Ci sono momenti in cui la politica smette di discutere i contenuti e inizia a contendersi il telecomando, perché controllare il racconto spesso vale più di qualunque legge.
Il caso che ruota attorno a Tommaso Cerno, alle polemiche su Report e alle mosse del Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza RAI viene percepito, da una parte dell’opinione pubblica, come l’ennesima prova che il servizio pubblico resta un territorio occupato.
Non è una sensazione nuova, ma quando esplode diventa sempre la stessa domanda, semplice e imbarazzante: chi decide davvero chi può parlare in televisione.
La scena, raccontata con toni da thriller istituzionale sui social e nei retroscena, è quella di Viale Mazzini trasformata in una trincea, con comunicati, interrogazioni e prese di posizione che sembrano più armi che strumenti democratici.
In questa narrazione, il bersaglio non sarebbe un’idea o una linea editoriale, ma una persona, e colpire una persona è il modo più rapido per mandare un messaggio a tutti gli altri.
Il Movimento 5 Stelle ha contestato con durezza il ruolo e le uscite di Cerno, chiedendo chiarimenti e alimentando l’ipotesi di provvedimenti, e per i sostenitori del direttore questo equivale a un tentativo di “bavaglio”.
Per i critici di Cerno, invece, il punto non sarebbe censurare, ma pretendere responsabilità da chi ricopre incarichi in un’azienda pubblica e parla da posizioni di potere mediatico.

In mezzo, come spesso accade, c’è il nodo più vero e più scomodo: la RAI non è un semplice editore, è un’infrastruttura democratica, e ogni sua frizione diventa automaticamente un caso di sistema.
Quando un partito interviene su un volto, su un direttore, su una trasmissione, lo fa sempre dicendo di difendere l’interesse pubblico, ma il pubblico, da anni, sente odore di regolamento di conti.
L’odore non è una prova, ma è un clima, e i climi contano perché cambiano i comportamenti, spingono all’autocensura, alimentano il sospetto, avvelenano la fiducia.
Il racconto più duro paragona queste dinamiche a modelli di controllo “alla DDR” o “alla Venezuela”, usando immagini estreme per descrivere un meccanismo più semplice: punire chi rompe il copione.
Sono metafore iperboliche, e proprio per questo funzionano, perché una metafora non deve essere precisa, deve essere memorabile.
Ma il problema non è la forza dell’immagine, è ciò che l’immagine rivela del rapporto malato tra politica e informazione pubblica in Italia.
La RAI, da decenni, è il trofeo dei vincitori e la consolazione dei perdenti, e la sua governance continua a rendere plausibile l’idea che ogni nomina sia un segnale politico.
In un sistema così, la libertà editoriale esiste, ma resta fragile, perché deve convivere con l’aspettativa, mai detta ma sempre presente, di un equilibrio tra correnti e partiti.
Quando poi il conflitto coinvolge Report e Sigfrido Ranucci, cioè un marchio editoriale percepito da molti come simbolo dell’inchiesta televisiva italiana, la temperatura sale subito.
Perché Report non è soltanto un programma, è un’identità, e quando attacchi un’identità, chi la difende non discute più i dettagli, difende un territorio simbolico.
Cerno, dal canto suo, è una figura divisiva per natura, e la divisione è un carburante potente nel mercato dell’attenzione, dove vince chi polarizza.
Il punto politico diventa allora questo: quando un direttore attacca duramente un metodo giornalistico e un partito reagisce con strumenti parlamentari, siamo davanti a controllo o a controllo democratico.
La differenza sembra sottile, ma è tutto, perché nel primo caso si soffoca il pluralismo, nel secondo lo si esercita pretendendo trasparenza e correttezza.
Il guaio è che, nel sistema mediatico italiano, la linea di confine viene percepita come mobile, e la mobilità del confine genera paura.
La paura si vede nelle redazioni quando le persone iniziano a chiedersi non “è vero”, ma “mi conviene dirlo”, e quando il calcolo di convenienza sostituisce l’istinto professionale.
I sostenitori di Cerno descrivono la richiesta di provvedimenti come un avvertimento, quasi un cartello luminoso: se tocchi certi intoccabili, il sistema ti chiude le porte.
I detrattori ribaltano la lettura e dicono che l’intoccabile sarebbe semmai chi usa la provocazione per creare rumore e poi grida alla censura quando riceve critiche.
Il caso diventa più spinoso quando entra in scena il tema delle fonti, dei “dossier”, delle ricostruzioni e dei legami insinuati tra giornalismo investigativo e zone grigie del potere.
Qui la discussione rischia di farsi tossica, perché parlare di “dossieraggio” è facile, dimostrarlo è difficile, e intanto la parola resta, e la parola avvelena.
Nel frattempo, ciò che dovrebbe interessare al cittadino è più concreto di qualsiasi spy story: esiste un meccanismo che può spingere la RAI a rimuovere o ridimensionare una voce per ragioni politiche.
Se quel meccanismo esiste, anche solo come tentazione, non è un problema di una parte, è un problema strutturale.
Se quel meccanismo non esiste e tutto è solo un regolamento interno o una disputa deontologica, allora va chiarito con atti trasparenti, perché l’opacità crea mostri.
La parola “bavaglio” è potente perché trasforma la vicenda in una storia di libertà contro potere, e nessuno vuole stare dalla parte del potere che zittisce.
Ma proprio perché è potente, va maneggiata con cautela, perché altrimenti diventa un’arma retorica identica a quelle che denuncia.
L’accusa più pesante rivolta al M5S, in questa narrazione, è che un movimento nato per “aprire” le istituzioni ora userebbe le istituzioni per chiudere la bocca ai critici.
È una contraddizione che colpisce, perché la coerenza è la prima cosa che il pubblico misura, anche quando non conosce i dettagli.
E infatti il vero terreno di battaglia non sono i regolamenti RAI, ma la percezione di coerenza, perché la politica contemporanea vive di reputazione più che di norme.
Se passa l’idea che un partito usi la Vigilanza per colpire un giornalista scomodo, quel partito paga un prezzo simbolico altissimo, anche se formalmente “ha solo chiesto chiarimenti”.
Se passa l’idea opposta, cioè che un direttore giochi allo scontro per guadagnare visibilità e immunità preventiva, allora a pagare è l’idea stessa di libertà di stampa, che viene ridotta a scudo personale.
In questo groviglio, c’è un aspetto che spesso viene ignorato: il servizio pubblico non può funzionare come una guerra di clan senza perdere credibilità.
Quando lo spettatore percepisce che la TV pagata dal canone è una rissa permanente tra fazioni, smette di fidarsi non solo dei programmi, ma dell’istituzione.
E quando la fiducia crolla, cresce lo spazio per le piattaforme e le echo chamber, dove non esistono regole comuni e la verifica diventa optional.
Il caso Cerno diventa quindi un caso-esempio di un problema più grande, che non riguarda soltanto chi ha ragione oggi, ma quali incentivi stiamo creando per il giornalismo di domani.
Se un giovane cronista vede che l’avanzamento dipende dall’ombrello politico o dalla capacità di schierarsi, imparerà a cercare protezioni, non notizie.
Se vede che basta toccare un nervo per finire in un tritacarne, imparerà a evitare i nervi, e così muore l’inchiesta vera, quella che dà fastidio a tutti.
La libertà editoriale non muore solo quando qualcuno viene espulso, muore anche quando tutti iniziano a parlare con il freno a mano tirato.
Qui sta il punto più serio della polemica: non è necessario che esista una censura formale perché il sistema produca silenzio.
Basta che esista l’aspettativa di una ritorsione, basta che esista una zona grigia in cui “non si sa mai”, e il lavoro cambia natura.
La Commissione di Vigilanza, in teoria, dovrebbe essere uno strumento di garanzia e controllo democratico sul servizio pubblico, non un’arena per vendette.
Ogni volta che appare come arena, perde autorevolezza, e trascina con sé l’idea stessa di controllo parlamentare, che in una democrazia serve davvero.
L’altra faccia della medaglia è che la RAI, proprio perché pubblica, non può essere un far west, e chi vi lavora ha doveri di correttezza, equilibrio e rispetto delle regole interne.
È qui che la discussione dovrebbe tornare concreta, perché si può difendere il pluralismo senza trasformare ogni contestazione in “epurazione”.
E si può pretendere rigore senza trasformare ogni critica a un programma in “odio” o “delegittimazione” per definizione.
La cosa che rende tutto più incendiario è l’uso della moralità come clava, perché appena una parte si autoattribuisce la superiorità etica, l’altra risponde con l’accusa di regime.
Il dibattito, a quel punto, smette di essere verificabile, perché non riguarda più fatti controllabili, ma intenzioni attribuite e identità contrapposte.
La storia recente italiana è piena di esempi in cui la televisione pubblica è diventata teatro di editti, pressioni, compensazioni, riequilibri e vendette più o meno mascherate.
Proprio per questo la sensibilità del pubblico è alta, e basta un sospetto per far scattare l’allarme.
Il rischio, però, è che l’allarme diventi rumore, e che il rumore renda indistinguibili i casi veri da quelli gonfiati.

Se tutto è censura, allora niente lo è, e quando arriva un caso realmente grave, non si trova più la lingua per denunciarlo.
Eppure il punto politico resta, duro come un chiodo: la RAI dovrebbe essere il luogo in cui la pluralità non è concessione, ma regola strutturale.
Quando un partito chiede la testa di qualcuno, o viene percepito come se lo facesse, dovrebbe spiegare in modo trasparente su quali norme, su quali fatti, su quale interesse pubblico fonda la richiesta.
Quando un giornalista o un direttore denuncia un “disegno”, dovrebbe distinguere tra attacchi politici legittimi e tentativi concreti di rimozione, perché altrimenti la parola “disegno” diventa un passepartout che spiega tutto e niente.
In questa storia c’è anche una questione di stile del potere: la democrazia non si difende soltanto con le leggi, ma con il modo in cui le istituzioni trattano il dissenso.
Un dissenso trattato come minaccia produce radicalizzazione, e una radicalizzazione produce più sospetto, e più sospetto produce più controllo, in un circolo vizioso.
Il “bavaglio” di cui parlano alcuni potrebbe essere una forzatura retorica, ma è una forzatura che attecchisce perché la fiducia è bassa e la memoria degli abusi è lunga.
La domanda “chi sarà il prossimo” diventa virale perché è semplice e perché tocca chiunque lavori con le parole, non soltanto chi va in onda.
E quando una società inizia a pensare in termini di prossimi bersagli, significa che il sistema della fiducia è già compromesso.
Il vero antidoto, qui, non è scegliere una fazione, ma pretendere regole chiare e applicate in modo prevedibile, lontane dall’arbitrio e dai riflessi di partito.
Se la RAI resta una leva di potere, ogni partito, prima o poi, vorrà usarla, anche chi oggi si indigna e chi oggi accusa.
La libertà di informazione, invece, non dovrebbe dipendere da chi è momentaneamente forte, ma da garanzie che resistono ai cambi di maggioranza.
Il caso Cerno, comunque lo si giudichi, mette sotto i riflettori l’aspetto più fragile del nostro ecosistema pubblico: la difficoltà di accettare davvero il pluralismo quando il pluralismo fa male.
Finché lo accettiamo solo quando ci conviene, continueremo a vivere di “dossieropoli” reali o immaginate, e ogni polemica diventerà un referendum sulla libertà.
In un Paese che si divide su tutto, l’unica cosa che dovrebbe unire è una pretesa minima: nessun partito deve poter trasformare il servizio pubblico in un ufficio punizioni, e nessun professionista deve poter trasformare il servizio pubblico in un ring personale.
Se questo equilibrio non regge, non vince la destra o la sinistra, vince soltanto la sfiducia, che è la forma più efficace di silenzio collettivo.
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