C’è un momento, nel ciclo infinito della politica europea, in cui il rumore di fondo cambia frequenza e diventa qualcosa di più simile a un allarme.

Non è necessariamente l’annuncio di un fatto nuovo, ma la sensazione collettiva che i meccanismi di comando siano diventati troppo distanti per essere spiegati con la solita liturgia istituzionale.

Negli ultimi mesi questo allarme ha preso la forma di una narrazione esplosiva, rilanciata da video virali e commenti televisivi, che mette al centro Ursula von der Leyen e la descrive come la regista di un potere opaco, capace di decidere sulla vita economica degli europei senza un vero controllo democratico.

Dentro questa narrazione, Alessandro Orsini diventa il detonatore mediatico, il professore “che osa dire” ciò che altri non direbbero, e la Commissione Europea viene raccontata come un braccio operativo di interessi esterni, spesso associati a Washington.

Ursula von der Leyen, cáo buộc mới: thiên vị chính trị - La Stampa

È un racconto che va maneggiato con guanti spessi, perché mescola elementi reali, sospetti legittimi e affermazioni che, se presentate come certezze, scivolano facilmente nella teoria del complotto.

Eppure, proprio perché è un racconto che trova pubblico, vale la pena capire che cosa intercetta, dove si appoggia su fatti verificabili e dove invece trasforma interpretazioni in “prove” emotive.

Il primo nodo riguarda la legittimazione democratica.

Ursula von der Leyen non è eletta direttamente dai cittadini, e questo è vero, ma il sistema dell’Unione Europea non prevede l’elezione diretta del Presidente della Commissione come avviene per un capo di governo nazionale.

La Commissione nasce da un equilibrio tra Parlamento europeo, Consiglio europeo e governi, ed è proprio questo equilibrio, spesso incomprensibile al grande pubblico, che alimenta l’idea di un potere “calato dall’alto”.

Quando la politica è difficile da spiegare, la politica diventa facile da sospettare.

Il secondo nodo è la gestione della guerra in Ucraina e, più in generale, la postura geopolitica dell’Europa.

È un fatto che l’UE abbia sostenuto Kiev con pacchetti finanziari, aiuti, e misure coordinative che implicano anche industria, energia e sicurezza.

È anche un fatto che gli Stati Uniti abbiano un ruolo determinante nell’architettura della sicurezza europea, tra NATO, capacità militari e influenza strategica, e che l’Europa non sia un attore autonomo “puro” come vorrebbe essere sulla carta.

Da qui a dire che Bruxelles esegua ordini “diretti” come un comando militare, però, c’è una distanza enorme, che spesso viene colmata non con prove ma con suggestioni.

Il punto reale, e politicamente serio, è un altro: molte decisioni europee in materia di crisi vengono percepite come inevitabili, tecniche, emergenziali, e quindi sottratte al dibattito pubblico nazionale.

Quando una scelta è presentata come inevitabile, chi la subisce si convince che sia stata imposta.

E quando una scelta appare imposta, il volto di chi la rappresenta diventa automaticamente il bersaglio, anche se la scelta nasce da una catena di compromessi tra ventisette governi, parlamenti, trattati e vincoli.

Nel racconto virale, questa complessità scompare e viene sostituita da una figura unica, quasi monocratica, che firma e decide “al posto nostro”.

È una semplificazione potente, perché trasforma un labirinto istituzionale in un antagonista riconoscibile.

Il terzo nodo è quello delle sanzioni alla Russia e del costo economico per famiglie e imprese.

Qui la materia è concreta, perché le sanzioni esistono, la crisi energetica ha colpito, e in diversi territori europei il peso dei prezzi e dell’incertezza si è sentito davvero, soprattutto nel tessuto produttivo.

Ma la domanda decisiva, che i contenuti più incendiari spesso evitano, è questa: quali alternative realistiche c’erano, e quale sarebbe stato il costo di non fare nulla.

Se si discute solo del costo delle scelte, e mai del costo delle non-scelte, qualsiasi politica appare come un piano contro il popolo.

Ursula von der Leyen, nuova accusa: favoritismo politico - La Stampa

È esattamente il tipo di scorciatoia narrativa che trasforma il conflitto geopolitico in un atto d’accusa interno, dove ogni conseguenza negativa viene letta come intenzionale.

Quando il dolore sociale è reale, l’idea di un colpevole intenzionale diventa psicologicamente seducente, perché dà forma a una rabbia che altrimenti resterebbe senza indirizzo.

Il quarto nodo, quello più sensibile, riguarda la trasparenza e l’opacità nelle grandi decisioni europee, in particolare nei contratti e nelle procedure durante la pandemia.

È vero che intorno alle negoziazioni sui vaccini e alle comunicazioni tra vertici istituzionali e aziende farmaceutiche si siano concentrate polemiche, richieste di accesso agli atti e accuse di scarsa trasparenza.

Questo è un tema legittimo, perché quando si muovono miliardi e si decide su beni pubblici essenziali, la trasparenza non è un accessorio, è una condizione di fiducia.

Ma anche qui la differenza tra critica fondata e narrazione tossica sta nel metodo: documenti, atti, procedure, responsabilità, e non l’idea suggestiva dei “messaggi spariti” come prova universale di un disegno criminale.

Il problema politico, per la leadership europea, è che il deficit di chiarezza, anche quando non è illegalità, si percepisce come arroganza.

E l’arroganza percepita è il carburante perfetto per chi racconta l’Europa come un palazzo ostile.

La figura di Orsini, in questo clima, funziona come amplificatore perché occupa una posizione particolare: parla con il linguaggio della sicurezza e della strategia, ma entra nel circuito televisivo dove tutto viene consumato come scontro.

Così ogni sua frase viene letta in due modi opposti e ugualmente radicali: o come “verità proibita” o come “propaganda”.

Quando il dibattito si riduce a questi due estremi, l’analisi muore e resta solo l’identità, cioè la scelta di campo emotiva.

Chi lo attacca spesso lo fa con l’etichetta più rapida, quella del “filorusso”, e chi lo difende spesso lo fa con un’altra etichetta altrettanto rapida, quella del “censurato”.

In entrambi i casi, il contenuto passa in secondo piano, e il pubblico viene istruito a tifare, non a capire.

Ed è qui che la storia diventa davvero europea, non italiana.

Perché l’Europa, oggi, soffre di una frattura tra la necessità di decisioni rapide in tempi di crisi e la lentezza democratica necessaria per renderle legittime.

La crisi permanente, che sia sanitaria, energetica, militare o migratoria, spinge le istituzioni verso strumenti straordinari, comunicazioni sintetiche, messaggi compatti.

Ma più la comunicazione è compatta, più appare chiusa.

E più appare chiusa, più cresce la convinzione che “stiano decidendo sopra la nostra testa”.

Dentro questo quadro, Ursula von der Leyen diventa un simbolo, non solo una persona.

È il simbolo del potere europeo che chiede fiducia senza riuscire a raccontare bene come funziona, e che pretende unità mentre i cittadini vedono differenze enormi tra Paesi, salari, bollette e prospettive.

Quando un simbolo diventa negativo, ogni scelta successiva viene interpretata alla luce di quel simbolo, e qualunque spiegazione arriva tardi, perché la percezione si è già consolidata.

La narrazione più aggressiva parla di “Europa trasformata in caserma” e di “Italia provincia di un impero”, ma ciò che davvero sta dicendo, sotto la retorica, è un’altra cosa: che l’idea originaria di integrazione come prosperità condivisa non basta più a convincere chi oggi si sente più fragile.

Se l’Europa viene vissuta come protezione solo per alcuni e sacrificio per altri, allora qualsiasi gesto di Bruxelles viene letto come predazione.

E a quel punto diventa credibile persino l’idea che la guerra sia un paravento per “spoliazioni”, perché la sfiducia fa apparire plausibile ciò che in un clima sano verrebbe immediatamente chiesto di dimostrare.

Il tema della “sovranità” è il punto in cui queste narrazioni fanno presa più facilmente.

Sovranità, nel lessico di chi contesta la Commissione, non significa solo autonomia militare o monetaria, ma controllo sul futuro quotidiano, cioè bollette, lavoro, industria, risparmio.

Quando si sente di non controllare nulla, si cerca un colpevole che abbia controllato tutto.

E in questo spazio mentale, l’immagine di una leadership europea che firma, negozia e annuncia diventa la prova vivente della propria impotenza.

Il paradosso è che l’UE nasce anche per difendere i suoi membri da shock esterni, ma se non riesce a far percepire quella difesa come equa e comprensibile, viene vissuta come lo shock stesso.

È per questo che parlare di “scandalo” ha senso solo se si chiarisce di quale scandalo si tratta.

Se per scandalo intendiamo un reato, allora servono atti, indagini, riscontri e responsabilità precise.

Se per scandalo intendiamo un problema politico, allora lo scandalo è la distanza: l’asimmetria tra decisioni enormi e comprensione pubblica minima, tra sacrifici richiesti e narrazione spesso burocratica, tra promesse di partecipazione e percezione di comando.

In questo scenario, i “retroscena scomodi” non sono necessariamente stanze oscure con vetri antiproiettile e firme segrete.

Spesso sono cose più banali e più difficili da ammettere: trattative tra governi, pressioni dei mercati, limiti materiali dell’Europa, dipendenze energetiche, vincoli militari, e il fatto che l’Unione, in molte aree, non è ancora uno Stato e quindi reagisce con strumenti ibridi che sembrano autoritari perché non sono pienamente politici.

La verità che molti non amano dire è che l’Europa, così com’è, chiede un livello di fiducia istituzionale che i Paesi membri non hanno più, e che la crisi dell’informazione rende quasi impossibile ricostruire.

Perché ogni tentativo di spiegazione viene subito etichettato come propaganda, mentre ogni critica viene subito etichettata come disinformazione.

E in mezzo resta un cittadino che non ha voglia di essere arruolato in una guerra culturale, ma vorrebbe capire chi decide cosa, con quali limiti, e a quale prezzo.

Se Bruxelles vuole davvero “tremare meno”, non le serve mettere a tacere i critici, perché zittire non convince, e spesso radicalizza.

Le serve fare l’unica cosa che la politica contemporanea evita perché costa fatica: mostrare il processo decisionale, accettare il contraddittorio, ammettere gli errori, e rendere comprensibili i compromessi.

Se invece la risposta al sospetto è solo indignazione morale, il sospetto cresce, perché l’indignazione viene letta come arroganza.

E se la risposta è solo tecnicismo, il sospetto cresce, perché il tecnicismo viene letto come fuga.

La storia che rimbalza tra TV e social, con Orsini al centro e von der Leyen come bersaglio, è quindi meno un dossier e più un termometro.

Misura febbre, non certifica diagnosi.

Ma ignorare la febbre è un errore, perché la febbre segnala che la fiducia è scesa sotto la soglia minima di sicurezza democratica.

Quando la fiducia crolla, qualsiasi decisione diventa sospetta, e qualsiasi sospetto diventa movimento politico.

Questa è la posta in gioco reale, molto più di un titolo ad effetto.

Non si tratta di scegliere tra “Europa cattiva” e “Europa buona”, ma tra un’Europa capace di farsi controllare e spiegare, e un’Europa che, anche quando fa scelte necessarie, le farà sempre sembrare imposizioni.

E quando le imposizioni diventano la narrazione dominante, il terreno si prepara per un futuro in cui la politica estera, l’economia e perfino la libertà digitale non verranno discusse, ma soltanto temute.

In quel futuro, la verità non sarà più ciò che è verificabile, ma ciò che fa più paura.

E se c’è una cosa che nessuna democrazia può permettersi, è vivere di paura come se fosse informazione.

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