MERKEL, UE E PALAZZI DI BRUXELLES: È LÌ CHE CONTE HA GIOCATO IL DESTINO DELL’ITALIA. OGGI DENUNCIA LE SERVITÙ, MA LE FIRME E GLI ACCORDI EUROPEI RACCONTANO UN’ALTRA STORIA, MOLTO MENO EROICA|KF – NEW NEWS SPAPERUSA

MERKEL, UE E PALAZZI DI BRUXELLES: È LÌ CHE CONTE ...

MERKEL, UE E PALAZZI DI BRUXELLES: È LÌ CHE CONTE HA GIOCATO IL DESTINO DELL’ITALIA. OGGI DENUNCIA LE SERVITÙ, MA LE FIRME E GLI ACCORDI EUROPEI RACCONTANO UN’ALTRA STORIA, MOLTO MENO EROICA|KF

C’è un modo molto italiano di litigare sull’Europa: farlo sempre al presente, come se il passato non esistesse.

Ogni volta che la politica alza il tono su sovranità, dignità nazionale e “servitù” verso Bruxelles, torna una domanda che pesa più di qualunque slogan: cosa hai fatto quando eri davvero al tavolo dove si decideva.

Il 7 gennaio, giornata del Tricolore, Giuseppe Conte ha scelto un registro solenne, invitando a stringersi attorno alla bandiera e ai valori della Repubblica.

Dentro quella cornice celebrativa ha inserito un messaggio politico netto, evocando un’Italia “serva di nessuno” e attenta ai diritti, contrapponendo implicitamente la forza del diritto al privilegio del più forte.

È un’impostazione che funziona in comunicazione, perché trasforma un anniversario simbolico in un manifesto identitario.

Ma proprio perché il messaggio è alto, la verifica pubblica diventa inevitabile, e qui la politica scopre la sua fragilità: la memoria non perdona.

Il punto non è contestare l’idea che l’Italia debba contare di più in Europa, perché è un obiettivo condivisibile da quasi tutto l’arco parlamentare.

German Chancellor Angela Merkel R Italian Editorial Stock Photo - Stock  Image | Shutterstock Editorial

Il punto è capire cosa significhi “non essere servi” quando si è dentro un’Unione fatta di regole, compromessi, rapporti di forza e scambi continui.

L’Europa, infatti, non è un’aula di filosofia morale, ma una macchina di negoziazione dove ogni Paese porta interessi, linee rosse e priorità interne.

Chi governa scopre presto che al Consiglio europeo non vinci perché hai ragione, vinci se hai alleanze, credibilità e margini.

E i margini non sono un dono, sono il risultato di scelte precedenti, di conti pubblici, di reputazione, di capacità di stare nelle crisi senza perdere la testa.

Per questo, quando Conte oggi parla di indipendenza e diritti, molti osservatori incrociano il presente con gli anni in cui lui era presidente del Consiglio e l’Italia era nel pieno di tensioni europee.

Non si tratta di nostalgia, ma di coerenza, perché la coerenza in politica non è un valore astratto, è un capitale che si accumula o si brucia.

In rete circola da tempo anche un episodio molto citato dai critici di Conte, cioè una conversazione con Angela Merkel che sarebbe stata registrata e resa pubblica in forma di estratto.

Su questo punto conviene usare cautela, perché le registrazioni “tagliate”, decontestualizzate o riproposte senza cornice temporale completa sono un’arma perfetta per costruire verità emotive.

Detto questo, l’episodio continua a tornare perché, vero o raccontato, intercetta un sospetto già presente in parte dell’opinione pubblica: l’idea di una doppia lingua, una per i microfoni e una per i tavoli riservati.

È il sospetto più corrosivo per un leader che pretende di incarnare la “dignità nazionale”, perché la dignità, per definizione, vale soprattutto quando nessuno ti guarda.

Nel racconto dei detrattori, Conte avrebbe mostrato un atteggiamento conciliante verso la leadership tedesca e insieme avrebbe preso le distanze da posizioni più conflittuali dentro la sua stessa maggioranza dell’epoca.

L’accusa politica, in sintesi, è che la postura pubblica di fermezza non coinciderebbe con la postura reale di governo.

Non serve nemmeno provare un singolo dettaglio per capire perché questa accusa faccia male: perché in Europa l’Italia soffre da anni di un complesso di minorità, e chi promette “testa alta” viene misurato proprio su quello.

Ma il vero terreno su cui la retorica si schianta non è una frase rubata, è la storia concreta degli accordi e delle firme.

Le “firme” in politica sono l’unica poesia che non puoi riscrivere, perché restano negli atti, nei trattati, nei comunicati finali e nelle decisioni di bilancio.

E l’Italia degli anni di Conte è passata attraverso una sequenza di passaggi europei che, comunque li si giudichi, non possono essere raccontati come una cavalcata solitaria contro i potenti.

È stata piuttosto una gestione costante di vincoli, equilibri e compromessi in una fase dove l’Europa stessa era attraversata da fratture profonde.

Prima la stagione dei governi “giallo-verdi”, poi quella “giallo-rossa”, con maggioranze diverse e priorità diverse, e con l’inevitabile conseguenza di dover parlare a pubblici interni che si detestavano tra loro.

In quel contesto, la politica estera e la politica europea diventano spesso un esercizio di contorsionismo, perché devi rassicurare fuori e non farti divorare dentro.

Se oggi Conte denuncia servitù, molti gli rinfacciano proprio questo: da presidente del Consiglio aveva il potere di impostare una linea, e quella linea, sostengono i critici, non è stata la rottura che ora rivendica.

Qui si apre il punto più interessante, che è anche il più impopolare: a volte l’assenza di rottura non è viltà, è calcolo razionale per evitare danni maggiori.

Ma allora bisogna dirlo con onestà, perché non puoi vendere come eroismo ciò che allora presentavi come prudenza necessaria.

Bruxelles non è un nemico mitologico, è un sistema di co-decisione in cui l’Italia ha spesso cercato flessibilità, fondi, deroghe, sponde e compromessi, esattamente come fanno tutti.

La differenza è che alcuni Paesi entrano nella stanza con più forza contrattuale, mentre altri entrano con più bisogno.

E il bisogno, in politica, riduce la libertà, perché se hai urgenza di ottenere un risultato devi concedere qualcosa in cambio.

Quando Conte parla di “diritto e diritti contro il privilegio del potente”, usa un frame etico che piace, ma l’Europa non funziona per diritto morale, funziona per potere contrattuale legato a numeri e alleanze.

Per essere “servi di nessuno” devi essere in grado di dire di no e reggere le conseguenze.

E reggere le conseguenze significa accettare instabilità, spread, tensioni sui mercati, pressioni interne, e una dose di conflitto diplomatico che non tutti i governi possono o vogliono sostenere.

Non è un giudizio di valore, è un dato strutturale, ed è qui che spesso la comunicazione politica inganna: racconta la sovranità come un sentimento, non come un costo.

Negli anni in cui Conte governava, l’Italia ha avuto una finestra storica con la pandemia e con la reazione europea che ne è seguita.

Quella stagione ha prodotto strumenti e decisioni che hanno segnato l’Unione, e l’Italia ha avuto un ruolo importante nel negoziato politico.

Chi lo difende sostiene che proprio lì Conte abbia dimostrato capacità di ottenere risultati e di portare a casa risorse e flessibilità.

Chi lo attacca sostiene che quella stagione, pur utile, abbia anche consolidato un rapporto di dipendenza da decisioni europee e da condizionalità politiche e amministrative.

Il punto non è scegliere un’etichetta, ma riconoscere che entrambe le letture contengono una parte di verità e una parte di propaganda.

È propaganda dire che l’Italia sia sempre “serva”, perché l’Italia è anche un Paese che pesa, negozia, influenza e spesso blocca.

È propaganda dire che l’Italia sia sempre “sovrana”, perché l’Italia è anche un Paese indebitato che deve convincere mercati e partner ogni giorno.

In questo equilibrio instabile si colloca la figura di Conte, che oggi parla da oppositore e quindi può usare parole più nette di quelle concesse a un premier.

L’opposizione è il luogo naturale dell’assoluto, mentre il governo è il luogo inevitabile del relativo.

Il problema nasce quando un ex premier prova a ri-scrivere la propria stagione di governo con il linguaggio dell’assoluto, come se allora non avesse gestito esattamente gli stessi vincoli.

La festa del Tricolore, in questo senso, è un palcoscenico perfetto, perché la bandiera è un simbolo che tutti vogliono abbracciare e che nessuno vuole lasciare all’avversario.

Dire “stringiamoci attorno alla bandiera” è sempre una frase efficace, perché evoca unità e mette chi dissente nella posizione scomoda di sembrare divisivo.

Ma quando subito dopo si inserisce una contrapposizione morale, il simbolo nazionale diventa un’arma di parte, e la bandiera smette di essere casa comune per diventare clava retorica.

Qui emerge la seconda accusa che i critici muovono a Conte: usare parole patriottiche per una battaglia politica quotidiana, senza pagare fino in fondo il prezzo della coerenza storica.

C’è poi un tema che nel suo discorso implicito pesa sempre, anche quando non viene nominato apertamente: l’immigrazione come terreno di attrito con l’Europa e come fattore di consenso interno.

Su questo dossier l’Italia è da anni in una posizione scomoda, perché chiede solidarietà europea ma riceve spesso risposte insufficienti o tardive.

E ogni premier, alla fine, si ritrova a oscillare tra la promessa di fermezza e la necessità di gestire l’emergenza senza far saltare relazioni e meccanismi comuni.

Se davvero Conte, da premier, ha adottato toni più concilianti con Berlino e Bruxelles, è anche perché l’Italia non aveva interesse a trasformare ogni dossier in una guerra totale.

Ma allora la narrazione attuale della “servitù” appare più come un’arma contro il governo di turno che come una diagnosi coerente del sistema.

In pratica, Conte oggi denuncia ciò che ieri amministrava, e la politica italiana è piena di leader che fanno lo stesso cambio di pelle, sperando che l’opinione pubblica abbia la memoria corta.

La memoria corta, però, non è più garantita come un tempo, perché internet è un archivio cattivo e i video, veri o presunti tali, tornano come fantasmi quando meno te lo aspetti.

Il vero tema, allora, non è Merkel, non è un fuori onda, non è nemmeno un singolo episodio mediatico.

Conte trifft Merkel: Die politischen Partner in Rom | FAZ

Il vero tema è che l’Italia non ha ancora deciso quale rapporto vuole avere con l’Unione Europea: un rapporto conflittuale e identitario, oppure un rapporto negoziale e pragmatico.

Entrambi i modelli possono esistere, ma non si possono praticare insieme senza pagare un costo di credibilità.

Conte, come molti leader italiani, prova a fare entrambe le cose: rivendicare autonomia emotiva e cercare stabilità concreta.

È una scelta comprensibile sul piano tattico, ma rischiosa sul piano della reputazione, perché ti espone alla critica di opportunismo.

E quando parli di bandiera, l’opportunismo viene punito più severamente, perché il patriottismo è uno dei pochi temi su cui gli italiani pretendono autenticità.

La frase “Italia serva di nessuno” suona bene, ma la vera domanda politica è un’altra: quali strumenti, quali alleanze e quali riforme rendono davvero l’Italia meno ricattabile.

Se non migliori crescita, produttività, capacità amministrativa e credibilità fiscale, resterai sempre più vulnerabile, qualunque sia il colore del governo.

E se resti vulnerabile, i palazzi di Bruxelles non hanno nemmeno bisogno di “servirti”, perché ti basteranno i tuoi limiti interni per auto-limitarti.

In questo senso, gli accordi europei “raccontano un’altra storia” perché ricordano che governare è spesso scegliere il meno peggio, non il più puro.

Conte può rivendicare di aver difeso l’Italia in fasi difficili, e i suoi avversari possono accusarlo di essersi piegato ai più forti.

Ma oltre la tifoseria resta un dato che non cambia: l’Italia non vince alzando la voce nelle ricorrenze, vince costruendo forza reale nei mesi anonimi in cui nessuno applaude.

La bandiera si onora anche così, con la pazienza del lavoro istituzionale e con la responsabilità di non vendere come epopea ciò che è stato compromesso.

Perché il Tricolore, alla fine, non ha bisogno di frasi perfette, ha bisogno di una politica che non confonda l’orgoglio con la propaganda.

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