In Italia basta una parola per trasformare una discussione sul servizio pubblico in una guerra di religione.

Quella parola, negli ultimi anni, è “Tele-Meloni”, un’etichetta che suona come una sentenza e che viene usata per descrivere una Rai piegata al governo, occupata, addomesticata, ridotta a megafono.

Il punto è che le etichette, quando funzionano, smettono di spiegare e iniziano a sostituire la realtà.

Ed è proprio qui che si inserisce la posizione attribuita a Massimo Giletti, diventata virale perché va controcorrente rispetto al coro più rumoroso.

Non perché assolva qualcuno per simpatia, ma perché sposta la domanda dal “chi comanda” al “come funziona”, e questa è una differenza che fa tremare molti più equilibri di una polemica di giornata.

Il cuore del ragionamento è semplice, quasi banale, e proprio per questo risulta esplosivo nel dibattito televisivo contemporaneo.

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Se ogni volta che cambia il governo cambiano anche i vertici e gli equilibri dell’azienda pubblica, allora parlare di “regime” come se fosse un’eccezione storica rischia di essere più propaganda che analisi.

La parola che descrive questa dinamica, nel linguaggio della politica e delle istituzioni, è spoil system, cioè l’idea che chi vince le elezioni eserciti un’influenza sulle nomine e sulla governance degli apparati.

In Italia lo spoil system non è solo una pratica, è quasi una tradizione non scritta, con intensità diverse a seconda delle stagioni e con giustificazioni diverse a seconda di chi lo pratica.

Quando governa un campo, le nomine vengono presentate come “necessarie al pluralismo”, “un riequilibrio”, “una modernizzazione”.

Quando governa l’altro, la stessa dinamica viene spesso descritta come “occupazione”, “epurazione”, “deriva autoritaria”.

Il punto sollevato da Giletti, almeno per come viene raccontato e commentato, non è che tutto sia normale o sano.

Il punto è che la normalità del meccanismo non coincide con la sua bontà, e che continuare a raccontarlo come se fosse un colpo di Stato permanente può diventare una scorciatoia narrativa che serve più a mobilitare che a capire.

Qui conviene mettere un paletto, perché la critica alla retorica non è automaticamente una difesa dell’attuale governo.

Dire “attenzione, questa cosa esiste da decenni” non significa dire “allora va bene”.

Significa dire “se non la chiamiamo con il suo nome, non la riformeremo mai”.

La retorica del “regime”, infatti, ha un effetto collaterale curioso.

Se dipingi ogni mossa come prova di una dittatura in arrivo, rischi di bruciare il senso dell’allarme quando un problema vero si presenta davvero.

E soprattutto rischi di regalare al governo una narrativa di vittimizzazione permanente: qualunque critica diventa “accanimento”, qualunque contestazione diventa “caccia alle streghe”.

È uno dei paradossi più moderni della comunicazione politica: demonizzare l’avversario può rafforzarlo, perché lo rende il protagonista di una battaglia morale più che politica.

In quel teatro, chi governa può recitare la parte di chi “resiste al sistema”, anche quando è al potere, e questa inversione funziona benissimo in un Paese stanco e sfiduciato.

Da qui nasce l’idea, provocatoria ma non campata in aria, che trasformare Giorgia Meloni in un “mostro immaginario” finisca per renderla intoccabile sul piano elettorale.

Se l’opposizione e una parte dei media insistono soprattutto sul pericolo simbolico, sulle intenzioni presunte, sui fantasmi storici evocati a prescindere, lasciano spesso sullo sfondo le domande più concrete: salari, produttività, sanità, scuola, tasse, energia, industria.

E quando le domande concrete restano senza un’alternativa credibile, la demonizzazione diventa un surrogato della proposta.

È qui che la figura di Giletti diventa scomoda, perché non parla solo della Rai.

Parla del linguaggio con cui l’Italia racconta il potere, e quindi dei riflessi condizionati di un intero ecosistema: politica, talk show, giornali, social, tifoserie.

Secondo questa lettura, la questione non è stabilire se la Rai sia “perfetta” o “compromessa”, ma riconoscere che Viale Mazzini è da decenni un terreno di equilibrio tra partiti, correnti, governance e interessi.

Non è un segreto, è un dato strutturale della storia repubblicana, ed è anche uno dei motivi per cui ogni riforma della Rai finisce spesso in un labirinto.

Perché riformare davvero significherebbe togliere potere a qualcuno, e di solito quel qualcuno siede al tavolo che dovrebbe approvare la riforma.

La narrazione “Tele-Meloni”, però, ha un vantaggio comunicativo enorme: è immediata.

Non ti chiede di capire come funziona un consiglio di amministrazione, non ti chiede di distinguere tra indirizzo politico, autonomia editoriale, catene di comando, contratti, responsabilità.

Ti chiede solo di scegliere una parte, e scegliere una parte è più facile che capire un sistema.

Giletti, nella versione che circola, rompe proprio questa semplicità.

Dice, in sostanza, che l’isteria selettiva è ipocrisia: quando il meccanismo favoriva “i nostri” veniva normalizzato, quando favorisce “gli altri” diventa apocalisse.

Questa accusa di ipocrisia è ciò che fa più male, perché non colpisce un governo, colpisce l’autorevolezza di chi pretende di descrivere la realtà in modo superiore.

E nel mondo mediatico, l’autorevolezza è moneta.

Qui entra un secondo livello del discorso, ancora più delicato: il rapporto tra media e tribù.

La televisione, soprattutto quella dei talk, non vive solo di contenuti, vive di appartenenze riconoscibili.

Lo spettatore non sceglie sempre un programma per informarsi, spesso lo sceglie per sentirsi “a casa”, per ritrovare un lessico familiare e un set di nemici prevedibili.

In quel contesto, chi rifiuta le etichette diventa ingestibile.

Non è utile come alleato, perché non garantisce fedeltà narrativa, e non è utile come avversario, perché non recita la parte dell’avversario in modo pulito.

È questa la ragione per cui certe voci vengono percepite come “problematiche”: non perché dicano chissà quale eresia, ma perché complicano la sceneggiatura.

Quando il copione richiede che una parte sia sempre colpevole e l’altra sempre lucida, chi introduce sfumature viene trattato come un guasto tecnico.

Il punto, però, è che la politica vera non si muove per copioni, si muove per incentivi, paure, interessi, consenso e opportunità.

E anche il potere mediatico, piaccia o no, è un potere con incentivi.

Ha bisogno di storie che tengano, di figure simboliche, di parole-chiave che si ripetano e che permettano al pubblico di orientarsi senza fatica.

“Tele-Meloni” funziona così, come “macchina narrativa” prima che come diagnosi.

Ma una macchina narrativa, quando gira troppo, può consumare il motore del dibattito democratico: la capacità di distinguere tra critica legittima e iperbole utile.

C’è poi un tema che la polemica sfiora e che raramente viene discusso senza isterie: il concetto stesso di normalizzazione.

Dire che Meloni “normalizza” non significa necessariamente lodarla, significa osservare che una leader nata in un’area politica percepita come radicale ha forti incentivi a mostrarsi istituzionale, internazionale, compatibile, prevedibile.

Non è un giudizio morale, è un calcolo politico comprensibile.

Ogni gesto estremista nella propria area diventa una zavorra, perché allontana il centro e complica i rapporti esterni.

Se questa normalizzazione avviene davvero, l’opposizione che continua a combattere il “fantasma” rischia di ritrovarsi senza bersaglio credibile.

E quando non hai un bersaglio credibile, spesso alzi il volume del bersaglio simbolico, sperando che il rumore sostituisca la mancanza di presa sulla realtà.

È qui che la strategia si ritorce: più gridi al lupo, più l’elettore moderato pensa che tu stia esagerando, e più l’elettore arrabbiato si convince che il governo sia sotto attacco “del sistema”.

In entrambi i casi, chi governa incassa.

Questo non significa che non esistano problemi reali nella gestione del servizio pubblico.

Significa che gridare “regime” come unica chiave di lettura può impedire di affrontare i problemi reali con strumenti reali: regole sulle nomine, trasparenza editoriale, governance meno dipendente dalle maggioranze, tutela del pluralismo, criteri professionali verificabili.

La domanda più utile, infatti, non è “chi occupa”, ma “perché è occupabile”.

Se un’azienda pubblica cambia pelle a ogni cambio di vento, allora il problema non è solo il vento di oggi.

Il problema è l’architettura che lo permette, e quella architettura è responsabilità di chi c’era prima e di chi c’è adesso.

In questo senso, l’intervento di Giletti, al netto dei toni e delle semplificazioni che la televisione inevitabilmente produce, diventa una provocazione che potrebbe essere salutare.

Perché costringe tutti a una scelta: continuare con la guerra delle etichette o iniziare a discutere del meccanismo.

E discutere del meccanismo significa anche riconoscere una cosa scomoda per molti: i media non sono solo arbitri, sono anche giocatori.

Hanno interessi, hanno linee culturali, hanno reti di relazioni, hanno un pubblico da mantenere, e quindi hanno anche tentazioni di militanza.

Questo non li rende automaticamente “cattivi”, ma li rende umani e quindi fallibili, soprattutto quando l’ecosistema premia il conflitto e punisce la complessità.

Alla fine, la polemica non dovrebbe ridursi a un referendum su Giletti o su Meloni.

Dovrebbe diventare un’occasione per smettere di trattare gli italiani come spettatori da arruolare e ricominciare a trattarli come cittadini da informare.

Perché se la Rai è davvero un terreno di spoil system, allora l’unica risposta sensata non è urlare “dittatura” a intermittenza.

È pretendere una riforma che renda più difficile, per chiunque, trasformare il servizio pubblico in una proprietà temporanea della maggioranza di turno.

Senza questa lucidità, la narrazione dell’“occupazione” continuerà a essere utile per fare comizi, ma inutile per cambiare le cose.

E intanto, paradossalmente, continuerà anche a rafforzare proprio ciò che dice di voler abbattere: un governo che può presentarsi come bersaglio di un racconto isterico e quindi come unico argine “ragionevole” contro un’opposizione che parla più di fantasmi che di futuro.

È un esito amaro, ma tremendamente realistico.

E forse è questo il motivo per cui certe frasi, dette con tono razionale in tv, vengono percepite come “suicidio professionale”: non perché siano indicibili, ma perché tolgono ossigeno alla macchina delle appartenenze.

Quando qualcuno chiama le cose col loro nome, non fa esplodere solo una polemica.

Fa crollare una comodità collettiva, quella di credere che tutto sia sempre e solo colpa dell’altro.

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