Ci sono serate televisive che nascono come commento dell’attualità e finiscono come radiografia impietosa di un’intera classe dirigente.

Quella andata in scena nello studio di Rete 4, nel racconto che sta circolando online, viene descritta così: un talk show pronto a trasformare un evento internazionale clamoroso in una resa dei conti morale, con un colpo di scena che nessuno aveva previsto.

Il tema, nella trama narrata, è di quelli che dividono a colpi di pancia prima ancora che di diritto: un blitz americano, l’arresto di Nicolás Maduro, e l’idea che la “liberazione” possa arrivare con la rapidità brutale di un’operazione militare.

In studio, l’onorevole Angelo Bonelli entra con una missione precisa: dire che il fine non giustifica i mezzi, e che se si applaude la forza quando conviene, poi non si ha più argomenti quando la forza colpisce altrove.

È la posizione dell’adulto nella stanza, quella che spesso suona impopolare proprio perché prova a difendere regole astratte mentre il pubblico pensa alle vite concrete.

Il conduttore, Paolo Del Debbio, secondo la ricostruzione, annusa subito la dinamica perfetta per la televisione: contrapporre l’ordine delle norme al disordine del dolore, e costringere l’ospite a reggere il peso di un “sì, però” davanti a chi non vuole più sentirlo.

Bonelli non arriva per difendere un dittatore, e questo lo chiarisce immediatamente, perché sa che l’equivoco è la trappola più facile.

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Arriva per difendere un principio: la sovranità, la legalità internazionale, il rifiuto dell’intervento unilaterale come scorciatoia morale.

Il suo ragionamento, nella sostanza, è lineare: oggi applaudiamo perché ci piace il risultato, domani piangeremo quando altri useranno lo stesso precedente contro di noi.

È una tesi che, su carta, ha una solidità difficile da scalfire, perché richiama la memoria storica di Iraq, Afghanistan, delle destabilizzazioni nate da interventi “giusti” nelle intenzioni e disastrosi nelle conseguenze.

Ma la televisione non è un’aula di diritto internazionale, e la forza di un principio dipende dal modo in cui attraversa le persone.

Nel racconto, Del Debbio fa ciò che sa fare meglio: taglia le sfumature, comprime la complessità in una domanda binaria, e costringe Bonelli a difendersi dall’accusa più velenosa.

“Le dispiace che un criminale sia finito in galera”, gli viene sostanzialmente gettato addosso, come se il metodo fosse un dettaglio da giuristi e non la sostanza del problema.

Bonelli risponde con calma, prova a tenere alto il livello, ripete che nessuno piange per Maduro, ma che la giustizia non può diventare vendetta e l’ordine mondiale non può essere un Far West.

È un’impostazione coerente, persino elegante, ma proprio qui si apre la frattura che segna l’intera serata.

Perché la frattura non è tra chi ama o odia Trump, e nemmeno tra destra e sinistra.

La frattura è tra chi parla in nome delle regole e chi parla in nome della sopravvivenza.

Ed è in quel punto che entrano in scena Ana e Sofia, due ragazze venezuelane presentate come attiviste, messe in collegamento per dare carne e voce a ciò che altrimenti resterebbe una discussione da studio.

All’inizio, Bonelli pensa di poter gestire il confronto come spesso accade ai politici esperti: empatia verso il dolore, fermezza sul principio, e poi chiusura “alta” sul quadro globale.

Ma le ragazze, nel racconto, non accettano la liturgia prevista.

Ana pronuncia la prima frase che sposta l’asse: la sovranità appartiene al popolo, non al palazzo, e quando il palazzo è una prigione, difendere la sovranità del regime equivale a difendere il carceriere.

È un ribaltamento retorico potente, perché trasforma il lessico nobile delle istituzioni in un’ombra sospetta.

Bonelli prova a rispondere da progressista classico, evocando il rischio del neocolonialismo e degli interessi americani mascherati da salvezza.

Il problema, però, è che quel registro, davanti a chi racconta tortura, sparizioni e prigioni, suona come una spiegazione che arriva troppo tardi e troppo lontano.

Sofia alza la posta e lo fa con una domanda che non chiede dottrina, ma presenza.

Nel racconto, la domanda non è “chi ha ragione”, ma “lei dov’era”.

Dov’era quando la repressione divorava le piazze, dov’era quando uscivano i rapporti sulle torture, dov’era quando la parola “Venezuela” non era trending e non portava vantaggi politici.

È una domanda devastante perché non contesta il principio, contesta la coerenza di chi lo pronuncia.

In quel momento il confronto smette di essere geopolitico e diventa personale, ma non nel senso del pettegolezzo.

Diventa personale nel senso più politico che esista: la credibilità.

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Bonelli si ritrova inchiodato a un paradosso che nella comunicazione moderna è letale.

Se tu oggi difendi le regole con grande passione, ma ieri non eri percepito come voce costante contro l’orrore che quelle regole avrebbero dovuto prevenire, allora la difesa delle regole appare selettiva.

E una selettività percepita, anche se ingiusta, funziona come una sentenza immediata.

Nel racconto, l’onda emotiva non travolge Bonelli perché le ragazze “piangono” o “urlano”, ma perché fanno qualcosa di più incisivo.

Trasformano la sua argomentazione in una forma di privilegio, cioè in un lusso occidentale: la possibilità di aspettare, di invocare procedure, di permettersi tempi lunghi mentre altrove si muore.

Bonelli tenta la replica “da manuale”: il diritto internazionale protegge i deboli, le regole servono proprio a impedire l’arbitrio dei forti, e se si legittima il blitz, domani la Cina o la Russia faranno lo stesso.

La sua tesi resta logicamente consistente, e infatti in un’aula universitaria potrebbe persino vincere “ai punti”.

Ma in televisione non vince chi costruisce la cattedrale più perfetta, vince chi riesce a farla abitare dal pubblico.

Sofia e Ana, secondo la narrazione, fanno il contrario: non entrano nella cattedrale, mostrano le macerie fuori.

E soprattutto mettono in luce una contraddizione che uccide qualsiasi discorso morale: indignarsi più per l’atto americano che per l’abisso precedente, o almeno apparire così, significa regalare agli avversari la parola “ipocrisia”.

Quando quella parola si appiccica addosso, è difficile staccarla, perché non richiede prove definitive.

Richiede solo una sensazione credibile, e la sensazione viene costruita con una frase semplice e memorabile, non con un trattato.

Il pubblico in studio, nella scena raccontata, reagisce con un applauso viscerale, come se avesse trovato finalmente una chiave per leggere non solo il Venezuela, ma il modo in cui l’Occidente parla di diritti umani.

Non è l’applauso per Trump in quanto tale, è l’applauso per la concretezza che schiaccia la retorica.

È l’applauso per chi dice: “Non venite a spiegarci la procedura dopo averci ignorato mentre soffrivamo”.

Del Debbio, in questa regia, non deve nemmeno infierire troppo.

Gli basta lasciare spazio, perché lo shock più efficace è quello che sembra nascere spontaneo e non pilotato.

Bonelli, a quel punto, appare prigioniero del suo stesso ruolo.

Se insiste sulle regole, sembra freddo e distante.

Se concede qualcosa sul merito dell’intervento, contraddice la premessa e apre una falla nella sua identità politica.

Se prova a spostare il discorso su “condanniamo tutti”, viene letto come uno che vuole pareggiare i conti con una formula neutra.

Il risultato, nella narrazione, è il silenzio.

Non un silenzio filosofico, ma il silenzio del politico che capisce di aver perso il frame della serata e di non poterlo recuperare senza peggiorare la propria posizione.

La cartellina di appunti, con articoli e risoluzioni, diventa simbolicamente cenere tra le mani, non perché le regole non contino, ma perché in quel contesto non riescono più a imporsi come linguaggio dominante.

Questa storia, anche letta come costruzione narrativa e non come cronaca certificata, racconta una cosa reale sul nostro tempo.

La politica e il dibattito pubblico stanno vivendo una crisi di legittimazione delle competenze “alte”, quando queste competenze non sembrano accompagnate da una presenza morale costante.

Il pubblico non rifiuta le regole in sé, rifiuta l’impressione che le regole vengano invocate solo quando servono a colpire un bersaglio comodo.

E rifiuta soprattutto la distanza tra chi parla e chi paga il prezzo.

In questo senso, l’episodio diventa un boomerang perfetto: l’attacco a Trump, pensato come denuncia di un abuso, viene riscritto come difesa indiretta del tiranno, o come fastidio per la liberazione altrui.

È un ribaltamento che nasce non dalla malafede, ma dalla potenza emotiva di una domanda semplice: “Dov’eri quando contava”.

Per Bonelli, se questa scena fosse davvero avvenuta nei termini raccontati, la lezione sarebbe dura ma chiara.

Non basta avere ragione sul diritto internazionale, bisogna anche dimostrare di averla praticata come attenzione costante, non come argomento occasionale.

Per la televisione, invece, la lezione è ancora più cinica.

Non vince chi spiega meglio, vince chi inchioda l’altro a una contraddizione percepita, e lo fa con la voce di chi ha vissuto sulla pelle ciò di cui si discute.

Il punto finale, quello che resta addosso dopo la sigla, non è una verità assoluta su Venezuela, Trump o ONU.

È la fotografia di un’Italia e di un’Europa che faticano a tenere insieme due esigenze incompatibili: la purezza delle regole e l’urgenza delle vittime.

Quando quelle due esigenze collidono in diretta, non crolla per forza la giustizia, ma spesso crolla chi non riesce a spiegare dove fosse prima, e perché oggi pretende di essere ascoltato.

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