C’è un momento, rarissimo, in cui la televisione perde il controllo di se stessa e la realtà, senza chiedere permesso, entra in studio come un’onda fredda, spazza via il copione e lascia i protagonisti a mani nude, davanti a ciò che di solito resta fuori in anticamera.

È successo su LA7, a Piazza Pulita, quando Federico Rampini ha deciso di non suonare lo spartito previsto e ha preferito l’armonia più scandalosa per un salotto mediatico: la logica.

Non è stato un urlo, non è stato uno show muscolare: è stato un massaggio cerebrale che, frase dopo frase, ha sciolto la retorica fino a renderla acqua.

La scena, all’inizio, sembrava una liturgia familiare.

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Corrado Formigli, conduttore navigato, tono grave, sopracciglio pronto a sottolineare la parola giusta, invitati selezionati tra intellettuali, analisti, commentatori di trend e coscienze sensibili, pubblico di riferimento già in sintonia con il perimetro dell’argomentazione.

Il rituale è noto: si evoca l’onda nera, si geometrizza il pericolo populista, si ricorda che “l’Europa” è il faro, si tratteggia un’Italia che va educata, non ascoltata.

In questo rituale, l’ospite “non allineato” è solitamente il punching ball di serata: serve per marcare il confine tra ciò che è accettabile e ciò che deve essere segnalato come regressivo.

Rampini ha preso posto come chi torna in un teatro che conosce a memoria, ma ha aperto il sipario su una sceneggiatura diversa.

Non ha alzato i toni.

Ha alzato il livello.

Il primo scarto è stato netto, chirurgico.

Invece di ripetere il mantra sul pericolo democratico incarnato dal governo Meloni, ha spostato la prospettiva: l’Europa non “trema” perché in Italia governano i cattivi, trema perché l’Italia ha smesso di dire “sissignore” a prescindere.

Ha messo in fila tre esempi che l’audience conosce bene ma che in quel contesto suonano come bestemmie: la Francia in affanno, la Germania in confusione, l’Italia che, piaccia o meno, sta esprimendo una linea più coerente di molte capitali considerate per anni faro civile.

Non è propaganda, è comparazione.

È qui che la regia ha cercato un cambio di passo, ma la scena non accettava più i tempi del talk.

Rampini ha continuato a tessere la trama con la stessa sobrietà che fa male alle abitudini.

Ha detto, senza compiacimento, che demonizzare chi chiede sicurezza definendolo “fascista” è una scorciatoia morale, una pigrizia intellettuale che evita di affrontare il fallimento dell’integrazione nei quartieri reali, non nelle timeline dei social.

Ha ricordato che la sinistra – quella che lui conosce bene, perché l’ha frequentata per una vita – si è chiusa nelle ZTL dei diritti cosmetici, ha discusso di linguaggi e asterischi, mentre fuori la gente contava gli euro sullo scontrino del supermercato.

Non c’erano insulti, non c’era dileggio.

C’era l’elenco delle priorità invertite.

In quello studio, il suono più rumoroso non è stato un applauso.

È stato il silenzio.

Quel silenzio denso, appiccicoso, che cala quando una frase fa centro e non esistono più scappatoie retoriche immediate.

Gli ospiti hanno smesso di cercare il consenso visivo dei compagni di tavolo, il pubblico ha trattenuto il respiro, Formigli ha guardato – per un istante – oltre camera, come se cercasse un suggeritore che non c’era.

La “mossa” del conduttore – riportare la discussione sui binari del pericolo, dell’allarme, della rassicurazione europea – si è rivelata una trappola per chi la compie: Rampini non l’ha aggirata, l’ha disinnescata.

Come?

Con la forma più offensiva per l’ortodossia del salotto: i dati.

Non percentuali random infilate per impressionare, ma comparazioni serie e andamento degli indicatori economici e politici.

Ha evocato la recessione tecnica tedesca, le difficoltà di Macron, le tensioni sociali in metropoli dove la narrazione dell’inclusione si è scontrata con la geografia della paura quotidiana.

Ha collocato l’Italia non come modello moralmente superiore, ma come caso che – nel caos generale – sta cercando una coerenza.

La frase che ha fatto più male ai nervi del salotto è stata quella più semplice: “Il voto a Meloni non è stato una svista emotiva, è stato un calcolo razionale.”

Non una resa alla pancia, ma un’operazione di autodifesa.

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Se l’Europa non protegge su concorrenza e industria, se la sinistra accusa di trogloditismo chi chiede ordine, se lo Stato tassa e consegna servizi scadenti, l’elettore medio sceglie l’opzione che promette confini e identità, oltre ai conti.

Rampini non ha detto “giusto”.

Ha detto “logico”.

È lì che il parterre ha capito che, per la prima volta dopo molto tempo, la superiorità morale – quella che in tv sempre vince ai punti – stava perdendo per abbandono.

Quando la discussione si è spostata sull’Europa come entità buro-teologica che detta e giudica, Rampini ha tolto anche l’ultima stampella dell’argomentazione consolatoria.

Ha descritto Bruxelles non come il sogno di Altiero Spinelli, ma come un gigante amministrativo che, senza una traiettoria politica chiara, preferisce il dogma alla realtà.

Ha proposto l’eresia: forse l’Italia non è il problema dell’Europa, è la sveglia dell’Europa.

Non un megafono di regressione, ma un “no” funzionale a ricalibrare priorità.

Lo si è visto nelle reazioni: imbarazzo, non indignazione.

Quando la narrazione è colpita con logica e fatti, non si alzano le voci.

Si abbassano gli sguardi.

Il momento più violento – senza un decibel fuori posto – è stato lo specchio che Rampini ha messo davanti al suo mondo d’origine.

Ha raccontato una sinistra che ama l’umanità in astratto e detesta il vicino di casa concreto.

Che firma appelli per ogni lontananza e ignora Mirafiori, Tor Bella Monaca, Bagnoli.

Che ha sostituito l’analisi dei conflitti con una pedagogia morale che non cura nulla, ma placa la coscienza dei benestanti.

È un colpo portato con la grazia del chirurgo: non lascia sangue sul pavimento, ma il dolorino arriva il giorno dopo, quando ti accorgi che l’osso è stato rimesso al suo posto.

Se cercate l’urlo, non c’è.

Se cercate il gossip, non c’è.

C’è il glitch nel Matrix: la realtà che filtra, lo studio che ammutolisce, la puntata che scivola in una dimensione non prevista.

Formigli non “cade”.

Semplicemente, rimane senza le mosse che di solito funzionano.

E gli altri ospiti – non per cattiveria, ma per incapacità di reazione – restano muti.

Non perché non abbiano argomenti, ma perché per rispondere a quella sequenza servirebbe una ristrutturazione del proprio arsenale, non un contro-comizio.

La parte più spiazzante della serata è stata la normalezza con cui è stata detta l’eresia.

Niente bandiere, niente trincee.

Solo uno scrittore e analista che ha visto il mondo, non attraverso serie TV, ma con scarpe consumate negli aeroporti e nei quartieri.

Ha raccontato l’America come la vede chi ci vive, non chi ci sogna.

Ha portato in studio la differenza tra visione e narrativa.

La televisione, che vive di narrativa, ha cercato di riprendersi la scena a suon di tempistiche.

Stacchi, grafici, contributi.

Ma ogni volta che si tornava sul tavolo, la geometria del discorso restava la stessa: realtà davanti, salotto di fianco.

Quando il programma è finito, non c’è stato il solito sorriso liberatorio.

C’è stato quel brusio da foyer di teatro dove ci si guarda e si dice: “È successo qualcosa.”

La sensazione è che la tv, almeno per un attimo, abbia perso il privilegio della mediazione.

Che il pubblico a casa abbia percepito – forse più che in studio – la linearità di un ragionamento che, al netto del tifo, rimette la discussione con i piedi per terra.

Che cosa resta, quindi?

Resta un promemoria severo.

Le parole funzionano solo se toccano i problemi dove vivono, non dove li immagina la sociologia da salotto.

La sicurezza non è un feticcio dell’“onda nera”, è un bisogno che, se non accolto, si trasforma in rancore.

L’Europa non è una liturgia, è una costruzione politica che vive o muore a seconda della sua capacità di proteggere e guidare, non di catechizzare.

La sinistra non perde perché gli italiani sono cattivi, perde quando smette di ascoltare e comincia a educare.

Il governo non vince perché la tv lo santifica, vince quando incontra la realtà e la gestisce con qualche coerenza.

Rampini non ha chiesto applausi.

Ha chiesto onestà intellettuale.

Il pubblico – in studio e a casa – ha risposto con l’unica cosa che, in questi casi, vale più di mille segnali luminosi: l’attenzione.

Nei giorni successivi, già si avverte la spinta naturale del sistema a ricomporre.

Si parlerà di “scivolone”, di “rilancio”, di “nuova puntata”.

Si tornerà a invitare chi garantisce che la cornice resti al suo posto.

È normale.

Ma qualcosa ha incrinato il vetro, e l’incrinatura resta.

La prossima volta che qualcuno chiamerà “fascista” la domanda sulla sicurezza, sarà costretto – se non vuole perdere il pubblico – a spiegare come intende risolverla, quartiere per quartiere.

La prossima volta che qualcuno userà “Europa” come un sigillo morale, dovrà dire cosa l’Europa vuole fare per l’industria, per l’energia, per i confini.

La prossima volta che si parlerà di “pancia vs testa”, ci si ricorderà che la testa non è monopolio di un ceto, e che la logica, quando entra in studio, non ha bisogno di gridare.

La tv, per funzionare, ha bisogno di copione.

La democrazia, per funzionare, ha bisogno di verità.

Per una sera, la democrazia ha vinto sulla tv.

Non perché ha fatto audience, ma perché ha fatto pensiero.

È poco?

È tantissimo.

Ed è, forse, la cosa più “politicamente scorretta” che si possa dire in un talk show.

Che pensare, ogni tanto, fa più rumore di qualsiasi rissa.

E che quel rumore, quando lo senti, non lo dimentichi più.

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