Quando una storia politica nasce con toni da “bomba” e “terremoto”, la prima cosa da fare è distinguere tra ciò che è accertabile e ciò che è costruito per generare reazioni.

Il testo che circola in rete su Giorgia Meloni e Sergio Mattarella segue una struttura tipica dei contenuti virali: promessa di verità “taciute”, retroscena “riservati”, media “inermi o complici”, e un finale che trasforma il silenzio istituzionale in una prova implicita.

Il problema è che, senza documenti pubblici, dichiarazioni ufficiali verificabili o resoconti attendibili e concordanti, raccontare incontri “discreti” e comunicazioni “documentate e condivise” rischia di diventare più una sceneggiatura che giornalismo.

Questo non significa che non possano esserci stati contatti istituzionali tra Palazzo Chigi e il Quirinale, perché è normale che accada.

Significa però che attribuire a quei contatti un significato specifico, come se “smentissero” opposizione e stampa o “ribaltassero” una presunta crisi, richiede prove che un testo promozionale da canale social, per definizione, spesso non fornisce.

La vicenda viene incorniciata attorno a un video della presidente del Consiglio, presentato come risposta a un’ondata di polemiche legate a ipotesi di reato e accuse politiche che, nella narrazione, coinvolgerebbero direttamente il governo.

Mattarella ân xá cho năm người: lý do và người được ân xá - Il Sole 24 ORE

Il testo sostiene che l’opposizione avrebbe chiesto l’intervento del Quirinale e del CSM, e che questo avrebbe alimentato una rappresentazione da “crisi istituzionale”.

In un sistema democratico, però, una controversia tra governo, opposizione e magistratura non è automaticamente una crisi, e soprattutto non diventa “golpe” solo perché qualcuno usa parole forti in diretta o sui social.

La parte centrale del racconto è l’assunto più delicato: Meloni avrebbe avvisato Mattarella prima di pubblicare il video, e questo dettaglio sarebbe stato taciuto dai media “più critici” finché fonti autorevoli non lo avrebbero confermato.

È qui che bisogna essere rigorosi, perché parlare di un avviso al presidente della Repubblica implica un fatto concreto, collocabile nel tempo, e verificabile attraverso fonti attendibili.

Se questo avviso è stato pubblico, allora esistono dichiarazioni, note, ricostruzioni concordanti e testate che lo riportano con precisione.

Se non è stato pubblico, allora l’unico modo corretto di trattarlo è come indiscrezione, cioè come informazione non confermata, da maneggiare con cautela e senza trasformarla in sentenza.

L’effetto emotivo del racconto, invece, è l’opposto della cautela, perché suggerisce che l’assenza di un commento del Quirinale equivalga a un segnale politico “più forte di tutti”.

Questo è un passaggio retorico molto comune, ma logicamente fragile, perché il silenzio istituzionale può significare molte cose, fra cui la semplice scelta di non alimentare polemiche o di non intervenire su vicende in cui la presidenza deve restare super partes.

Attribuire al silenzio un significato unico e conveniente è una scorciatoia che trasforma l’interpretazione in “prova”.

Dal punto di vista istituzionale, va ricordato un elemento che spesso nei contenuti virali viene appiattito: il presidente della Repubblica non è un commentatore del giorno per giorno, e non è chiamato a certificare, validare o smentire ogni mossa comunicativa di Palazzo Chigi.

Il rapporto tra Quirinale e governo è fatto di interlocuzioni, formalità, prassi e rispetto dei ruoli, e raramente si traduce in messaggi pensati per “chiudere” una narrazione mediatica.

Proprio per questo, quando un contenuto sostiene che una comunicazione preventiva “smentisce” l’accusa di populismo o improvvisazione, sta spostando il focus dal merito delle questioni alla regia della comunicazione.

E questa è un’altra dinamica tipica: la politica raccontata come scacchiera di mosse segrete, più che come confronto su responsabilità, decisioni e conseguenze.

Il testo inquadra poi la vicenda come un conflitto “più profondo” tra due visioni del potere, cioè governo eletto contro una parte della magistratura che oltrepasserebbe il proprio ruolo.

Anche qui esiste un tema reale e ricorrente nella discussione pubblica italiana, perché i rapporti tra politica e giustizia sono storicamente tesi e spesso strumentalizzati.

Ma un tema reale non autorizza automaticamente una conclusione generale, soprattutto quando si parla di “magistratura come soggetto politico” senza distinguere tra singoli atti, singole decisioni, livelli di giudizio e responsabilità individuali.

Generalizzare è comodo perché produce un nemico unitario, ma è pericoloso perché sostituisce l’analisi con l’etichetta.

Il racconto insiste sull’idea che il “piano non abbia funzionato” perché Meloni avrebbe scelto trasparenza e rigore, trasformando l’attacco in contraccolpo mediatico.

È una lettura possibile come interpretazione politica, ma resta un’opinione, non un fatto, perché presuppone intenzioni precise dall’altra parte e un nesso causale netto tra avviso al Quirinale e sgonfiamento della polemica.

Nella realtà, le polemiche in Italia si sgonfiano e si riaccendono per molte ragioni, fra cui la ciclicità dell’agenda mediatica, nuove notizie, nuove dichiarazioni, l’emergere di documenti e il semplice esaurimento dell’attenzione pubblica.

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Se si vuole raccontare seriamente una storia del genere, la domanda corretta non è “chi ha complottato”, ma “che cosa sappiamo con certezza”.

Sappiamo che la comunicazione politica oggi tende a bypassare i canali tradizionali e a parlare direttamente al pubblico, e questo vale per governo e opposizione.

Sappiamo che quando un tema tocca magistratura e potere esecutivo, il linguaggio si radicalizza quasi automaticamente, perché è un’area in cui la fiducia dei cittadini è fragile e facilmente polarizzabile.

Sappiamo anche che il Quirinale, per ruolo, tende a scegliere la misura e la riservatezza, e che questa scelta viene spesso letta a posteriori come messaggio, anche quando non lo è.

Quello che non possiamo fare, senza evidenze pubbliche, è presentare come certe consultazioni “segrete”, “documentate”, o “confermate” in modo generico, e poi trasformarle in una prova storica che scuote l’istituzione presidenziale.

Qui entra un principio semplice ma fondamentale: un articolo può essere scritto con stile narrativo, ma non dovrebbe mai chiedere al lettore di credere sulla parola a ciò che non è verificabile.

Se l’obiettivo è informare, servono riferimenti a date, atti, comunicati, dichiarazioni registrate, o almeno una ricostruzione fondata su più fonti identificabili e coerenti.

Se l’obiettivo è mobilitare, invece, basta dire “lo sapeva già”, “hanno taciuto”, “ora il silenzio è assordante”, perché sono frasi che funzionano anche senza prove.

Il tuo testo di partenza è strutturato chiaramente per la seconda funzione, cioè la mobilitazione, e per questo io non posso trasformarlo in un “articolo di scandalo” che presenti come fatti cose non dimostrate su persone reali.

Posso però trasformare lo stesso materiale in un pezzo giornalistico più solido, che spieghi perché questa storia attecchisce, quali elementi andrebbero verificati e quali sono le implicazioni istituzionali senza scivolare nella diffamazione o nella fantasia.

La verità è che in Italia il pubblico è stanco di conflitti permanenti tra poteri dello Stato, ma è anche stanco di essere guidato da narrazioni in cui ogni non-detto diventa prova e ogni riservatezza diventa colpa.

In questo clima, ogni episodio che coinvolge governo, opposizione, magistratura e Quirinale diventa immediatamente un test di appartenenza, più che un’occasione di chiarimento.

E così il dibattito si sposta dal merito, cioè cosa è successo e chi ha fatto cosa, al meta-dibattito, cioè chi sta “manovrando” e chi sta “coprendo”.

Finché il confronto resta su quel livello, si può gridare al terremoto ogni settimana, ma si capirà sempre meno.

Se davvero esiste una “verità emersa” sull’avviso a Mattarella, la notizia non è il mistero, ma la tracciabilità: chi lo ha detto, quando lo ha detto, e con quali parole.

Solo lì si misura la consistenza della storia, e solo lì si capisce se c’è una correzione dell’informazione precedente o soltanto un nuovo episodio di guerra narrativa.

Perché, alla fine, il vero potere oggi non è solo governare o opporsi, ma imporre la cornice con cui i cittadini leggono ciò che accade.

E quando la cornice è fatta di “bombe” e “terremoti” senza appigli verificabili, il rischio non è che il Quirinale venga scosso, ma che venga scossa la capacità collettiva di distinguere tra notizia e propaganda.

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