Ci sono parole che nascono come scherzo di quartiere e finiscono come granate nel dibattito nazionale.
“Maranza” è una di queste, perché in pochi mesi è passata dal gergo urbano alla politica, e dalla politica alle guerre culturali.
Non è solo un’etichetta, perché oggi viene usata per raccontare sicurezza, disagio giovanile, periferie, immigrazione, e perfino il confine tra descrizione e stigmatizzazione.
Quando una parola si carica di così tante cose insieme, smette di essere lessico e diventa simbolo.
E quando diventa simbolo, ogni parte politica cerca di impadronirsene o di disinnescarla, a seconda di come la parola conviene.
Il punto, quindi, non è stabilire se “si possa” dire maranza come si decide un regolamento condominiale.
Il punto è capire cosa si sta facendo, davvero, quando la si dice, e cosa si sta cercando di ottenere quando la si vieta o la si denuncia.

In questi giorni, il caso è esploso dopo l’intervento del senatore Filippo Sensi, che ha invitato a fare attenzione all’uso di termini “civetta” nella torsione “cattivista”.
La sua tesi, in estrema sintesi, è che certe parole funzionino come scorciatoie emotive: attirano consensi, semplificano, e rischiano di “razzializzare” un fenomeno complesso.
Dall’altra parte, i critici della sinistra hanno trasformato quell’avvertimento in un’accusa: non sarebbe prudenza linguistica, ma censura e negazione della realtà.
È lo schema classico delle polemiche italiane: una discussione su ordine pubblico e politiche sociali diventa una rissa su “chi ha il coraggio di dire le cose”.
E il risultato è che la realtà, quella vera, resta sullo sfondo, mentre in primo piano si combatte per il diritto di nominare o per il diritto di non essere nominati.
Per capire come siamo arrivati qui bisogna tornare all’origine, perché “maranza” non nasce oggi e non nasce come etichetta etnica.
Nel milanese degli anni Ottanta indicava un tipo umano da periferia e discoteca, un tamarro nel senso sociologico e non giudiziario, cioè un modo di vestirsi, di muoversi e di stare in gruppo.
Con i social, soprattutto TikTok e la galassia trap e drill, la parola è stata riattivata e reimpacchettata come meme identitario.
Il look, il borsello, la tuta, l’ostentazione, la posa “da strada” sono diventati segni riconoscibili, facili da trasformare in caricatura e facili da usare come scorciatoia.
Fin qui, si potrebbe liquidare tutto come un fenomeno di costume, con l’inevitabile contorno di moralismo generazionale.
Ma il salto avviene quando “maranza” smette di indicare uno stile e comincia a essere usato per indicare un problema di sicurezza.
In quel momento la parola cambia funzione: non descrive più, accusa.
E quando una parola accusa, è inevitabile che qualcuno provi a difendersi o a denunciarne l’uso come discriminatorio.
La polemica si concentra su un passaggio delicato: l’associazione tra “maranza” e microcriminalità o baby gang.
Qui si intrecciano tre piani che spesso vengono confusi apposta.
Il primo piano è quello dei reati, cioè numeri, denunce, arresti, tipologie e trend, che richiedono fonti solide e comparazioni serie.
Il secondo piano è quello della percezione di insicurezza, che non coincide sempre con i dati ma influenza la politica più dei dati stessi.
Il terzo piano è quello dell’identità, perché una parte del discorso pubblico tende a trasformare la questione “chi commette certi reati” in “chi è, culturalmente o etnicamente, il problema”.
È su questo terzo piano che Sensi e il Pd dicono di voler mettere un freno, temendo lo slittamento dall’analisi dei comportamenti alla colpevolizzazione di gruppi.
Ed è su questo stesso piano che i critici del Pd ribaltano l’accusa, sostenendo che si voglia impedire persino di descrivere ciò che accade.

Il caso diventa ancora più tossico quando entrano in campo percentuali sparate come verdetti, tipo “7 su 10 sono non italiani”.
Una cifra del genere, senza fonte, senza periodo, senza territorio, senza distinzione tra denunciati, indagati o condannati, è una miccia perfetta per alimentare rabbia e scorciatoie.
Può essere vera in un contesto specifico e fuorviante in un altro, e soprattutto può essere usata per suggerire un “quasi tutto” anche quando la realtà è più stratificata.
In più, qualunque statistica sulla criminalità ha sempre un problema metodologico che i video virali ignorano: cambia moltissimo se guardi ai residenti, ai presenti, alle fasce d’età, alle condizioni socioeconomiche, alla propensione alla denuncia e alle attività di controllo sul territorio.
Questo non significa negare i problemi, significa solo rifiutare l’idea che un numero isolato sia una sentenza antropologica.
È qui che il dibattito si spezza in due Italie.
C’è l’Italia che dice: se il fenomeno esiste, chiamarlo con un nome non è razzismo ma realismo, e chi protesta sul linguaggio vuole solo coprire.
E c’è l’Italia che risponde: chiamarlo con un nome “di tribù” non è realismo, è propaganda, perché sposta l’attenzione dalle politiche concrete a un bersaglio sociale comodo.
Entrambe le Italie, a modo loro, intercettano un pezzo di verità e ne trasformano un altro in arma.
Perché è vero che esistono episodi di violenza di gruppo e microcriminalità che aumentano l’ansia collettiva, soprattutto nelle grandi città e nei luoghi affollati.
Ed è vero anche che certe etichette diventano rapidamente una rete a strascico in cui finiscono dentro ragazzi che non hanno commesso nulla, semplicemente perché “assomigliano” a un’immagine costruita.
Il paradosso, quindi, è che “maranza” funziona malissimo sia come strumento sociologico sia come strumento di sicurezza.
Come strumento sociologico, perché appiattisce differenze enormi tra culture giovanili, periferie diverse e condizioni sociali diverse.
Come strumento di sicurezza, perché confonde lo stile con il reato e rischia di trasformare l’azione delle istituzioni in una caccia all’estetica.
E se si passa dalla caccia al reato alla caccia al look, la fiducia nelle istituzioni si erode da due lati: chi si sente bersagliato si radicalizza, e chi si sente insicuro non si sente comunque protetto.
A quel punto la politica, invece di governare il fenomeno, governa la sensazione.
La destra, in generale, tende a utilizzare queste parole come acceleranti di consenso, perché collegano immediatamente sicurezza, ordine e promessa di fermezza.
La sinistra, in generale, tende a temerle perché vede in quelle parole la scorciatoia verso l’ostilità identitaria e la punizione simbolica delle marginalità.
Il problema è che entrambe le posture diventano sterili se non si trasformano in scelte verificabili.
Se la destra riduce tutto a repressione e slogan, ottiene applausi ma rischia di non ridurre davvero il fenomeno, perché la microcriminalità muta forma e si sposta.
Se la sinistra riduce tutto a prevenzione e scuola senza parlare di controllo del territorio, perde credibilità immediata perché chi vive il disagio quotidiano chiede risposte anche domani mattina, non solo tra dieci anni.
La verità politicamente scomoda è che prevenzione e repressione non sono alternative morali, sono due strumenti diversi che vanno combinati in modo intelligente.
La prevenzione serve a ridurre il bacino di reclutamento del disagio e dell’illegalità, e significa scuole aperte, sport, servizi sociali capaci, formazione, lavoro, mediazione culturale dove serve, e presenza adulta nei quartieri.
La repressione serve a proteggere chi subisce reati, a interrompere carriere criminali e a dare un segnale di limite, e significa pattugliamenti sensati, indagini, presidi nei punti caldi, giustizia rapida e certezza della risposta.
Se manca la repressione, lo spazio pubblico viene percepito come abbandonato.
Se manca la prevenzione, lo spazio pubblico diventa una ruota che gira sempre sugli stessi ragazzi, sugli stessi quartieri e sulle stesse famiglie.
In questa cornice, la polemica sul “vietato dire maranza” racconta soprattutto un fallimento di linguaggio politico.
Perché una democrazia matura dovrebbe riuscire a dire due cose insieme senza impazzire.
Dovrebbe riuscire a dire che la microcriminalità esiste e va contrastata, senza trasformarla in un’etichetta etnica.
Dovrebbe riuscire a dire che l’integrazione è una sfida reale e non una favola, senza suggerire che l’origine di una persona determini la sua propensione al reato.
Dovrebbe riuscire a dire che esistono gruppi di adolescenti che cercano status attraverso provocazione e forza, senza trasformare ogni giovane in tuta in un sospetto.
Ma il dibattito italiano, ormai, vive di parole che devono scegliere un colpevole prima ancora di scegliere una soluzione.
E “maranza”, proprio perché è un contenitore vago, diventa perfetto per questo sport.

Il Pd, con l’intervento di Sensi, prova a fare una cosa che a sinistra è diventata un riflesso: mettere un argine alla retorica che può scivolare nella stigmatizzazione.
Il guaio è che spesso lo fa con un tono che suona come lezione morale, e le lezioni morali, quando la gente ha paura, funzionano poco.
L’altro guaio è che la sinistra paga anni di sottovalutazione comunicativa del tema sicurezza, lasciando alla destra il monopolio del “parlarne senza vergogna”.
Così, ogni volta che prova a intervenire, viene accusata di ipocrisia o di censura, anche quando il punto sollevato è legittimo.
Dall’altra parte, chi usa “maranza” come sinonimo di criminalità e lo collega apertamente alla non italianità gioca con una leva pericolosa.
Perché spostare la colpa dal comportamento all’appartenenza è il modo più rapido per polarizzare e il modo più lento per risolvere.
E perché un Paese che accetta la scorciatoia identitaria finisce per farsi governare dalla paura, non dalla competenza.
Alla fine, la domanda non è se “maranza” sia una parola nuova o vecchia, né se sia inserita o meno in elenchi di neologismi.
La domanda è se vogliamo un dibattito pubblico che nomina i problemi per capirli, o che li nomina per vendersi.
Se “maranza” diventa tabù, il rischio è che la gente pensi che qualcuno stia coprendo qualcosa, e la sfiducia cresce.
Se “maranza” diventa marchio politico per dire “il problema siete voi”, il rischio è che la società si spezzi e che la sfiducia cresca lo stesso, solo in un’altra direzione.
Il centro della questione, allora, è più semplice e più adulto: parlare di reati con dati seri e parlare di giovani con politiche serie.
E soprattutto smettere di usare parole elastiche come armi identitarie, perché le armi identitarie non colpiscono solo i bersagli scelti, colpiscono la qualità stessa della convivenza.
La realtà scomoda, quella vera, non è che esista una parola proibita.
La realtà scomoda è che esiste un pezzo di Paese che si sente insicuro e un altro pezzo che si sente bersagliato, e la politica preferisce farli litigare sul dizionario invece di costruire soluzioni che reggano alla prova dei fatti.
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