In Italia basta pochissimo perché una crisi internazionale, vera o presunta, diventi una rissa domestica con le maglie già pronte nello spogliatoio.
E quando la politica si trasforma in tifo, la domanda non è più “che cosa è successo” ma “da che parte stai”.
È in questo clima che Roberto Vannacci, europarlamentare leghista e personaggio ormai stabilmente dentro la macchina della viralità, ha pubblicato un video destinato a far discutere.
Un video in cui, usando il “caso Venezuela” come innesco, prova a ribaltare la cornice morale con cui l’Europa racconta l’Ucraina, gli Stati Uniti e il diritto internazionale.
La frase che resta appiccicata come uno slogan è quella che suona come un congedo dalla retorica: “Benvenuti nel mondo reale e addio al mondo delle percezioni”.
È una chiusura perfetta per il linguaggio social, perché promette rivelazione, smaschera ipocrisie e lascia intendere che qualcuno, da qualche parte, stia mentendo.

Ma proprio perché il format è potentissimo, vale la pena distinguere tre piani che nel dibattito italiano si confondono di continuo: i fatti verificati, le interpretazioni politiche e la propaganda.
Il “caso Venezuela” a cui il video fa riferimento viene raccontato online con toni e dettagli che, in assenza di conferme ufficiali e ricostruzioni indipendenti solide, andrebbero trattati con prudenza.
Nella circolazione social, infatti, episodi complessi vengono spesso semplificati in una trama unica, con attori chiarissimi e un finale già scritto.
E quella trama diventa poi carburante per la politica nazionale, che non aspetta la verifica perché la verifica rallenta il conflitto, mentre il conflitto porta attenzione.
Dentro questa dinamica, Vannacci fa un’operazione comunicativa molto precisa: non si colloca esattamente nella tifoseria di destra che “esulta” e nemmeno in quella di sinistra che “condanna”, ma usa entrambe come bersaglio.
Da una parte suggerisce che, se davvero l’Occidente difende sempre e comunque la sovranità e il diritto internazionale, allora dovrebbe applicare gli stessi criteri anche quando l’attore è Washington.
Dall’altra parte, implicitamente, contesta anche l’opposizione che usa il diritto internazionale come martello politico solo contro il governo italiano, ma non riesce a produrre una linea coerente quando i casi cambiano.
Il cuore della provocazione è la simmetria forzata: se abbiamo congelato asset russi e finanziato Kiev, allora “dovremmo” congelare asset americani e finanziare Caracas.
E se questa simmetria non viene accettata, allora, nel ragionamento di Vannacci, vuol dire che non è diritto, ma geopolitica travestita da diritto.
È un attacco frontale alla narrazione “ufficiale” intesa come racconto morale, cioè quel racconto per cui il mondo si divide in aggressori e aggrediti in modo stabile, e in cui la legittimità dipende anche da chi sei, non solo da ciò che fai.
La sua non è una proposta operativa realistica, perché nessuna istituzione europea ha oggi il mandato politico per costruire una guerra economica contro gli Stati Uniti.
È piuttosto una leva retorica, progettata per far emergere la percezione di doppi standard e per rilanciare, per via indiretta, una critica alla linea europea sull’Ucraina.
Il meccanismo funziona perché non chiede di conoscere i trattati, ma chiede di riconoscere un sentimento: “ci sono due pesi e due misure”.
In politica contemporanea, il sentimento spesso conta più dell’architettura, e il video è costruito proprio su questo.
C’è poi un secondo elemento che rende il contenuto incendiario: la messa in scena della “realtà” contro la “percezione”, che è uno schema tipico del populismo digitale.
Chi pronuncia quella frase si posiziona come l’unico che vede le cose come stanno, mentre gli altri sono prigionieri di propaganda, salotti, conformismo o interesse.
È un posizionamento efficace perché trasforma l’argomento in identità, e l’identità, sui social, viaggia meglio della complessità.
La parte più discussa del video è anche quella più teatrale, perché Vannacci mette in fila scenari volutamente paradossali, come il congelamento degli asset finanziari statunitensi in Europa e il debito comune per armare Caracas “fino alla vittoria”.
Il paradosso è la sostanza della battuta, perché serve a far risaltare l’incoerenza percepita, non a costruire una politica estera praticabile.
In questo senso, chi lo critica dicendo “non sta in piedi” rischia di mancare il bersaglio, perché il bersaglio non è la fattibilità, ma la vergogna pubblica dell’incoerenza.
La provocazione diventa ancora più appuntita quando Vannacci introduce l’argomento della distanza geografica, citando territori d’oltremare europei più vicini a Caracas di quanto alcune capitali europee lo siano a Kiev.
È un modo per smontare l’obiezione “è lontano, non ci riguarda”, che spesso è stata contestata anche nel dibattito sull’Ucraina.
Qui l’obiettivo non è dimostrare che Venezuela e Ucraina siano la stessa cosa, perché non lo sono, ma impedire che la distanza diventi un alibi elastico, buono quando serve e dimenticato quando non serve.
A quel punto, com’era prevedibile, la politica italiana reagisce non nel merito ma nella logica del campo.
Per una parte della destra, il video è irritante perché colpisce l’alleanza atlantica nel momento in cui la coalizione di governo fonda gran parte della propria credibilità internazionale proprio sull’affidabilità verso NATO e partner occidentali.
Per una parte della sinistra, invece, il video è un regalo ambiguo, perché conferma l’accusa di doppi standard ma arriva da un esponente che, su altri temi, è lontanissimo dalle culture progressiste.
È il classico cortocircuito che manda in crisi le tifoserie: quando un avversario dice una cosa che assomiglia alla tua, non sai se usarla o respingerla.
Nei commenti e nelle reazioni pubbliche, infatti, la frase di Vannacci viene letta in due modi opposti e contemporaneamente veri, a seconda di chi guarda.
Per alcuni è un gesto “anti-ipocrisia”, cioè l’unica voce che costringe l’Occidente a specchiarsi.
Per altri è un gesto “anti-istituzionale”, cioè un modo di indebolire la coerenza europea proprio mentre l’Europa prova a presentarsi come blocco di regole e non di forza.
Nel mezzo, c’è un elemento che spesso sfugge: la differenza tra coerenza morale e coerenza giuridica.
Il diritto internazionale non è un cartello stradale che indica sempre la stessa direzione in ogni caso, perché dipende da fatti, mandati, contesti, richieste di assistenza, risoluzioni, riconoscimenti, e soprattutto dalla qualificazione precisa di ciò che è accaduto.
Quando un episodio viene discusso a partire da ricostruzioni non ancora consolidate, è facile che il dibattito si trasformi in una guerra di principi sganciati dalla realtà.
E paradossalmente è proprio ciò che Vannacci dice di voler evitare quando contrappone “realtà” e “percezioni”.
Il suo video, infatti, vive di una percezione potentissima, quella dell’ipocrisia occidentale, anche se i dettagli concreti dei dossier internazionali sono molto più complessi di quanto una clip possa contenere.
Il punto, però, è che in politica la percezione dell’ipocrisia può essere più destabilizzante dei fatti stessi, perché corrode la fiducia nel linguaggio pubblico.
Se il cittadino conclude che i principi valgono solo contro i nemici e mai contro gli amici, allora smette di credere ai principi e resta solo la forza.
Ed è esattamente questa la mina che rende il discorso di Vannacci così “pericoloso” per chi governa e, allo stesso tempo, così appetibile per chi fa opposizione permanente.
È un discorso che non ti chiede di aderire a un programma, ti chiede di aderire a un sospetto.
E il sospetto è una moneta che circola ovunque, perché è spendibile sia da chi odia l’imperialismo sia da chi odia l’Europa, sia da chi è stanco della guerra sia da chi è stanco delle élite.
Non sorprende quindi che nel dibattito siano stati tirati in ballo commenti e reazioni di figure pubbliche che, per stile e storia, parlano a pubblici diversissimi, dai giornalisti ai sindacalisti ai leader ecologisti.
Ognuno, in quel gioco, usa il caso per rafforzare la propria identità, condannando l’uso della forza, denunciando l’imperialismo, accusando la destra di subalternità, oppure accusando la sinistra di incoerenza.
È un carosello prevedibile, ma il video di Vannacci ci aggiunge un ingrediente in più: l’idea che l’Europa sia selettiva non solo nelle azioni ma perfino nelle parole.
In pratica, il messaggio sottinteso è che l’Europa invoca il diritto internazionale quando le conviene e lo attenua quando l’azione è compiuta dal suo alleato principale.
Questa accusa non è nuova, ma diventa virale quando viene pronunciata con tono secco, in forma di sfida pubblica, e soprattutto quando viene presentata come “test” di coerenza.
Un test che nessuna istituzione vuole davvero sostenere in modo simmetrico, perché la politica estera non è matematica e perché l’Unione Europea non è uno Stato unitario con un’unica catena di comando.

Eppure, sul piano comunicativo, la pretesa di simmetria è devastante, perché costringe tutti a spiegare perché un caso sarebbe diverso dall’altro.
Spiegare “perché è diverso” è sempre più difficile che gridare “è uguale”, e sui social vince quasi sempre chi complica meno.
Qui c’è la ragione per cui “lo studio si irrigidisce” e “le reazioni si spengono”, almeno nella rappresentazione mediatica: perché la richiesta di coerenza, anche quando è parziale o strumentale, obbliga a un discorso tecnico che non scalda la pancia.
E quando la pancia non viene scaldata, in politica contemporanea sembra che il discorso perda valore, anche se in realtà lo acquista.
Il tema vero che resta sul tavolo, dopo che la provocazione ha fatto il suo giro, è più serio della clip.
Quanto conta il diritto internazionale nel mondo di oggi, e quanto conta invece il rapporto di forza tra blocchi, alleanze e interessi energetici.
E soprattutto, quanto l’Europa è disposta a pagare per trasformare i propri principi in azioni coerenti, se quelle azioni dovessero scontrarsi con i vincoli della sua sicurezza e della sua dipendenza strategica.
Vannacci non risolve queste domande, ma le usa per colpire il nervo scoperto di un continente che vuole essere potenza normativa e si scopre spesso potenza incompleta.
In Italia, questa dinamica si amplifica perché ogni tema internazionale viene immediatamente “italianizzato”, cioè trasformato in un referendum pro o contro il governo.
E così la questione Venezuela, prima ancora di essere Venezuela, diventa un modo per parlare di Meloni, di Trump, di Putin, di Kiev, e del senso stesso di stare nell’Occidente.
La conseguenza è una polarizzazione che Vannacci dice di voler denunciare ma da cui trae anche vantaggio, perché chi si presenta come “terza via” dentro la guerra delle tifoserie ottiene attenzione doppia.
Da un lato viene condiviso da chi lo sostiene, dall’altro viene condiviso da chi lo critica, e in entrambi i casi vince l’algoritmo.
Alla fine, il punto più rivelatore non è la proposta impossibile di congelare gli asset americani, ma il modo in cui quella proposta funziona come specchio.
Costringe la destra a spiegare perché l’alleanza con gli Stati Uniti è un vincolo irrinunciabile anche quando gli Stati Uniti fanno qualcosa di controverso.
Costringe la sinistra a spiegare perché la condanna dell’uso della forza non può trasformarsi, automaticamente, in amnesia sul carattere dei regimi e sulle crisi reali che quei regimi producono.
E costringe tutti a fare i conti con una verità fastidiosa: il diritto internazionale è fondamentale, ma nel mondo reale viene spesso applicato dentro equilibri di potere che lo deformano.
È proprio questa frizione, tra ideale e interessi, che rende il video “esplosivo” e che spiega perché i partiti si infuriano.
Perché quando la tecnica supera la propaganda, il potere deve tornare a spiegare, e spiegare significa esporsi.
E in un’epoca in cui la politica preferisce slogan rapidi, il semplice atto di costringere alla spiegazione può diventare l’arma più disturbante di tutte.
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