Cacciari esplode in diretta, come una vera bomba politica che deflagra sul momento.
Urla: “Basta, niente più bugie!” e smaschera quello che definisce il “gioco sporco” sui voti.
Lo studio si congela: nessuno risponde, nessuno osa intervenire.
Documenti vengono citati, numeri vengono messi in chiaro, accuse taglienti come lame.
La Sinistra resta immobile, intrappolata in un silenzio profondamente imbarazzante.
Comincia tutto con una sensazione familiare: quella dell’interrogazione in cui credevi di cavartela col riassunto, finché il professore ti chiede la nota in fondo pagina.
La tv del prime time è esattamente quel banco, le facce tirate degli ospiti sono gli studenti che hanno ripassato gli slogan e dimenticato i contenuti.

Massimo Cacciari non fa preamboli.
Non ricama.
Alza appena la mano, chiede il microfono, e la sua voce, ruvida e cristallina, incide il silenzio come una lama di vetro.
“Basta bugie.
Se volete vincere con il campo largo, dovete dire la verità su che cos’è: un condominio elettorale, non un progetto politico.”
Qualcuno tossisce, il conduttore sorride per stemperare, ma il filosofo ha già cambiato il baricentro.
Stende fogli sul tavolo, indica cifre: flussi elettorali, astensioni, perdite in roccaforti storiche.
“Questo è il gioco sporco sui voti,” scandisce.
“Sommare percentuali incompatibili, chiamarlo ‘fronte’ e sperare che il Paese non si accorga dello scambio di poltrone per programma.”
La regia stringe.
Si vedono le mani che tremano, le penne che picchiettano nervose.
Cacciari non risparmia nessuno.
“Avete la matematica del potere e l’algebra del nulla.
Primum vivere, deinde philosophari?
No: primum programmare, altrimenti vivere a spese di chi lavora.”
Sposta l’asse sul cuore dell’ipocrisia: partiti che ieri si insultavano oggi condividono palchi, ma non idee.
“Chiedete a uno di voi delle armi all’Ucraina, poi chiedete all’alleato: due risposte opposte, e in mezzo il nulla.
Campo largo?
Campo confuso.”
Qualcuno prova a replicare con parole tonde — “diritti, inclusione, clima” — ma Cacciari interrompe con la precisione del chirurgo.
“Le parole sono bellissime.
Dove sono i piani?
Dove sono i costi?
Dove sono i tempi?
Dove sono le compensazioni per chi pagherà la transizione?
Non si governa con gli hashtag.”
Il pubblico riconosce il sapore della verità concreta.
Si sente nei mormorii, negli sguardi che si cercano, nella tensione che taglia l’aria.
Cacciari, con una calma feroce, entra nel merito degli scarti.
“Vi chiedono di votare contro, mai per.
Vi trattano da numeri, non da cittadini.
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Il marketing ha sostituito la politica: cover scintillanti per telefoni che non telefonano.”
Poi, la frase che gela lo studio.
“Non è strategia.
È disperazione organizzata.”
È come un colpo di campana in un tempio vuoto.
Gli ospiti posano le penne.
Il conduttore abbassa gli occhi.
Nessuno sorride.
Perché qui, l’ironia ha finito la benzina.
Cacciari non plaude a nessuno, non arruola e non si arruola.
Fa il lavoro di chi smonta le finzioni con il cacciavite dei dati.
Mostra grafici di voto che raccontano una storia semplice: quando la coalizione è un collage, il Paese sceglie l’originale o il divano.
“Le alleanze si facevano su programmi.
Voi le fate su algoritmi.
Il risultato?
Astensione e irrilevanza.”
A un certo punto, qualcuno sussurra “non si può dire così in tv”.
Il filosofo non alza la voce.
La abbassa.
E nella gravità del tono, la parola “bugie” diventa di piombo.
“Basta dire ‘fascismo’ per coprire la mancanza di idee.
Basta dire ‘deriva’ per giustificare l’accozzaglia.
Il Paese merita una rotta, non una sirena d’allarme.”
Si concede un istante per guardare oltre lo studio.
Parla delle code per le risonanze, delle pensioni erose dall’inflazione, delle bollette che mordono.
“Questa è la vita reale.
Le vostre alleanze cosmetiche non ci arrivano.”
Il conduttore tenta l’uscita di sicurezza: “Ma Conte… ma Schlein… ma il campo…”
Cacciari posa le carte, si inclina appena, e il giudizio esce netto.
“Schlein?
Bravura del nulla: stile senza sostanza.
Conte?
Ha tattica, non un Paese in testa.
E voi volete vincere con la somma di tattiche e la sottrazione di idee?”
Qualcuno cerca rifugio nella morale.

“E i diritti?”
Il filosofo non schiva.
“Diritti sì.
Senza ingegneria sociale, restano poesia.
Chi paga, quando, come?
Dov’è la dignità dei conti?
Dov’è la protezione per chi lavora?”
Un ospite balbetta “è complesso”.
Cacciari sorride amaro.
“Quando è complesso, si studia.
Quando è semplice, si vende.
Qui si sta vendendo.”
L’elenco delle contraddizioni non è una tirata: è una mappa.
Jobs Act: posizioni inconciliabili.
Energia: termovalorizzatori contro prati fioriti.
Tasse: pace fiscale contro patrimoniale.
Europa: rigore contro investimenti.
“E volete far credere che questo sia governo?
È un litigio rinviato.”
La camera cerca un volto che regga l’impatto.
Non lo trova.
Il pubblico è inciso da una constatazione che fa male.
“Vi state aggrappando a chiunque.
Non per il Paese.
Per voi stessi.”
La frase successiva fa il giro dello studio come una corrente fredda.
“Il voto contro è il biglietto di sola andata per l’irrilevanza.
Il voto per richiede una idea.”
Nessuno risponde.
La sinistra, quella sera, resta muta come una statua davanti al restauro che le toglie la patina.
Cacciari non chiude con fuoco.
Chiude con metodo.
“Volete smontare la destra?
Portate piani, non paure.
Portate numeri, non metafore.
Portate tempi, costi, strumenti.
Dite ‘come’ e ‘quanto’.
Altrimenti, è teatro.”
Il conduttore allunga una mano verso la scaletta.
È carta straccia.
La regia annusa il finale e prova a salvare i toni.
È tardi.
Le parole hanno già fatto il loro lavoro.
Nell’ultimo minuto, il filosofo guarda la camera come si guarda un Paese stanco.
“Non vi chiedo di cambiare bandiera.
Vi chiedo di cambiare registro.
Parlate per.
Non solo contro.
Smettete di copiare all’esame.
Studiate la nota a piede pagina.”
La musica di chiusura parte.
Nessuno se ne accorge.
Nello studio resta l’eco di una verità scomoda e utilissima: la somma delle ambiguità non diventa un progetto.
Fuori, la clip corre.
Milioni di visualizzazioni, discussioni al bar, chat di condominio, riunioni di segreteria.
Gli spin doctor cercano di cucire.
I militanti si dividono tra chi applaude e chi accusa.
Ma c’è un punto che non si discute più: il “gioco sporco” sui voti è stato nominato, con numeri e parole chiare.
E quando le cose vengono nominate, iniziano a cambiare — anche lentamente, anche dolorosamente.
Il giorno dopo, nei corridoi, si parla finalmente di programma.
Per la prima volta, qualcuno domanda: “Quanto costa, chi paga, quando parte?”
È un piccolo segnale, ma è reale.
Cacciari l’ha ottenuto non perché urla più forte, ma perché ha fatto la cosa più controcorrente che si possa fare in tv: ha chiesto contenuti al posto dei cori.
Se la politica vuole tornare ad essere tale, il cammino è quello.
Non c’è scorciatoia.
E il Paese, che ha memoria lunga dei professori severi, lo sa.
Alla fine, la differenza tra teatro e governo è tutta in quella nota in fondo pagina: la verità operativa che fa tremare i polsi.
Quella che nessun campo largo può più permettersi di ignorare.
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