In Italia basta una manifestazione, uno slogan gridato davanti a un consolato, e la politica ritrova subito il suo sport preferito: trasformare un frammento in un verdetto.

Negli ultimi giorni, una protesta a Milano davanti al Consolato americano è diventata il pretesto perfetto per riaprire un capitolo che non si chiude mai, quello della sinistra accusata di indulgenza verso i regimi “amici” e della destra che rivendica il monopolio del realismo.

Il racconto che circola con più forza, rilanciato in forma polemica e spesso sarcastica, sostiene che in piazza fossero presenti sigle come ANPI e ARCI, insieme ad attivisti e a una delegazione del Movimento 5 Stelle, con parole d’ordine percepite come filo-chaviste e anti-Trump.

Da qui, la conclusione rapida e incendiaria: “la sinistra sta con Maduro”.

Italo Bocchino a Elsa Fornero: quando governava lo spread era a 500 ora a 65 | LA7

È una formula potente perché non chiede di distinguere tra organizzazioni, persone, piattaforme e obiettivi della protesta, ma compone tutto in una sola immagine mentale, facile da condividere e difficilissima da smontare.

Eppure, proprio perché la formula è così facile, la domanda che dovrebbe arrivare prima di ogni indignazione è anche la più semplice: cosa significa davvero “stare con Maduro” in una piazza italiana.

Significa difendere il governo venezuelano in quanto tale, oppure criticare la politica estera statunitense, oppure contestare sanzioni e interventismo, oppure ancora esprimere solidarietà a un’idea di sovranità latinoamericana senza accorgersi di come suoni quel messaggio nel 2026.

La differenza non è un dettaglio, perché separa l’analisi da un processo per appartenenza.

In questo clima, l’intervento mediatico di Italo Bocchino, o comunque la linea comunicativa che molti attribuiscono al suo stile, funziona come una lama: non cerca di discutere la complessità del Venezuela, ma mette la sinistra davanti a una domanda che brucia, cioè perché una parte del mondo progressista finisca ciclicamente associata a leader accusati, a livello internazionale, di repressione, restrizioni delle libertà politiche e abuso di potere.

Il sarcasmo, in questo meccanismo, è più efficace di una confutazione con dati, perché non mira a convincere l’avversario, ma a imbarazzarlo davanti al pubblico.

Quando il sarcasmo colpisce, non ti chiede “hai ragione o torto”, ti chiede “come fai a non accorgerti di quanto suoni male”.

Ed è per questo che, nel racconto polemico, la scena davanti al Consolato diventa una fotografia morale, più che politica.

Da un lato chi sostiene la piazza come espressione di dissenso verso Washington e verso l’era Trump, dall’altro chi la descrive come una legittimazione implicita di Nicolás Maduro.

In mezzo, come sempre, c’è un cortocircuito: si può criticare la politica estera americana senza finire per apparire indulgenti verso Caracas, ma basta poco perché la sfumatura si perda e resti solo l’etichetta.

Il Venezuela, del resto, è uno dei casi più tossici per qualunque discorso pubblico occidentale, perché è diventato un simbolo mobile che ciascuno usa per confermare la propria tesi.

Per la destra è spesso il promemoria definitivo contro ogni nostalgia socialista, la prova che le utopie finiscono in autoritarismo e povertà.

Per una parte della sinistra radicale è stato a lungo un laboratorio di emancipazione anti-neoliberale, e il passaggio da Chavez a Maduro è stato gestito, nella comunicazione, più con fede identitaria che con valutazioni aggiornate sui fatti.

Il problema è che quando la politica ragiona per fede, la realtà si vendica, perché la realtà non firma manifesti e non fa sconti.

Negli ultimi anni la percezione internazionale della crisi venezuelana si è consolidata intorno a parole dure, e molte organizzazioni per i diritti umani e osservatori esterni hanno denunciato pratiche repressive e restrizioni dello spazio democratico.

Entrare in quel campo con slogan che evocano continuità con l’epoca chavista significa, volenti o nolenti, accettare che qualcuno traduca quel gesto come sostegno al regime.

Ed è qui che il sarcasmo diventa “letale”, perché non ha bisogno di dimostrare che quella fosse l’intenzione dei manifestanti, gli basta mostrare che l’effetto comunicativo è disastroso.

In politica, soprattutto quando si parla di libertà, contano sia le intenzioni sia le conseguenze, ma le conseguenze si vedono subito, mentre le intenzioni richiedono spiegazioni, e le spiegazioni non diventano virali.

Chi attacca la piazza, infatti, non si ferma al contenuto della protesta, ma spinge su un altro tasto, quello dell’“opposizione che non impara mai”.

L’accusa è sempre la stessa: mentre i progressisti predicano diritti umani, antifascismo, libertà e democrazia, poi inciampano in simpatie o ambiguità verso governi che vengono accusati proprio di violare quelle libertà.

È un’accusa che fa male perché sfrutta la contraddizione percepita tra identità e coerenza.

E quando l’identità politica è costruita su valori morali, l’incoerenza viene punita più del semplice errore tecnico.

Nel racconto circolato online, viene citata anche la presenza del Movimento 5 Stelle, con un nome e un volto, e questo dettaglio è fondamentale perché permette a chi polemizza di ampliare il bersaglio.

Non è più una protesta di militanti, diventa “l’opposizione intera”, un fronte che, agli occhi di chi guarda, si salda in un’unica immagine.

È una tecnica comunicativa efficiente, ma non sempre corretta, perché schiaccia differenze reali e le sostituisce con un collage.

Eppure funziona, perché la politica italiana, oggi, si nutre di immagini compatte più che di distinzioni.

Da qui nasce la frase che rimbalza come un meme: “Madu­ro applaudito”.

Non importa se l’applauso fosse esplicito, se fosse una minoranza, se fosse un canto isolato o se fosse contestato da altri presenti, perché la viralità vive di simboli, non di verbali.

Se quella scena viene percepita come applauso, allora diventa una prova narrativa, e la prova narrativa spesso pesa più della prova documentale.

A questo punto arriva la parte che rende tutto più ruvido: l’uso di etichette estreme, come “dittatore”, “terrorista”, “narcotrafficante”.

Sono parole gravissime, e in un contesto giornalistico andrebbero usate solo con grande cautela e con riferimenti verificabili, perché altrimenti diventano slogan di guerra e non descrizioni.

Ma proprio perché sono parole gravissime, sono anche parole che polarizzano e accelerano la conversazione, trasformandola in un giudizio morale immediato.

Chi le pronuncia non sta più chiedendo un confronto, sta chiedendo una scomunica.

E quando una scomunica entra in scena, l’avversario è costretto a scegliere tra due strade entrambe cattive: prendere le distanze e scontentare una parte della propria base, oppure non prenderle e regalare alla destra l’immagine della complicità.

Questo è il cuore del titolo “non era uno slogan, era la realtà che è più crudele”: la realtà crudele, qui, è la regola del frame.

Se finisci nel frame “pro-Maduro”, anche se eri in piazza per un’altra ragione, sei tu che devi faticare per uscirne.

E faticare per uscirne significa spiegare, distinguere, contestualizzare, cioè fare esattamente ciò che i social penalizzano.

Nel frattempo, l’attacco si nutre da solo perché ha una struttura semplice: voi parlate di libertà ma simpatizzate per chi la nega.

Non è un caso che questa accusa venga spesso formulata in forma sarcastica, perché il sarcasmo è un acceleratore di consenso.

Chi ride si sente intelligente, chi si indigna si sente giusto, e le due emozioni insieme creano una comunità istantanea.

Per la sinistra, il problema non è solo difendersi dall’etichetta, ma capire perché questa etichetta attecchisca con tanta facilità.

Una risposta possibile è che, negli ultimi anni, una parte del mondo progressista ha parlato moltissimo di principi e relativamente meno di potere, e quando la gente vede il potere esercitato male altrove, pretende una condanna netta.

La condanna netta, però, entra spesso in conflitto con una vecchia grammatica antiamericana che sopravvive come riflesso ideologico, dove l’avversario principale resta Washington, e tutto il resto viene letto come reazione.

Quella grammatica, nel 2026, è un boomerang, perché il pubblico ha meno pazienza per le spiegazioni geopolitiche e più attenzione per l’effetto umano delle scelte politiche: prigioni, repressione, emigrazione, povertà, paura.

Se il linguaggio di piazza non tiene conto di questo, la destra non deve inventarsi nulla, deve solo mostrare la scena e dire “guardate”.

Ed è qui che il sarcasmo “sfida” davvero la sinistra: non sul Venezuela, ma sulla capacità di capire come viene percepita.

Perché una cosa è essere coerenti, un’altra è apparire coerenti, e nella politica mediatizzata l’apparenza della coerenza è un capitale enorme.

Dall’altra parte, anche chi attacca non è esente da rischi.

Trasformare ogni protesta in una prova di tradimento, e ogni sigla in un blocco unico, significa alimentare una politica che vive di demonizzazione, dove l’avversario non sbaglia, è moralmente impuro.

Questa postura rende impossibile distinguere tra chi davvero difende Maduro e chi, magari in modo confuso, stava contestando altro.

E quando le demarcazioni diventano così grossolane, anche la verità finisce schiacciata.

C’è poi una questione che resta sullo sfondo e che quasi nessuno affronta seriamente quando esplode la polemica: che cosa voleva ottenere quella manifestazione, e che cosa ha ottenuto davvero.

Se l’obiettivo era denunciare una politica americana percepita come aggressiva, la scena è stata rapidamente riassorbita nel dibattito interno italiano e trasformata in un’arma contro la sinistra.

Se l’obiettivo era solidarietà internazionale, l’effetto è stato principalmente interno e polarizzante.

Se l’obiettivo era identitario, cioè parlare alla propria comunità, allora è riuscito, ma al prezzo di regalare un assist comunicativo all’avversario.

In ogni caso, il risultato pratico è che l’Italia discute di Maduro non per capire il Venezuela, ma per colpire o difendere un pezzo del proprio sistema politico.

È un destino comune a molti temi esteri, che da noi diventano specchi in cui vedere solo noi stessi.

Alla fine, la frase più vera del titolo è quella sul sarcasmo, perché il sarcasmo, quando è ben piazzato, ti costringe a reagire sul terreno dell’imbarazzo e non su quello del merito.

E chi reagisce imbarazzato perde tempo, perde lucidità e spesso perde la possibilità di riportare la discussione sui fatti.

Se la sinistra vuole evitare questa trappola, deve imparare una disciplina comunicativa che non sia solo morale, ma anche strategica: condanne chiare quando servono, lessico che non lasci appigli, e soprattutto una capacità di separare la critica agli Stati Uniti dalla legittimazione implicita di altri poteri.

Se la destra vuole evitare di trasformare una critica legittima in propaganda permanente, deve resistere alla tentazione di dipingere ogni avversario come nemico della libertà, perché a furia di gridare “scandalo” si finisce per non distinguere più lo scandalo vero dal teatrino.

La realtà, in effetti, è più crudele degli slogan, ma lo è per tutti, perché la realtà non perdona né l’ambiguità di chi protesta né la semplificazione di chi attacca.

E quando il dibattito pubblico si riduce a clip, cori e accuse totali, il Venezuela resta lontano e gli italiani restano più arrabbiati, senza aver capito niente in più, se non che la politica continua a preferire il colpo di scena alla chiarezza.

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