evita di entrare nei dettagli.

Eppure i dettagli sono tutto, perché la sicurezza non è un sentimento e la deterrenza non è un’opinione.
In questa fase storica, ogni Paese europeo sta ridefinendo la propria postura, e l’Italia deve decidere se essere un partecipante pieno o un alleato intermittente, perché l’intermittenza è la forma più cara di presenza.
Se la maggioranza vuole davvero conservare credibilità internazionale, deve dimostrare che le intemperanze verbali non sono un orientamento, e che la linea resta chiara.
Se l’opposizione vuole essere credibile, deve evitare la tentazione di usare ogni scivolone come prova apocalittica, perché l’isteria comunicativa finisce per assomigliare a ciò che critica.
E se i commentatori vogliono fare un servizio al pubblico, dovrebbero smettere di vendere la politica estera come rissa identitaria e iniziare a spiegarla come scelta di interessi, rischi e costi.
Alla fine, il “copione” che salta non riguarda solo la NATO, riguarda l’Italia che non riesce a conciliare la voglia di protezione con il desiderio di sentirsi autonoma.
Feltri, con la sua brutalità, mette il dito su questa contraddizione e la rende impossibile da ignorare, almeno per un momento.
Il momento, però, passa in fretta, e resta la domanda più concreta: l’Italia vuole contare davvero, o vuole solo sentirsi libera mentre continua a dipendere da ciò che critica.
Lo specchio è lì, e non è gentile, perché riflette una verità semplice: la credibilità internazionale non si improvvisa, e non si ottiene con una frase che fa scalpore, ma con anni di coerenza che fanno meno rumore e cambiano molto di più.
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