A Torino non è esplosa una crisi di bilancio, né una spaccatura su un’urbanistica impossibile, ma qualcosa di più rivelatore: una frattura di identità.

Il Partito Democratico, nel Consiglio comunale, ha scelto di rinviare il voto sul conferimento della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese.

Formalmente si tratta di un rinvio procedurale.

Politicamente, agli occhi di molti, suona come una retromarcia per evitare di schiantarsi in diretta contro i numeri e contro le polemiche.

Perché il punto non è solo se la mozione sarebbe passata o meno.

Il punto è che la mozione, così com’era diventata, rischiava di trasformarsi in un referendum interno alla sinistra su Gaza, su Israele, sul linguaggio dell’attivismo e perfino sull’uso della memoria.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, è da mesi una figura polarizzante, capace di raccogliere applausi e indignazione con la stessa velocità.

C’è chi la considera una voce necessaria di denuncia.

Francesca Albanese - Wikipedia

C’è chi la accusa di parzialità, di toni incompatibili con un ruolo istituzionale e di scivolamenti retorici che alimentano un conflitto già incandescente.

In questo clima, la cittadinanza onoraria non è più un riconoscimento civico.

Diventa un simbolo, e i simboli, in politica, sono dinamite perché non ammettono mezze misure.

Il Pd torinese ha motivato il rinvio con argomenti tecnici e insieme difensivi, sostenendo che portare al voto una proposta priva dei numeri necessari avrebbe prodotto un esito negativo e quindi nuove strumentalizzazioni.

Il dettaglio regolamentare, quello dei due terzi richiesti, offre un paracadute istituzionale alla scelta.

Ma il paracadute non cancella la sensazione di imbarazzo, perché quando un partito rinvia una bandiera che fino a ieri sventolava, l’elettorato fiuta la paura prima ancora di leggere le note stampa.

La parola che rimbalza nei corridoi, in casi come questo, è sempre la stessa: figuraccia.

Non tanto per il merito della figura di Albanese, quanto per l’idea che una maggioranza cittadina avesse costruito un percorso e poi lo abbia frenato quando la strada è diventata scivolosa.

Lo scivoloso, in questo caso, è un intreccio di episodi e dichiarazioni che hanno alzato la temperatura del dibattito.

Nel racconto che circola in queste ore, pesano in particolare le frizioni nate dopo critiche attribuite ad Albanese verso amministratori locali che avevano ricordato gli ostaggi israeliani, e pesano soprattutto parole dure rivolte alla senatrice a vita Liliana Segre, riportate e commentate in modo acceso.

Qui non siamo più nel terreno delle sfumature diplomatiche.

Siamo nel territorio simbolico più delicato della Repubblica, quello in cui memoria della Shoah, conflitto mediorientale e diritto internazionale si toccano e si feriscono a vicenda.

Per un partito come il Pd, che cerca da tempo un equilibrio tra sensibilità diverse, quella combinazione è una trappola perfetta.

Perché qualsiasi decisione può essere letta come resa a un fronte o tradimento dell’altro.

E perché il Pd, a livello nazionale e locale, vive una tensione costante tra vocazione istituzionale e pressione militante.

Da un lato c’è l’aspirazione a restare “partito di governo” anche quando non governa.

Dall’altro c’è il timore di perdere pezzi di base e di consenso verso chi parla più forte e più netto.

La vicenda torinese ha messo in scena questa tensione come una radiografia.

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I gruppi che avrebbero potuto sostenere la mozione, o quantomeno non ostacolarla, hanno cominciato a sfilarsi annunciando astensioni e distinguo.

È a quel punto che il Pd ha visto il rischio più grande: non la bocciatura in sé, ma la fotografia di una sconfitta politica certificata dal voto.

Una bocciatura avrebbe trasformato il Consiglio comunale in un palco nazionale.

E avrebbe consegnato agli avversari, interni ed esterni, un titolo facile: “nemmeno i suoi la vogliono”.

Il rinvio evita il titolo di oggi, ma apre un problema più lungo: l’immagine di un partito che non decide.

E in politica l’indecisione è spesso più dannosa dell’errore, perché trasmette l’idea che la linea non esista o che sia dettata solo dalla convenienza del momento.

Il Movimento 5 Stelle, infatti, ha colto immediatamente l’occasione per piazzare il colpo politico.

Nel loro racconto, il rinvio non è prudenza, ma codardia.

Non è gestione dei numeri, ma paura delle polemiche.

E soprattutto è il segno di una sinistra che, davanti a un tema morale, preferisce i calcoli ai principi.

È una narrazione potente perché parla alla pancia e alla coscienza insieme.

Ed è anche una narrazione utile ai 5 Stelle perché li colloca nel ruolo di custodi della coerenza, mentre il Pd resta intrappolato nel ruolo di amministratore dell’ambiguità.

Dall’altra parte, il Pd prova a presentare la scelta come un gesto di tutela: tutela del Consiglio, tutela del dibattito, perfino tutela della stessa Albanese dal diventare bersaglio di attacchi politici.

È un argomento che può sembrare ragionevole a chi teme la trasformazione di qualunque atto istituzionale in rissa permanente.

Ma è un argomento che suona anche come un modo elegante di dire: “non vogliamo finire in mezzo”.

E la politica, quando dice “non vogliamo finire in mezzo”, sta già ammettendo che il centro non regge.

Il punto più esplosivo, però, è l’etichetta che nel titolo di molti commenti diventa “scandali” e “rivelazioni”.

In un caso come questo, la parola scandalo funziona come moltiplicatore emotivo, ma non sempre corrisponde a fatti accertati.

Nel dibattito pubblico sono circolate ricostruzioni, accuse, richieste di rimozione e polemiche internazionali attribuite ad attori esterni, comprese iniziative e pressioni di soggetti istituzionali americani.

Su questi elementi, al netto delle interpretazioni politiche, la cautela è d’obbligo perché le formulazioni cambiano molto tra “chiesta la rimozione”, “criticata l’attività”, “contestati finanziamenti”, “valutata la condotta”.

Una cosa, però, è evidente anche senza trasformare la cronaca in thriller: Albanese è diventata un bersaglio geopolitico oltre che mediatico.

E quando una figura diventa bersaglio geopolitico, ogni gesto di sostegno istituzionale in una città italiana assume un peso che va molto oltre i confini cittadini.

Torino, in questo senso, si è ritrovata al centro di una tempesta non cercata.

Il Consiglio comunale non stava discutendo una questione di quartiere, ma una questione capace di polarizzare comunità, associazioni, elettorati e perfino relazioni diplomatiche percepite.

La sinistra torinese, già attraversata da differenze di sensibilità, si è divisa lungo linee prevedibili e insieme dolorose.

C’è una sinistra che vuole tenere insieme diritti umani e istituzioni senza bruciare i ponti.

C’è una sinistra che considera i ponti già bruciati e pretende un linguaggio di rottura, perché la moderazione le appare complicità.

Il Pd, come spesso accade, è finito a fare da cerniera.

E quando fai da cerniera, se manca una porta solida, ti spezzi.

Il caso Albanese mette anche a nudo un altro nervo scoperto: la competizione interna alla sinistra sul tema Palestina.

Dopo mesi di piazze, appelli, contrapposizioni e accuse reciproche, il terreno è diventato una gara di credibilità morale.

In una gara di credibilità morale, rinviare equivale a perdere punti.

E lascia spazio a chi può dire, con semplicità brutale: “noi ci mettiamo la faccia”.

È così che un atto amministrativo diventa un capitolo di leadership.

I 5 Stelle hanno usato toni da prova di verità, parlando di coraggio, di silenzio, di ambiguità, di responsabilità.

Il Pd ha risposto parlando di numeri, di rischio di polemiche, di volontà di non trasformare la vicenda in una bandierina.

Sono due linguaggi che non si incontrano, perché uno parla all’etica come identità e l’altro parla all’etica come gestione del conflitto.

E quando due linguaggi non si incontrano, la coalizione si rompe anche se formalmente resta in piedi.

C’è poi un elemento che rende tutto più delicato: la presenza di Liliana Segre nel perimetro della polemica.

Quando il dibattito tocca Segre, in Italia, non è mai un dibattito normale.

Perché Segre non è solo una persona e non è solo una senatrice a vita.

È un simbolo civico, e mettere in discussione la sua “imparzialità” viene percepito, da molti, come un gesto che sfiora l’intollerabile.

Il Pd, che storicamente presidia quel campo simbolico, non può permettersi di apparire indulgente verso frasi che suonino come svalutazione della testimonianza di una sopravvissuta.

Allo stesso tempo, una parte della sinistra più radicalizzata rifiuta l’idea che la memoria della Shoah venga usata come scudo per sottrarre Israele a critiche sul presente.

Il risultato è una collisione emotiva, in cui ciascuno vede nell’altro una manipolazione morale.

In una collisione emotiva, la politica istituzionale tende a cercare vie d’uscita procedurali.

Ed è esattamente ciò che è accaduto a Torino: il rinvio come uscita di sicurezza.

Ma le uscite di sicurezza, se usate troppo spesso, diventano l’unica architettura del palazzo.

E un palazzo costruito solo di uscite di sicurezza non governa, scappa.

La domanda di fondo, che resta anche dopo le dichiarazioni ufficiali, è cosa accadrà ora.

Perché un rinvio non risolve il nodo, lo sposta.

Se la mozione verrà ripresentata, il Pd dovrà scegliere se ricompattare i numeri o accettare la frattura.

Se verrà lasciata morire in calendario, la scelta verrà letta come un abbandono di fatto.

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E l’abbandono di fatto, in politica, è spesso più corrosivo del no esplicito, perché comunica opportunismo.

Nel frattempo, il caso continuerà a vivere di comunicati, post e interpretazioni contrapposte.

Chi è favorevole a Albanese continuerà a descriverla come una “voce di verità” sotto attacco e dunque da proteggere.

Chi la contesta continuerà a descriverla come figura divisiva e inadatta a ricevere onori istituzionali, soprattutto in un Paese che porta sulle spalle una memoria storica così complessa.

Il Pd, stretto tra queste due narrazioni, paga un prezzo reputazionale immediato: appare come forza che teme il voto.

E temere il voto, per un partito, è l’equivalente politico di temere lo specchio.

La lezione torinese, più ampia della vicenda specifica, è che la sinistra italiana non ha ancora trovato un modo stabile di discutere di Gaza senza autodistruggersi.

Non ha ancora trovato una grammatica che tenga insieme denuncia umanitaria, tutela della memoria, rifiuto dell’antisemitismo e critica legittima a un governo straniero.

E quando manca la grammatica, ogni parola diventa detonatore, e ogni gesto diventa test di appartenenza.

In questo clima, attribuire tutto a “scandali più sporchi” può servire a infiammare la platea, ma rischia di oscurare il punto più concreto: la politica locale è stata risucchiata da una polarizzazione globale.

Torino voleva votare una cittadinanza onoraria e si è ritrovata a gestire una guerra di simboli.

Il Pd voleva evitare polemiche e ha prodotto la polemica più prevedibile: quella sulla propria paura di esporsi.

E i 5 Stelle, che vivono di scarti e di contraddizioni altrui, hanno trasformato quel passo indietro in un passo avanti per la propria narrativa.

Alla fine, il caso Albanese racconta una verità semplice e amara: nella politica contemporanea non vince chi ha l’atto più nobile, ma chi controlla meglio il significato di quell’atto.

E in questo momento il significato del rinvio, per molti cittadini, non è prudenza istituzionale.

È un partito che prova a salvare la faccia, ma finisce per perdere la postura.

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