Lo studio, saturato da profumi costosi e da una tensione politica quasi palpabile, sembrava diviso in due emisferi ideologici sotto le luci fredde dei riflettori.
Da un lato del tavolo ovale, Francesca Albanese e Ilaria Salis componevano l’immagine esatta della sinistra radicale contemporanea: rigore istituzionale, parole in punta di trattato, e l’irrequietezza militante di chi ha trasformato il banco degli imputati in uno scranno parlamentare.
Dall’altro lato, sola e perfettamente a suo agio nell’accerchiamento, Giorgia Meloni osservava a braccia conserte, un mezzo sorriso ironico che prometteva tempesta.
La prima a parlare fu Albanese.
La sua voce, pacata e monocorde, si alzò come una sentenza inappellabile.

Senza guardare la premier, dispose i fogli davanti a sé e inaugurò un monologo sulla libertà di stampa e sul diritto al dissenso, accusando il governo di aver creato un clima di intimidazione insostenibile.
Parlò di spazi civici che si restringono, di voci critiche criminalizzate, di una narrazione istituzionale che soffoca le proteste legittime, soprattutto quelle legate alle crisi internazionali.
Sostenne che definire “violenza” semplici manifestazioni di disagio politico o atti di monitoraggio civico fosse il segno distintivo di un potere che teme la verità.
“Lei, presidente”, disse infine alzando lo sguardo, “sta trasformando l’Italia in un Paese dove chi protesta per i diritti umani viene trattato come un terrorista”.
La eco militante arrivò subito da Ilaria Salis.
Con tono più acceso, rivendicò la necessità di rompere le regole quando le regole diventano ingiuste.
La vera violenza, disse, non sta in chi scende in piazza o contesta i poteri forti, ma nello Stato che affama i cittadini.
Rivendicò il diritto alla resistenza, sostenendo che le azioni dirette, anche quelle più forti, fossero l’unico modo per svegliare una società addormentata dalla propaganda di destra.
Meloni lasciò scemare il brusio di approvazione del pubblico di parte.
Poi si sporse lentamente in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo con una calma graffiante.
“Ho ascoltato con grande attenzione”, esordì.
“Ed è affascinante sentirvi parlare di libertà di stampa e di diritti.
Soprattutto da lei, dottoressa Albanese”.
La premier non alzò la voce, ma mutò il quadro.
“Sa a cosa si riferisce, vero?
A quei ‘gentiluomini’ che hanno assaltato la sede de La Stampa, prendendo a calci le vetrine e minacciando i giornalisti perché non scrivevano ciò che piaceva a loro.
E lei, relatrice ONU, invece di condannare senza se e senza ma un attacco alla libera stampa, cosa fa?
Lo giustifica.
Lo chiama monito.
Ci spiega che bisogna capire il contesto”.
La pausa che seguì pesò come un macigno.
“Vede, questa è la vostra doppia morale, quella che fa voltare lo stomaco agli italiani onesti.
Quando quattro scappati assaltarono la sede della CGIL, io e tutti gridammo allo squadrismo.
Ma quando i vostri bravi ragazzi assaltano un giornale, allora no: è disagio, è protesta, è un monito”.
Albanese provò a interrompere, irritata, per dire che non si trattava di giustificare la violenza, ma di comprenderne le ragioni.
Meloni, però, non concesse tregua e spostò il mirino su Salis.
“E poi c’è lei, onorevole Salis”, calcò con sarcasmo sul titolo.
“Mi dica, in quale universo parallelo occupare la casa di un anziano o togliere un alloggio popolare a una famiglia disabile in graduatoria da dieci anni è un atto di resistenza?”
Salis scattò sulla sedia, viso paonazzo.
“L’occupazione è una necessità, le case sfitte sono un insulto alla miseria, noi diamo un tetto a chi non ce l’ha”, urlò cercando l’applauso.
“No, onorevole, non ci provi”, ribatté Meloni, con un sorriso gelido che non arrivava agli occhi.
“Non siete Robin Hood.
Siete solo prepotenti.
Lei non rubava ai ricchi per dare ai poveri: toglieva diritti ai deboli per affermare una ideologia illegale”.
Poi l’affondo politico.
“La cosa più vergognosa non è quello che ha fatto lei.
È quello che ha fatto la sinistra italiana: invece di chiedere scusa agli anziani con la serratura cambiata, vi ha candidati, vi ha mandati in Europa con stipendi e immunità.
Ha premiato l’illegalità.
Ha detto agli italiani onesti che pagano affitto e mutuo con sudore: siete dei fessi”.
Il silenzio successivo non era vuoto, ma pieno come piombo.
Le parole avevano trasformato il dibattito in una trincea.
Albanese, rigida fino a poco prima, parve vacillare sotto l’accusa di essere l’avvocato d’ufficio dei violenti.
Si sistemò gli occhiali, facendo passare la lente tra un paternalismo indispettito e il disprezzo intellettuale.
“Presidente”, riprese, “lei semplifica questioni complesse per darle in pasto alla pancia dell’elettorato.
Citare l’episodio della Stampa in modo brutale è un diversivo.
Il vero scandalo è la disinformazione sistematica.
Quelli non erano vandali assetati di distruzione, ma attivisti esasperati da campagne diffamatorie.
Condannare il gesto senza analizzare la violenza della penna che lo ha provocato è ipocrisia”.
Prima che Meloni replicasse, Salis tornò in scia.
Le mani tremavano d’adrenalina.
Accusò la premier di brandire la “legalità” come clava contro i poveri e di nascondere, con la retorica sui “figli di papà”, il fallimento delle politiche abitative della destra.
“Le occupazioni non sono prepotenza”, disse, “sono supplenza a uno Stato assente.
Mentre regalate condoni agli evasori e proteggete le banche, noi siamo nelle strade a garantire che nessuno dorma al freddo.
È legittima difesa sociale contro la speculazione”.
Meloni ascoltò lo sfogo con un’espressione indecifrabile.
Quando riprese la parola, il timbro era sceso di un’ottava, un sussurro minaccioso che trattenne il fiato in sala.
Si rivolse prima ad Albanese, ignorando i fogli sul tavolo come fossero superflui.
“Lei si rende conto della gravità inaudita di quanto ha appena detto in diretta nazionale?
Lei è funzionaria ONU, pagata per difendere i diritti umani, tra cui la libertà di espressione.
Ed è venuta qui a dirci che se un giornale scrive cose che non le piacciono, è fisiologico prenderlo a calci e minacciare i cronisti?
Lei sta teorizzando la giustizia sommaria contro la stampa”.
Poi il “gioco di immaginazione”.
“Domani mattina, immaginiamo militanti di destra sotto la sede di Repubblica o Domani, tirano sassi e imbrattano muri.
Lei cosa direbbe?
‘Monito’?
Capire il contesto?
No: gridereste al ritorno delle squadracce fasciste, al colpo di Stato.
Chiedereste scioglimenti e dimissioni.
Questa è la vostra vergogna: il doppio peso morale”.
Senza respiro, la premier ruotò verso Salis.
“Veniamo a lei, onorevole, o dovrei dire ‘occupante’.
Le case che occupate sono quelle popolari dell’ATER, costruite coi soldi dei lavoratori.
Quando sfonda una porta e ci mette dentro amici o se stessa, ruba il posto a una famiglia povera, a un anziano, a un disabile in graduatoria.
La vostra è una giustizia di casta: racket di quartiere, zone franche dove lo Stato non entra, arroganza che chiama impunità ‘lotta’”.
Salis tentò di negare, gridando che non esiste alcun racket.
La premier alzò il tono, senza urlare.
“È la meritocrazia al contrario della sinistra: premiate il peggio.
Trasformate il Parlamento europeo in un centro di recupero per pregiudicati politici.
Lei siede lì non per merito o competenza, ma perché serve un totem ideologico.
È il simbolo del fallimento morale di una sinistra che ha smesso di stare con gli operai per stare con chi infrange la legge”.
Lo studio piombò in un silenzio irreale.
Salis era livida, la bocca aperta in un grido muto di indignazione.
Meloni rimase immobile, lo sguardo fisso, consapevole di aver toccato un nervo scoperto.
Lo scontro si era rivelato per ciò che era: uno scontro tra due mondi, quello che giustifica il mezzo in nome del fine ideologico e quello che chiede brutalmente il rispetto delle regole elementari.
Albanese colse la palla al balzo, tentando l’alzata di livello diplomatico.
“L’Italia sotto la destra è un paria dei diritti civili”, disse, “un governo che tratta gli attivisti da criminali e i criminali da martiri.
Avete sdoganato un linguaggio d’odio che arma le mani contro minoranze e giornalisti scomodi.
La storia vi giudicherà: avete scelto i muri, non i ponti”.
Meloni mantenne una calma quasi innaturale, come una predatrice prima del colpo finale.
“Onorevole Salis”, riprese con un sorriso amaro, “è vero: mi sono mossa personalmente per garantirle trattamento dignitoso in Ungheria.
Perché difendo i cittadini italiani, anche chi mi detesta.
Ma non confonda garantismo con innocenza.

Lei non era in gita: è accusata di spedizioni punitive, persone massacrate e martellate in strada.
Lo chiama antifascismo?
Io lo chiamo squadrismo”.
Si voltò verso Albanese.
“Lei parla di paria e vergogna internazionale.
In quale mondo vive?
L’Italia oggi è centrale, rispettata, ascoltata.
Ai vertici chiedono come abbiamo fatto a ripartire più della Germania, non le vostre fantasie sulla deriva autoritaria.
Gli unici a parlare male dell’Italia siete voi, nei corridoi delle cancellerie e dell’ONU, a chiedere sanzioni contro il vostro Paese perché non accettate il voto”.
La premier si alzò, dominando la scena.
“Guardatevi: siete l’immagine perfetta della sinistra di oggi.
Due facce della stessa medaglia arrugginita.
Lei, Albanese: la teoria, che usa carta intestata ONU per intellettualizzare la violenza e dare patente all’odio politico.
Lei, Salis: la pratica, eletta non per competenza ma per una narrazione che confonde teppismo con partigianeria”.
La voce si fece piena, senza bisogno di urlare.
“Siete il partito della ZTL che gioca alla rivoluzione con la pelle degli altri.
Difendete il capriccio del violento e calpestate il diritto della persona perbene.
La vera resistenza la fanno i pensionati con la minima che non rubano, i padri che pagano le tasse e rispettano la fila.
Se un commerciante sbaglia uno scontrino, lo trattate da evasore.
Se un vostro amico devasta una piazza, scatta la tutela, la candidatura, l’immunità”.
Meloni si sporse sul tavolo, i palmi aperti come prova.
“Questa è la vostra giustizia: di casta.
Tessere, circoli giusti, impunità garantita.
Gli italiani vi hanno voltato le spalle non perché sono fascisti, ma perché hanno visto il re nudo: per voi la legge non è uguale per tutti.
Per gli amici si interpreta, per i nemici si applica con ferocia”.
Le luci si fecero più crude.
Albanese, di solito imperturbabile, aveva perso il suo aplomb.
Le mani cercavano tra le carte una risoluzione che facesse da scudo, ma trovavano solo fogli bianchi.
Salis era scivolata nel mutismo livido, fissando un punto vuoto, sconfitta sul terreno che credeva suo: quello della morale e della vicinanza agli ultimi, rovesciato in vicinanza ai privilegiati dell’illegalità.
Meloni non attese repliche.
Raccolse gli appunti con un gesto secco.
Il rumore della carta sul tavolo suonò come un martelletto che chiude l’udienza.
Senza degnare di un altro sguardo, sistemò la giacca e si voltò verso la telecamera.
Il silenzio cadde come una sentenza inappellabile sulla credibilità politica delle sue avversarie.
Il dibattito era finito.
E con esso l’illusione che la retorica dei diritti potesse ancora coprire la realtà dei fatti.
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