In Italia la politica non litiga più soltanto sulle leggi, perché litiga sul racconto delle leggi.

E quando il racconto diventa terreno di battaglia, basta una parola come “dossier” per trasformare una polemica in un caso nazionale.

È in questo clima, saturo di sospetti e di appartenenze, che esplode lo scontro tra il Movimento 5 Stelle e Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale, con sullo sfondo il nome di Report e, soprattutto, una domanda che taglia più delle accuse: chi controlla i controllori.

La miccia, nella ricostruzione che circola, nasce da un articolo presentato come “scoop” su un presunto sistema di dossieraggio che lambirebbe ambienti informativi e istituzionali.

Il punto, qui, è già delicatissimo, perché “dossieraggio” può significare tutto e niente, e spesso viene usato come parola-ombrello per insinuare reti occulte senza portare, nello spazio pubblico, elementi solidi e verificabili.

Quando una vicenda è così, la tentazione mediatica è sempre la stessa: accelerare, personalizzare, alzare il volume, trasformare un tema tecnico in un duello morale.

E il duello morale, in televisione e sui social, rende più della pazienza delle verifiche.

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Il Movimento 5 Stelle, secondo la dinamica riportata, reagisce con toni duri, anche attraverso la voce di una sua esponente parlamentare, contestando il piano deontologico e l’opportunità di certe campagne.

Il bersaglio non è solo l’articolo, ma il ruolo stesso del direttore che lo firma o lo guida, soprattutto se nel dibattito entrano riferimenti a collaborazioni, consulenze o presenze nel perimetro del servizio pubblico.

La critica, nella sostanza, suona così: non si può ergersi a giudice morale dall’esterno e al tempo stesso orbitare, anche marginalmente, dentro l’ecosistema che si sta colpendo.

È un argomento che funziona perché parla di coerenza e conflitto d’interessi, cioè di due parole che il pubblico capisce prima ancora di conoscere i dettagli.

Cerno, dal canto suo, risponde con una postura che la comunicazione contemporanea premia quasi sempre: la difesa della libertà di stampa in chiave identitaria.

Non è una difesa solo tecnica, del tipo “ho pubblicato ciò che è verificato”, ma una difesa di principio, del tipo “nessuno mi dirà cosa posso scrivere”.

Dentro quel frame, chi contesta diventa automaticamente un aspirante censore, e chi pubblica diventa automaticamente un resistente.

È un meccanismo potente, perché sposta la discussione dai fatti alla morale del gesto.

E quando il dibattito scivola sul gesto, i fatti diventano accessori, utili solo come scenografia per stabilire chi sia “libero” e chi sia “autoritaroide”.

In parallelo, il centrodestra, sempre secondo la narrazione politica tipica di questi casi, fa quadrato attorno al direttore e trasforma la polemica in una questione di principio: non si tocca la stampa, non si intimidiscono i giornali, non si pretende il silenzio.

È una linea difensiva prevedibile, ma efficace, perché risponde a un istinto democratico reale, cioè l’idea che la libertà di cronaca sia un bene fragile.

Il problema, però, è che in Italia la libertà di cronaca viene spesso invocata anche per proteggere contenuti che non sono cronaca, ma guerra di posizionamento.

E allora la questione diventa più scomoda: come si difende la libertà di stampa senza trasformarla nel paravento perfetto per insinuazioni non dimostrate.

Qui entra in scena Report, non tanto come singolo programma, ma come simbolo.

Per una parte dell’opinione pubblica, Report è una roccaforte dell’inchiesta che dà fastidio ai poteri, e proprio per questo viene attaccata.

Per un’altra parte, Report è un attore politico travestito da giornalismo, e proprio per questo andrebbe ridimensionato.

Quando un simbolo divide così, qualsiasi storia che lo lambisce diventa automaticamente una guerra di religione.

E nelle guerre di religione mediatiche, la cosa più rara è la verifica tranquilla.

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Il tema “dossieraggio”, inoltre, ha un fascino malato, perché promette sempre l’accesso a un retrobottega proibito.

Basta evocare “documenti”, “nomi”, “reti” e “collegamenti” per dare allo spettatore l’impressione che dietro le quinte esista una regia permanente.

A volte è vero che esistono abusi, archivi impropri, uso distorto di dati e rapporti opachi.

A volte, invece, esiste solo la scorciatoia narrativa che vende sospetto come se fosse prova.

Il compito del giornalismo serio è distinguere i due casi, e farlo pubblicamente, con fonti, contesto e contraddittorio.

Il compito della politica seria, invece, sarebbe non trasformare ogni inchiesta o presunta inchiesta in una resa dei conti identitaria.

Perché quando la politica entra in modalità “noi contro loro”, il cittadino smette di chiedersi “è vero” e inizia a chiedersi “da che parte sta”.

E se la domanda diventa “da che parte sta”, la verità perde sempre, anche quando sarebbe disponibile.

In questo scontro si inserisce un altro elemento che rende tutto esplosivo: la RAI.

Il servizio pubblico non è un’azienda qualsiasi, perché vive di una promessa implicita di terzietà, pluralismo e responsabilità.

Quando una vicenda tocca anche solo di striscio consulenze, collaborazioni e perimetri di compatibilità, la sensibilità si alza, e spesso si alza più per riflesso politico che per vera esigenza di trasparenza.

Il punto, però, resta reale: se il servizio pubblico è un campo di battaglia permanente, allora ogni sua figura viene letta come pedina.

E se ogni figura è una pedina, nessuno viene più creduto nemmeno quando dice la verità.

È qui che la polemica si sposta dai talk show alle sedi istituzionali, con l’ipotesi di portare il tema in Commissione antimafia o in altri ambiti di controllo.

Questa traslazione è tipica dell’Italia contemporanea: si parte da una pagina di giornale e si finisce con un annuncio di “audizioni”, “atti”, “dossier”.

A volte è un passaggio necessario, perché i dati sensibili e le eventuali pressioni vanno chiariti nelle sedi giuste.

A volte è solo una prosecuzione della guerra con altri mezzi, cioè un modo per dare al conflitto un’aura istituzionale senza ancora aver dimostrato nulla.

Il pubblico, intanto, viene trascinato in una sensazione precisa: “c’è qualcosa sotto”.

Ed è una sensazione che oggi vale più di qualunque prova, perché viviamo in un’epoca in cui la fiducia è bassa e l’idea del complotto è una scorciatoia cognitiva comoda.

Ma se tutto diventa complotto, allora niente lo è più, e le vere zone d’ombra si confondono con la nebbia del rumore.

Il punto più pericoloso di questa storia è l’uso disinvolto dell’espressione “dossier riservati”.

“Riservato” è una parola che accende la curiosità e spegne il senso critico, perché suggerisce che chi parla abbia accesso a un livello superiore di realtà.

Ma in democrazia la realtà superiore non è quella riservata, è quella dimostrabile.

Se esistono documenti autentici e rilevanti, vanno descritti con precisione, contestualizzati, sottoposti a riscontro e, quando possibile, resi consultabili o almeno verificabili da più fonti indipendenti.

Se invece non esistono, o esistono in forma parziale e non controllabile, chiamarli “dossier” significa solo costruire un’arma narrativa.

E le armi narrative hanno una particolarità: non colpiscono solo il bersaglio, colpiscono la fiducia generale nel sistema informativo.

Dentro questo scontro, Cerno viene rappresentato come un gladiatore della libertà di parola, e il M5S viene rappresentato come un partito nervoso che tenta di chiudere la bocca a chi pubblica notizie scomode.

È una rappresentazione che funziona perché è semplice, ma la semplicità, in queste storie, è quasi sempre un imbroglio emotivo.

Un partito può criticare un giornale senza voler censurare, così come un giornale può invocare la libertà di stampa senza essere impeccabile sul piano della verifica.

Il problema è che la televisione e i social non premiano le frasi che tengono insieme due verità, premiano le frasi che inchiodano l’avversario a una caricatura.

E così il dibattito si sposta, come sempre, dal merito alla reputazione.

La reputazione di Report.

La reputazione della RAI.

La reputazione di un direttore di giornale.

La reputazione di un movimento politico che nacque contro la “casta” e che oggi viene accusato, dai suoi avversari, di comportarsi da establishment quando si tratta di difendere i propri riferimenti culturali.

È qui che il paradosso diventa narrativamente irresistibile: chi voleva “aprire tutto” viene dipinto come chi vorrebbe “chiudere tutto”.

Ma proprio i paradossi sono il luogo preferito della propaganda, perché permettono di dire una cosa vera e falsa insieme, e di farla sembrare inevitabile.

La domanda seria, quella che resta anche quando le clip si spengono, è un’altra: come si gestiscono in modo trasparente i confini tra giornalismo, consulenze, servizio pubblico e conflitti di interessi.

E ancora: come si tutela la libertà di stampa senza trasformare il giornalismo in un’industria di insinuazioni che vivono di impunità retorica.

La risposta non può essere il bavaglio, perché il bavaglio è sempre una sconfitta democratica.

La risposta non può essere nemmeno il “pubblichiamo tutto e poi si vedrà”, perché senza responsabilità la libertà si degrada in cinismo.

La risposta, se esiste, sta nella tracciabilità delle fonti, nella nettezza tra fatti e opinioni, e nella disponibilità a correggere pubblicamente quando si sbaglia, senza trattare ogni rettifica come un’umiliazione.

Questa vicenda, al netto dei toni, segnala che l’Italia non ha solo un problema di informazione, ma un problema di fiducia.

Quando la fiducia manca, ogni notizia viene letta come attacco e ogni attacco viene letto come difesa, in un circuito che non produce conoscenza, produce solo appartenenza.

E se la conoscenza viene sostituita dall’appartenenza, il cittadino perde due volte: perde la capacità di capire, e perde la capacità di scegliere.

Il rischio finale è che “dossieraggio” diventi una parola passepartout, utile a colpire qualsiasi avversario senza dover dimostrare il cuore dell’accusa.

Se invece dietro la parola ci sono fatti concreti, allora l’unico modo per farli valere è portarli alla luce con metodo, senza teatralizzarli, e senza trasformarli in un’arma di fazione.

Perché quando anche la verità diventa fazione, la verità smette di liberare e inizia soltanto a ferire.

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