Ci sono vicende che restano per giorni in una sospensione innaturale, come se la politica trattenesse il fiato nell’attesa che qualcun altro, di solito la magistratura, metta un punto fermo.

Il cosiddetto caso Hannoun, legato a un’inchiesta su presunti finanziamenti e su ipotesi investigative di particolare gravità, è entrato proprio in questa zona grigia.

Il clima era quello della prudenza pubblica e del nervosismo privato, con dichiarazioni misurate, formule d’ordinanza e la ripetizione quasi rituale di un concetto: “aspettiamo gli accertamenti”.

Poi, all’improvviso, la rottura.

Ilaria Salis, eurodeputata eletta con Alleanza Verdi e Sinistra, diffonde un comunicato dai toni durissimi e sceglie una strada opposta a quella dell’attesa.

Non si limita a esprimere vicinanza politica o umana, ma colloca l’intera vicenda dentro un frame più ampio, fatto di parole che pesano come macigni e che, per forza di cose, spostano la discussione dal terreno giudiziario a quello ideologico.

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È qui che scatta la bufera, perché quando un’inchiesta è ancora oggetto di verifiche e valutazioni, ogni frase “assoluta” rischia di trasformarsi in benzina.

E quando a pronunciare quella frase è una rappresentante delle istituzioni europee, il peso raddoppia, perché la frase non è più solo militanza, diventa anche rappresentanza.

La reazione è immediata e bifronte, come spesso accade nei casi che toccano il conflitto israelo-palestinese e il tema, ancora più sensibile, delle accuse di terrorismo internazionale.

Da una parte c’è chi applaude Salis per aver rotto quello che viene percepito come un silenzio opportunistico, per aver “detto ciò che altri non dicono”, per aver rifiutato la neutralità.

Dall’altra c’è chi la accusa di aver oltrepassato una linea rossa, non tanto per le opinioni in sé, quanto per il modo in cui quelle opinioni vengono calate su un procedimento ancora in corso, con il rischio di delegittimare preventivamente il lavoro degli inquirenti.

Il nodo, infatti, non è soltanto cosa si pensa del Medio Oriente o quali parole si usano per descrivere una tragedia umanitaria che da mesi domina l’agenda globale.

Il nodo è il rapporto tra politica e giustizia, e la capacità delle istituzioni di distinguere tra la denuncia politica e l’accertamento dei fatti.

In un Paese dove la tensione tra potere politico e potere giudiziario è cronica, ogni episodio che sembra mettere in discussione la legittimità dell’indagine produce scintille.

Il comunicato attribuito a Salis viene letto da molti commentatori come un testo che non concede spazio al condizionale e alla prudenza, ma preferisce l’impatto.

E l’impatto, nel 2025, è moneta corrente, perché è ciò che buca i social, che crea titolo, che spinge l’algoritmo e che rende una posizione “identitaria” più riconoscibile di una posizione “ragionata”.

Il problema è che l’impatto, quando si incolla a un’inchiesta delicata, può produrre due effetti opposti e ugualmente destabilizzanti.

Il primo è la radicalizzazione del tifo, per cui l’indagine diventa automaticamente “persecuzione” o automaticamente “prova definitiva”, senza passaggi intermedi.

Il secondo è l’erosione della fiducia procedurale, cioè la convinzione che esistano regole condivise per stabilire la verità fattuale, indipendentemente dalle simpatie politiche.

Dentro questa tempesta, si ripropone una domanda antica: cosa dovrebbe fare un rappresentante istituzionale quando un caso giudiziario tocca temi su cui ha una posizione politica forte.

La risposta più prudente sarebbe distinguere con nettezza tra giudizio politico generale e merito del singolo fascicolo, riconoscendo che i fatti vanno accertati e che le responsabilità, se esistono, vanno provate.

La risposta più militante, invece, è trattare l’inchiesta come parte di un conflitto politico, e quindi come un episodio da interpretare immediatamente, anche a costo di polarizzare.

Salis, secondo la lettura dei critici, avrebbe scelto questa seconda opzione, parlando un linguaggio tipico dei movimenti antagonisti, ma portandolo dentro la legittimazione formale di un ruolo istituzionale.

Ed è proprio questo cortocircuito a dividere l’opinione pubblica, perché per alcuni è coerenza, per altri è inadeguatezza.

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Chi la difende sostiene che la politica non può sempre aspettare, che l’urgenza morale impone di prendere posizione, e che la neutralità è spesso una maschera dietro cui si nasconde l’indifferenza.

Chi la attacca sostiene invece che, senza una minima cautela, la presa di posizione rischia di apparire come una sentenza emessa prima del processo, e quindi come un attacco indiretto alla separazione dei poteri.

In mezzo c’è una fascia ampia di cittadini che non si riconosce né nel tifo né nel silenzio, e che vorrebbe una cosa apparentemente semplice: chiarezza su che cosa sia accertato e che cosa sia ancora contestato.

Ma la chiarezza, oggi, è la merce più rara, perché richiede tempo, documenti, contesto, e un lessico meno incendiario.

Il lessico incendiario, invece, è quello che premia la velocità e la fedeltà tribale.

La vicenda diventa ancora più delicata perché si muove su più piani contemporaneamente: il piano della politica estera e dei diritti umani, il piano interno della sicurezza e della lotta al terrorismo, il piano delle libertà civili e del diritto di dissenso, e infine il piano, tutto italiano, della sfiducia endemica verso le istituzioni.

Quando questi piani si sovrappongono, ogni parola rischia di essere letta come un segnale di appartenenza più che come una valutazione.

Ed è allora che frasi e slogan assumono una doppia vita: per alcuni sono solidarietà, per altri sono apologia, per alcuni sono denuncia, per altri sono irresponsabilità.

Il risultato è un dibattito che non procede per chiarimenti, ma per accuse reciproche.

C’è chi accusa l’altra parte di criminalizzare la resistenza e chi accusa la prima di normalizzare una retorica radicale.

C’è chi chiede di “non delegittimare” i movimenti e chi chiede di non delegittimare la magistratura.

E come spesso accade, nel frastuono finiscono in secondo piano proprio le domande che dovrebbero stare al centro: quali sono gli elementi dell’inchiesta, quali condotte vengono ipotizzate, quali passaggi sono stati compiuti, quali diritti sono garantiti agli indagati e quali obblighi ha lo Stato nel contrasto a eventuali reati.

La questione del ruolo istituzionale di un’eurodeputata diventa quindi il fulcro politico della polemica.

Un rappresentante eletto non perde la libertà di opinione, ma il suo modo di parlare non è mai neutro, perché parla anche “in nome di” un’istituzione e con risorse pubbliche che ne sostengono l’attività.

Per questo molti osservatori, anche non ostili alle cause umanitarie, avrebbero voluto vedere nel comunicato almeno un doppio binario: solidarietà e richiesta di verità, presa di posizione e rispetto delle procedure.

Il fatto che quel doppio binario, nella percezione di chi critica, non sia stato praticato alimenta l’idea di una frattura tra militanza e responsabilità pubblica.

È una frattura che attraversa non solo la sinistra radicale, ma l’intero sistema politico europeo, sempre più tentato dalla comunicazione “totale”, quella che non ammette sfumature perché le sfumature non virano.

In questo contesto, l’Italia appare ancora più vulnerabile, perché qui la polarizzazione è spesso il sostituto del dibattito, e il dibattito è spesso il sostituto dell’azione.

Se la politica si limita a schierarsi, non governa, e se si limita a condannare, non controlla.

Allo stesso tempo, se la politica si trincera dietro il “lasciamo lavorare i magistrati” come formula per non prendere posizione su questioni enormi, rischia di apparire cinica o disinteressata.

È un equilibrio difficile, e proprio per questo servirebbero parole più precise e meno assolute, invece di frasi costruite per dividere la stanza in due metà inconciliabili.

Il caso Hannoun, nella sua dimensione politica, mostra anche un altro fenomeno: il bisogno crescente di molti elettori di vedere rappresentanti che “non si autocensurano”.

Dopo anni di comunicazione istituzionale percepita come tecnocratica, una parte dell’opinione pubblica interpreta la durezza verbale come autenticità.

Ma l’autenticità non coincide necessariamente con la responsabilità, e questa differenza è il cuore della tempesta.

Perché una democrazia può reggere opinioni durissime, può reggere conflitto, può reggere dissenso radicale.

Quello che fatica a reggere è la sostituzione della verifica con il racconto, della procedura con l’etichetta, della complessità con lo slogan.

Quando la politica fa questo, regala alla sfiducia un vantaggio enorme, perché chi non crede più a nulla trova conferma nella rissa permanente.

E chi invece vorrebbe capire si ritrova a scegliere tra due tifoserie, come se l’unico modo di partecipare fosse schierarsi senza domande.

È possibile che questa polemica duri a lungo, perché contiene ingredienti che non si consumano in un ciclo di notizie: identità, geopolitica, giustizia, paura, indignazione, e soprattutto la questione del confine tra parole e conseguenze.

Ogni partito, in questo scenario, cercherà di trasformare l’episodio in una prova di coerenza dell’altro.

Chi è vicino al governo potrebbe usarlo per dire che una certa sinistra è inaffidabile sulla sicurezza e indulgente verso retoriche pericolose.

Chi è vicino a Salis potrebbe usarlo per dire che lo Stato usa l’accusa di terrorismo come grimaldello per reprimere movimenti e solidarietà internazionale.

Il rischio è che il caso venga divorato dal suo stesso simbolismo, e che la verità giudiziaria, quando arriverà, arrivi su un terreno già bruciato dalla propaganda.

Eppure, proprio perché la posta è alta, servirebbe un salto di qualità.

Servirebbe distinguere tra la legittima critica politica alle scelte internazionali e la valutazione di un’indagine specifica.

Servirebbe pretendere trasparenza e rigore senza trasformare la giustizia in un’arma di parte, né in un bersaglio da demolire a prescindere.

Servirebbe, soprattutto, ricordare che su temi così sensibili le parole non sono mai solo parole, perché costruiscono clima, autorizzano comportamenti, creano confini di ciò che è dicibile e di ciò che diventa inaccettabile.

La “verità scomoda” evocata in questi racconti, in fondo, è meno misteriosa di quanto sembri.

La verità scomoda è che l’Italia non ha un linguaggio condiviso per discutere di conflitti globali senza trasformarli in guerre civili verbali.

La verità scomoda è che la politica ha imparato a guadagnare attenzione dividendo, e fatica a guadagnarla spiegando.

La verità scomoda è che le istituzioni, se vogliono restare credibili, devono difendere insieme due cose che oggi vengono messe l’una contro l’altra: il diritto di dissentire e il dovere di accertare i fatti.

Nel caso Hannoun, la miccia è stata una dichiarazione, ma l’incendio riguarda un Paese intero.

Riguarda il modo in cui si costruisce un nemico, il modo in cui si definisce la solidarietà, il modo in cui si parla di sicurezza, e il modo in cui si decide chi merita ascolto e chi merita solo condanna.

Se la politica continuerà a scegliere la polarizzazione come scorciatoia, ogni nuova inchiesta diventerà un referendum morale e ogni presa di posizione diventerà una prova di fedeltà tribale.

Se invece riuscirà a tornare a un lessico più sobrio, capace di sostenere insieme passione e prudenza, allora anche una bufera come questa potrà trasformarsi in un’occasione di maturità democratica.

Perché la democrazia non si misura quando tutti sono d’accordo, ma quando il conflitto è massimo e, nonostante questo, si riesce ancora a distinguere tra ciò che si pensa e ciò che si prova.

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