C’è un momento in cui i numeri smettono di essere cifre astratte e diventano un colpo allo stomaco, un promemoria severo di quanto le regole, se scritte male o applicate peggio, possano presentare conti salatissimi all’intero Paese.
È quello che sta accadendo con l’inchiesta sul Superbonus, dove la Guardia di Finanza ha iniziato a scoperchiare un vaso di Pandora che non riguarda solo un cantiere o un condominio, ma un modo di scrivere leggi e di gestire gli incentivi pubblici.
Il caso emblematico parte da Lamezia Terme, ma non finisce lì.
È un tassello di un mosaico molto più ampio, fatto di crediti d’imposta fittizi, lavori non ultimati, triangolazioni sospette e responsabilità che riverberano fino ai palazzi della politica.

L’impianto è noto, e proprio per questo ancora più inquietante.
Un meccanismo nato per rilanciare l’economia, riqualificare il patrimonio edilizio, spingere l’efficientamento energetico, si è trasformato nel suo lato peggiore in una macchina vulnerabile, attraversata da furbi e professionisti dell’elusione pronti a sfruttare ogni spiraglio.
L’indagine calabrese fotografa bene la dinamica: un condominio, un cantiere mai arrivato a conclusione, un corrispettivo incassato integralmente usando il 110% come leva finanziaria, crediti generati sulla carta e monetizzati nel circuito fiscale come se il lavoro fosse stato fatto.
Il sequestro preventivo di oltre un milione di euro è la prova tangibile che lo Stato reagisce, ma è anche un campanello d’allarme per tutto il sistema.
Nell’informativa, tre figure spiccano: il rappresentante dell’impresa, il direttore dei lavori, l’amministratore condominiale.
Non è solo una filiera tecnica che deraglia, è una catena di fiducia che si spezza là dove dovevano valere controlli, verifiche, responsabilità professionali.
Non basta indignarsi, serve capire come si sia potuti arrivare a questo punto.
Il Superbonus, nel suo design originale, ha introdotto tre elementi potenti: aliquote generose fino al 110%, cessione del credito e sconto in fattura.
Tre leve pensate per sbloccare cantieri e liquidità in tempi di crisi.
Ma quando la generosità fiscale si combina con la trasferibilità del beneficio e con controlli a posteriori, il rischio di abusi cresce in modo esponenziale.
Se poi l’architettura normativa si complica in continue modifiche, circolari interpretative, proroghe a singhiozzo, eccezioni, l’ecosistema diventa ideale per chi vive di arbitraggio regolatorio.
Non sorprende, allora, che fra sequestri, segnalazioni e rettifiche, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate abbiano acceso i riflettori su fatture gonfiate, SAL fittizi, cantieri fantasma.
Lamezia Terme, in questo quadro, è un microcosmo: lavori non ultimati, ma corrispettivi portati a casa; crediti che circolano come moneta parallela, staccati dal cemento, dai ponteggi, dai cappotti termici che non ci sono o che esistono solo a metà.
Se un cantiere incompiuto arriva a generare crediti pieni, la falla non è episodica, è strutturale.
Lo dicono i numeri macro, che fanno tremare i polsi ben più della cronaca nera di un singolo appalto.
Secondo i conteggi del governo, servono decine di miliardi per coprire gli effetti di una misura che, pur avendo acceso la domanda e portato benefici reali in tanti casi, ha prodotto un debito implicito e un’esposizione di finanza pubblica difficilmente sostenibile nel medio periodo.
Le parole del vicepremier Antonio Tajani – 40 miliardi stanziati per coprire il pregresso – hanno avuto il peso specifico delle notizie che spostano l’opinione pubblica.
Perché 40 miliardi non sono una voce contabile, sono scuole, ospedali, ferrovie, riduzioni fiscali che restano sulla carta.
Sono margini di politica economica sottratti a scelte future, un fardello che pagano contribuenti ed imprese, oggi e domani.
Dentro questo quadro, la qualità della legislazione diventa il vero terreno del contendere politico.
C’è chi definisce il Superbonus “legge colabrodo”, chi lo difende a spada tratta per l’impatto sull’edilizia, chi prova a tenere insieme i due lati della medaglia: crescita di breve, squilibri di medio, e soprattutto una finestra gigantesca aperta sulle frodi.
Le cifre sui crediti inesistenti sequestrati e sulle operazioni irregolari emerse negli ultimi due anni parlano di un danno miliardario.
Dieci miliardi è la grandezza spesso evocata per il solo perimetro delle condotte fraudolente più evidenti, un’enormità se si pensa che ogni punto di PIL vale poco più di venti miliardi.
Che cosa non ha funzionato?
La risposta onesta è che sono mancati tre “filtri” simultanei: istruttorie ex ante più stringenti, responsabilità professionale con accountability effettiva e tracciabilità digitale dei cantieri fino al dettaglio.
Se l’asseverazione è trattata come un timbro, se il direttore lavori può navigare tra adempimenti formali senza un controllo sostanziale, se la cessione del credito diventa un titolo rapidamente cartolarizzabile in assenza di un’anagrafe puntuale dei lavori, allora il rischio si trasforma in certezza.
Ed è qui che l’indagine di Lamezia Terme incontra la politica con nomi e cognomi.
Il riferimento al M5S e alla stagione Conte non è un semplice riflesso polemico: è la presa d’atto che le scelte su aliquote, sconti e cessioni sono state varate in quel perimetro politico, in una fase emergenziale, e ampliate da governi successivi in un contesto di instabilità di regole.

Attribuire le frodi all’intenzione del legislatore sarebbe intellettualmente disonesto; ignorare che il disegno abbia moltiplicato gli incentivi agli abusi lo sarebbe altrettanto.
La responsabilità, in democrazia, è sempre corale: di chi scrive le norme, di chi le attua, di chi le controlla, di chi le utilizza.
Quando le maglie sono larghe, passano non solo i pesci piccoli, ma anche gli squali.
Gli esempi di spreco concreto aiutano a capire la dinamica meglio di mille grafici.
A Ostia, raccontano denunce e testimonianze, serramenti nuovi sostituiti a distanza di pochi mesi per “agganciare” il perimetro incentivante, con vecchi infissi rivenduti sottobanco e nuovi acquistati con denaro pubblico.
Non è folklore, è il sintomo di un sistema dove il margine per arbitraggio era talmente ampio da rendere razionale, per attori opportunisti, massimizzare il beneficio a prescindere dal reale miglioramento dell’immobile.
Moltiplicate questo comportamento per migliaia di condomìni e capite perché la spesa effettiva è esplosa ben oltre le stime.
Tutto questo non cancella i benefici reali del Superbonus, che ci sono stati: migliaia di edifici più efficienti, un settore edilizio salvato dalla crisi, imprese e lavoratori sostenuti in una fase difficile.
La verità, però, sta nel saldo e nella qualità della spesa.
Una misura che costa decine di miliardi deve avere una resa in termini di patrimonio pubblico e benessere collettivo adeguata al sacrificio fiscale richiesto.
Se una parte consistente di quella spesa è stata intercettata da gonfiature, truffe, o interventi che non aumentano realmente il valore sociale degli immobili, allora la politica deve correggere il tiro e, soprattutto, fare tesoro dell’errore.
Il punto che fa tremare la politica non è solo l’elenco delle frodi, ma il precedente che si crea nella mente dei cittadini: la percezione che le grandi misure espansive siano una festa per pochi e un conto per molti.
Una percezione così, se consolidata, erode la fiducia nei programmi pubblici, rende più difficile ogni futura politica industriale, spinge l’elettorato verso cinismo o rifiuto.
E senza fiducia, anche le buone politiche falliscono.
Cosa emerge davvero dalle indagini, al netto dei titoli?
Che la combo “aliquota altissima + cessione libera + controlli postumi” è tossica.
Che l’assenza di un’anagrafe digitale dei cantieri, con fotografie geolocalizzate, milestone obbligatorie e match automatici tra SAL e stato fisico dei lavori, ha favorito la creazione di crediti “di carta”.
Che il ruolo dei professionisti va responsabilizzato con cauzioni, assicurazioni e sanzioni effettive, perché la firma non può essere un atto gratuito quando attiva centinaia di migliaia di euro di credito fiscale.
Che il perimetro degli interventi incentivabili deve essere stringente e graduato per impatto climatico e antisismico, evitando di finanziare sostituzioni cosmetiche o cicli di sostituzione prematuri.
E che le banche, attori centrali nella catena della cessione, devono essere obbligate a due diligence sostanziali, non solo formali.
Il nodo politico, però, resta.
La stagione in cui il Movimento 5 Stelle ha spinto per strumenti universali e ricchi di trasferibilità fiscale ha lasciato un’eredità ambivalente: da un lato ha mostrato che lo Stato può, quando vuole, muovere risorse gigantesche in tempi rapidi; dall’altro ha dimostrato che senza ingegneria regolatoria rigorosa quelle stesse risorse possono essere dissipate o peggio, rubate.
Che a tremare oggi siano Conte e il M5S non è un dettaglio di cronaca: è la prosecuzione di un confronto sulla qualità del policymaking in Italia, sulla differenza tra intenzioni nobili e conseguenze inattese.
Dire che tutto è stato un disastro sarebbe falso; dire che tutto è andato bene sarebbe offensivo per il contribuente.
L’asticella della discussione deve alzarsi.
La Guardia di Finanza, con sequestri e informative, ha già scritto la prima metà della storia.
La seconda spetta al legislatore, che ha il dovere di chiudere le falle senza buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Se davvero vogliamo una politica degli incentivi che non sia più un bengodi per furbi né un cappio per i conti pubblici, servono scelte nette.
Vincolare l’incentivo a risultati misurabili, spostare parte del beneficio su erogazioni condizionate a collaudi terzi, ridurre la cedibilità a soggetti qualificati con tracciabilità piena, creare un catasto energetico digitale nazionale che fotografi prima/dopo con standard univoci, mettere in piedi task force miste GdF–Entrate–ANAC per controlli a campione ex ante su cantieri sopra soglie definite.
E poi comunicare chiaramente, perché la trasparenza è l’unico antidoto alla spirale di sfiducia.
C’è un’ultima dimensione che in queste settimane emerge con forza: l’equità.
Il Superbonus ha avuto una componente regressiva laddove ha favorito di più chi aveva la capacità di accesso e di anticipo (o le relazioni per muoversi nel labirinto), mentre i contribuenti a reddito medio-basso spesso sono rimasti a guardare o hanno pagato il conto dei rincari generalizzati di materiali e manodopera.
La prossima generazione di incentivi dovrà incorporare criteri distributivi più intelligenti, modulando l’intensità del contributo in base a reddito, localizzazione, vulnerabilità sismica ed energetica, e privilegiando edifici pubblici, scuole, ospedali, case popolari, dove il ritorno sociale è massimo.
Resta la politica, con le sue responsabilità.
È facile usare la clava dello scandalo per colpire gli avversari, più difficile è scrivere una buona legge, semplice da applicare e difficile da truffare.
La stagione del “bonus facile” ha toccato il suo limite.
Se questa inchiesta insegna qualcosa, è che servono meno slogan e più progettazione normativa, meno improvvisazione e più valutazione d’impatto, meno rincorsa al consenso immediato e più manutenzione delle regole.
Lamezia Terme è un monito, non un capro espiatorio.
Dentro quel cantiere mai finito ci siamo tutti: tecnici che hanno chiuso un occhio, imprese che hanno allargato le fatture, amministratori che non hanno vigilato, banche che hanno ceduto crediti come se fossero buoni pasto, ministeri che hanno cambiato le regole in corsa, Parlamento che ha allargato e ristretto senza una bussola stabile.
E poi c’è la Guardia di Finanza, che ora prova a rimettere i pezzi al loro posto, euro dopo euro.
Il conto, però, non può pagarlo solo la repressione.
Deve pagarlo la lezione imparata.
La vicenda dei 40 miliardi è già diventata un simbolo, forse l’icona più potente del dibattito su come spendiamo i soldi di tutti.
Sta ai leader – quelli chiamati in causa direttamente e quelli che oggi governano – dimostrare che l’Italia ha imparato a coniugare ambizione e prudenza.
A fare misure forti con regole forti.

A dire sì quando serve, ma a dire come, quanto, con quali garanzie e per chi.
Se questo accadrà, l’inchiesta di Lamezia Terme non resterà solo la cronaca di una frode, ma l’atto di nascita di una nuova stagione di responsabilità.
Se non accadrà, ogni cifra sequestrata sarà solo una goccia nel mare, e ogni bonus futuro nascerà già vecchio, già sospetto, già impopolare.
La verità che emerge dalle indagini non è una sentenza politica, è un invito maturo a cambiare metodo.
Chi oggi trema lo fa perché ha capito che i cittadini non si accontentano più di buone intenzioni.
Vogliono regole chiare, controlli veri, risultati misurabili.
E soprattutto pretendono che quando si parla di miliardi, non si giochi più a dadi con i soldi di tutti.
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