Ci sono momenti in cui la politica sembra procedere come sempre, tra dichiarazioni di routine e polemiche di giornata, e poi basta un atto giudiziario, un passaggio tecnico, una formula scritta in un documento per cambiare improvvisamente il clima.
Non perché quella carta contenga già una condanna, ma perché in Italia il confine tra responsabilità amministrativa, responsabilità politica e responsabilità penale è percepito dal pubblico come un unico grande imbuto.
È dentro questo imbuto che, nelle ultime ore, si è infilata la discussione sull’alluvione in Emilia-Romagna e sul fiume Lamone, con la Procura che continua a lavorare e una serie di nomi tecnici finiti nel registro degli indagati per ipotesi legate al disastro colposo.
Il punto che sta facendo più rumore, però, non è solo l’inchiesta in sé, ma la lettura politica che ne viene data: l’idea che l’area di governo regionale e il Partito Democratico rischino di pagare un prezzo di immagine enorme anche se, formalmente, il perimetro delle contestazioni riguarda figure tecniche e operative.
È una dinamica tipica, quasi automatica, perché quando un territorio viene colpito due volte e i cittadini vedono argini, ripristini, interventi e promesse, la domanda non resta tecnica, ma diventa morale e politica.
Chi doveva prevenire, chi doveva decidere, chi doveva controllare, chi doveva finanziare, chi doveva vigilare davvero.

In questo scenario rientra anche il nome di Stefano Bonaccini, non tanto come figura coinvolta giudiziariamente, quanto come simbolo politico di una stagione amministrativa lunga, centrale, molto identificabile.
Bonaccini, da ex presidente della Regione, si porta addosso inevitabilmente sia i meriti di ciò che ha funzionato sia le ombre di ciò che non ha funzionato, almeno nella percezione pubblica.
E proprio qui nasce l’espressione “nel mirino”, che sui social e in certo racconto militante viene usata con una forza che spesso supera i fatti accertati, ma che descrive bene un rischio reale: finire sotto il fuoco incrociato dell’opinione pubblica anche senza essere destinatari di atti.
Quando si parla di un “parere ufficiale” che farebbe tremare il partito, bisogna stare attenti alle parole, perché un parere non è una sentenza e non è nemmeno automaticamente un atto d’accusa.
Può essere una valutazione tecnica allegata agli atti, può essere un’analisi disposta dalla Procura, può essere una consulenza, può essere un passaggio procedurale che in un’indagine complessa pesa più per il suo significato mediatico che per il suo valore processuale immediato.
Ma la politica, si sa, vive di significati mediatici, perché il consenso non aspetta i tempi lunghi delle verifiche.
E allora il “parere” diventa una parola-calamita, perché attira sopra di sé tutto ciò che il Paese pensa già di sapere sulle opere pubbliche, sulla manutenzione, sulla burocrazia e su quella sensazione amara che spesso emerge dopo una tragedia: le responsabilità finiscono sempre più in basso che in alto.
È qui che la vicenda assume una forma esplosiva per un partito come il PD, che in Emilia-Romagna non è soltanto una forza politica fra le altre, ma è stato per anni un perno istituzionale, amministrativo e simbolico.
Quando un partito governa a lungo un territorio, la sua credibilità si intreccia con l’idea stessa di efficienza locale, e qualsiasi incidente sistemico può trasformarsi in un processo politico, anche se i giudici fanno semplicemente il loro lavoro e seguono ipotesi e nessi causali.
In pubblico, quasi sempre, la reazione istituzionale è prudente, misurata, formalmente corretta.
Si invoca la presunzione di innocenza, si ribadisce fiducia nella magistratura, si dice che si attendono gli esiti, si sottolinea che i lavori e le decisioni sono frutto di strutture complesse e non di singoli capricci.
È una postura comprensibile, perché qualunque parola in più può essere letta come pressione o come ammissione, e in mezzo ci sono persone reali, professionisti e funzionari che hanno diritto a un percorso di accertamento serio, non a una gogna.
Ma dietro le quinte, quando il tema è politicamente tossico, la temperatura può essere molto diversa, e non serve immaginare complotti per capirlo.
Basta conoscere i riflessi condizionati della politica italiana: riunioni rapide, telefoni che si accendono, comunicati riscritti dieci volte, richieste di “non personalizzare”, tentativi di spostare l’attenzione su fondi nazionali, emergenza climatica, competenze ripartite, cronologia degli interventi.
È il classico momento in cui si cerca la formula che contenga l’incendio senza alimentarlo.
Il problema è che, quando ci sono case sommerse, famiglie sfollate e territori feriti, la formula raramente basta.
Il cittadino non chiede solo spiegazioni, chiede un colpevole, o almeno chiede che qualcuno, da qualche parte, paghi un costo che somigli a quello che lui ha già pagato sulla pelle.
E qui nasce quel “silenzio imbarazzante” di cui parlano molti commentatori, che spesso non è un silenzio di colpevolezza, ma un silenzio di paura comunicativa.
La paura che ogni frase venga tagliata, compressa, trasformata in titolo, e che la complessità di una gestione idraulica venga ridotta a una battuta feroce.
Il paradosso è che questo silenzio, pensato per evitare danni, finisce spesso per amplificarli, perché nella percezione pubblica il vuoto viene letto come evasione.
Quando la Procura iscrive persone nel registro degli indagati, una parte del pubblico interpreta subito quel gesto come prova definitiva, mentre non lo è.
Al tempo stesso, una parte del pubblico considera intoccabili i vertici politici e quindi legge l’assenza di politici tra gli indagati come prova di impunità, anche quando la selezione dipende da elementi giuridici specifici, da nessi causali difficili e da responsabilità attribuibili in modo dimostrabile.
In mezzo resta una frattura pericolosa: la sfiducia.
Se la sfiducia cresce, ogni atto giudiziario diventa benzina, perché smette di essere un passaggio tecnico e diventa un simbolo, e i simboli in politica pesano più dei dettagli.
Per il PD, il rischio non è soltanto la polemica sul “chi ha sbagliato”, ma la saldatura tra due narrazioni negative che spesso vengono usate contro di lui.
La prima narrazione è quella della gestione del potere come sistema, dove la macchina amministrativa è percepita come chiusa, autoreferenziale, protetta.
La seconda narrazione è quella dell’efficienza tradita, perché l’Emilia-Romagna è stata a lungo raccontata come modello, e quando un modello inciampa, l’opinione pubblica reagisce con una delusione più aggressiva.
In questo quadro, Bonaccini diventa bersaglio politico naturale, perché rappresenta continuità, radicamento e riconoscibilità.
Non serve che ci sia un atto diretto nei suoi confronti perché il suo nome finisca nel tritacarne della discussione pubblica.
Ed è qui che si comprende perché, nelle ore di maggiore pressione, la strategia comunicativa si chiuda a riccio e si cerchi di separare le responsabilità tecniche dall’identità politica.
Il problema è che, per chi ha perso tutto, questa separazione suona come un gioco di parole.
Il cittadino vede una catena unica: pianificazione, manutenzione, appalti, controlli, finanziamenti, allerta, gestione dell’emergenza.
E se un anello cede, il cittadino tende a ritenere responsabile chi ha governato la catena, non chi ha stretto una vite.
Questo è ingiusto sul piano penale, dove le responsabilità vanno dimostrate con precisione e non con impressioni.
Ma sul piano politico è inevitabile, perché la politica è, nel bene e nel male, l’arte della responsabilità complessiva.
C’è poi un altro elemento che rende la vicenda ancora più instabile: il conflitto permanente tra la spiegazione climatica e la spiegazione amministrativa.
Dire “è colpa del cambiamento climatico” può essere vero, ma suona spesso come deresponsabilizzazione.
Dire “è colpa della cattiva manutenzione” può essere parzialmente vero, ma rischia di trasformare un problema sistemico in una caccia al capro espiatorio.
La verità, quasi sempre, è che i disastri nascono dall’incrocio tra eventi estremi e vulnerabilità pregresse, e quindi chiedono due risposte insieme: adattamento strutturale e capacità amministrativa.
Quando una Procura indaga, il suo compito non è stabilire una verità politica, ma verificare se ci siano condotte specifiche che abbiano violato regole o doveri con nesso causale sul danno.
La politica, però, usa quell’indagine per combattere una battaglia diversa, che riguarda consenso, immagine, fiducia.

Ed è così che un “parere” diventa terremoto, perché qualunque frase tecnica può essere letta come condanna morale di un’intera classe dirigente.
In queste ore, tra le righe dei commenti e delle reazioni, si intravede un punto che potrebbe diventare decisivo: la richiesta di accountability vera, non solo giudiziaria.
Non basta dire “aspettiamo la magistratura”, perché la magistratura non decide come si programma una manutenzione, non decide come si allocano fondi, non decide quali priorità vengono scelte a bilancio.
La politica dovrebbe fare quello che raramente fa nei momenti di pressione: aprire i dossier, mettere in fila cronologie verificabili, distinguere cosa era noto, cosa era previsto, cosa è stato finanziato, cosa è stato rimandato, e soprattutto perché.
Se non lo fa, lascia che lo facciano altri, con toni da tifoseria e con l’obiettivo non di capire ma di colpire.
Il rischio, quindi, non è solo che “crolli una narrazione”, ma che si consolidi un cinismo definitivo.
Il cinismo per cui, dopo ogni tragedia, qualcuno finisce indagato, qualcuno finisce assolto, e intanto il cittadino conclude che comunque nessuno pagherà mai davvero, né in tribunale né alle urne.
Ed è qui che la domanda finale, quella più politica di tutte, diventa inevitabile: chi pagherà il prezzo politico di questa scossa giudiziaria.
La risposta non dipenderà solo dagli atti della Procura, ma da come i partiti sapranno stare dentro il dolore senza trasformarlo in propaganda e senza rifugiarsi nel linguaggio sterile dell’autodifesa.
Se il PD reagirà con chiusura, minimizzazione o scaricabarile, la ferita si allargherà e il nome di Bonaccini, anche senza coinvolgimenti formali, continuerà a essere usato come simbolo di un sistema che non sa fare autocritica.
Se invece reagirà con trasparenza sostanziale e con un’assunzione politica di responsabilità sul modello di gestione, anche distinguendo nettamente il piano penale da quello amministrativo, potrà almeno evitare che il dibattito si trasformi in un verdetto emotivo già scritto.
Perché alla fine, in casi come questo, il punto non è scegliere tra “colpevoli” e “inermi” in base alle simpatie.
Il punto è capire se il Paese riesce ancora a pretendere manutenzione, prevenzione, competenza e controllo come doveri non negoziabili, prima che l’acqua torni a chiedere il conto.
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