Nello studio di “Dritto e Rovescio” l’aria sembra caricata a corrente continua, perché il tema scelto da Paolo Del Debbio, sicurezza e legittima difesa, non è un argomento: è un detonatore.
Le luci fredde schiacciano i volti, la scenografia fa il resto, e la diretta trasforma ogni sillaba in un documento, ogni gesto in una prova, ogni esitazione in un verdetto.
Da un lato c’è Brando Benifei, postura composta, lessico istituzionale, l’idea di riportare la discussione dentro il recinto del diritto europeo e della “civiltà giuridica” come cornice morale non negoziabile.
Dall’altro c’è Tommaso Cerno, che entra nel confronto con un registro opposto, più tagliente e terrestre, costruito per parlare a chi vive la paura come esperienza e non come concetto.
Il conduttore apre il giro con una domanda che sembra semplice e invece è una trappola: stiamo assistendo alla fine della civiltà o all’inizio di una nuova chiarezza.
È il tipo di quesito che costringe gli ospiti a scegliere subito un campo, perché non concede il lusso delle sfumature e invita lo scontro a prendere velocità.
Benifei prende la parola con la calma di chi vuole apparire più grande dell’arena, e imposta l’intervento come una lezione pubblica sullo Stato di diritto, sul valore della vita e sul pericolo di trasformare i cittadini in sceriffi.
Il bersaglio, però, non è soltanto la frase provocatoria attribuita a Cerno, ma l’intero immaginario della destra “muscolare”, accusata di alimentare la paura per coprire i vuoti di governo e spingere l’opinione pubblica verso una logica da Far West.
Nella sua narrazione, la legittima difesa rischia di diventare un alibi culturale, una scorciatoia emotiva che sostituisce la prevenzione, la coesione sociale e l’investimento strutturale su forze dell’ordine e periferie.
Parla come se il problema principale fosse la deriva del linguaggio, perché a suo avviso quando si normalizza l’idea che “chi sbaglia se la cerca”, si scivola dalla giustizia alla vendetta e dal diritto al tifo.
Lo studio ascolta e reagisce a corrente alternata, tra qualche applauso trattenuto e un brusio che non è consenso né dissenso, ma attesa del colpo che inevitabilmente arriverà.
Cerno infatti non interrompe, e quella scelta non è passività, è preparazione, perché lascia che l’avversario costruisca il suo castello di principi per poi attaccarne le fondamenta.
Quando finalmente parla, lo fa abbassando la voce, e in televisione questo è spesso più aggressivo di un urlo, perché costringe il pubblico ad avvicinarsi con l’attenzione e amplifica l’impressione di controllo.
La sua prima mossa è ridurre l’intervento di Benifei a un linguaggio “da protocollo”, una retorica profumata di istituzioni che, secondo lui, non intercetta l’esperienza concreta di chi vive nei quartieri dove l’insicurezza è quotidiana.
Il conflitto, da quel momento, non è più tra due opinioni, ma tra due fonti di legittimità: da una parte il principio astratto, dall’altra la vita reale raccontata come prova che i principi, da soli, non bastano.

Cerno sposta la discussione sulla frattura più dolorosa di tutte, quella tra percezione e tutela, sostenendo che lo Stato arriva tardi quando il danno è già fatto e diventa velocissimo solo nel giudicare la reazione della vittima.
È un’accusa che non vive di numeri, vive di immagini, e le immagini che evoca sono costruite per essere immediatamente riconoscibili, come l’anziano derubato più volte o la famiglia che non dorme tranquilla.
Benifei prova a rientrare nel perimetro della proporzionalità e della legge, ma Cerno lo anticipa con la mossa che in un talk show vale come una presa di possesso: “la legge la conosco”, e da lì ribalta la questione in termini di patto sociale infranto dal criminale.
Il pubblico, a quel punto, smette di seguire la trama giuridica e segue la trama emotiva, perché la televisione non premia chi ha ragione in astratto, premia chi sembra parlare al corpo vivo del Paese.
Benifei percepisce che sta perdendo la sala e tenta una seconda strategia, spostando il confronto su un piano più ampio, dove la sicurezza diventa sintomo di una cultura politica che, a suo dire, ammicca ai muscoli e ignora le radici sociali del disagio.
Aggiunge un livello internazionale, cita la coerenza sui diritti umani, prova a incastrare l’avversario dentro una contraddizione morale, come se dicesse: siete duri con i piccoli e morbidi con i potenti.
È un tentativo di cambiare ring, perché quando l’arena diventa troppo favorevole all’argomento “difendo la gente comune”, l’unico modo per riequilibrarla è portare dentro la partita la reputazione, l’Europa, le grandi parole.
Ma Cerno, invece di inseguire i massimi sistemi, li ridicolizza, e questa è la seconda svolta decisiva, perché accusa Benifei di usare il mondo come via di fuga dalla realtà, come se parlare di geopolitica servisse a non guardare negli occhi la vittima.
A quel punto la discussione diventa una radiografia impietosa del linguaggio politico italiano: “complessità” contro “concretezza”, “rieducazione” contro “protezione”, “diritti” contro “sicurezza”.
Il tema della legittima difesa, che dovrebbe essere giuridicamente delimitato e tecnicamente complesso, si trasforma nella rappresentazione di un conflitto più grande, quello tra istituzioni percepite come lontane e cittadini che chiedono risposte immediate.
Benifei tenta allora l’ultima carta, che è anche la più rischiosa, perché decide di attaccare non l’argomento ma l’uomo, insinuando che Cerno interpreti un ruolo, che cerchi visibilità, che faccia da megafono a un potere “becero”.
In quel momento la tensione cambia densità, perché il dibattito smette di essere “che cosa è giusto” e diventa “chi sei tu per dirlo”, e la televisione su questo terreno è spietata.
Cerno non si agita e non reagisce con rabbia disordinata, ma con una freddezza che suona come una sentenza, perché ribalta l’accusa personale trasformandola in un atto d’accusa contro una classe dirigente descritta come incapace di ammettere gli errori.
Il suo registro si fa diagnostico, quasi clinico, e insiste sul punto che, nel suo racconto, inchioda il Partito Democratico: l’idea che una parte della sinistra abbia sostituito l’esperienza concreta delle persone con un lessico morale che giudica e non protegge.
Lo studio reagisce con un misto di rumore e immobilità, perché la platea percepisce l’umiliazione non nei decibel, ma nel modo in cui le pause creano vuoti dove l’altro non riesce a infilare repliche efficaci.
Benifei prova a richiamare Del Debbio, cerca un’ancora istituzionale, ma il conduttore, come spesso accade in questi format, può solo tentare di tenere i tempi mentre la scena si scrive da sola.
Il punto più delicato, e anche più ambiguo, è che la frase “se un ladro muore è un rischio del mestiere” viene usata come simbolo, non come norma, e diventa il confine emotivo tra chi teme la legittimazione della violenza e chi teme l’abbandono delle vittime.
In una democrazia, quel confine non dovrebbe mai essere lasciato alla teatralità, perché la legittima difesa non è un’ideologia, è un istituto che richiede proporzione, necessità, contesto, e soprattutto un sistema che funzioni prima che si arrivi al punto di rottura.
Eppure la televisione, per sua natura, trasforma il “prima” in sfondo e il “punto di rottura” in protagonista, perché è lì che si accende l’audience e si produce la sensazione di verità immediata.
Cerno capitalizza quella dinamica e la converte in un’accusa frontale: i diritti delle vittime sarebbero stati messi in secondo piano, e la parola “civiltà” sarebbe diventata una coperta usata per non sporcarsi con il conflitto reale.
Benifei, invece, resta intrappolato nel paradosso che tormenta molte forze progressiste: difendere principi universali senza apparire indifferenti alla paura quotidiana, parlare di prevenzione senza sembrare evasivi quando la gente chiede protezione.
Lo studio “paralizzato” è, in fondo, il prodotto di questa collisione, perché quando due linguaggi non condividono più lo stesso dizionario, non si discute: si combatte per imporre quale dizionario debba valere.
La resa senza applausi, quella fatta di sguardi bassi e tentativi di replica spezzati, non è necessariamente la prova che uno abbia ragione e l’altro torto, ma è la prova che uno ha vinto la scena e l’altro ha perso il frame.
E il frame vincente, in quella serata, è stato quello dell’urgenza concreta, del cittadino che chiede tutela, del “non fateci la morale mentre restiamo soli”, che oggi in Italia è un messaggio politicamente potentissimo.
La domanda che resta, dopo che le telecamere si spengono e la pubblicità cancella il silenzio, è meno spettacolare ma più importante: quanta parte della politica italiana è ancora capace di tenere insieme sicurezza e diritto senza trasformare l’una in vendetta e l’altro in distanza.
Perché se la sicurezza diventa solo slogan, la società si indurisce e la fiducia crolla, ma se il diritto diventa solo predica, le persone smettono di sentirsi protette e cercano risposte altrove, anche dove non dovrebbero.
In quel senso, la puntata non racconta soltanto un battibecco tra un eurodeputato e un giornalista, ma fotografa una crepa più grande: la difficoltà, ormai cronica, di parlare di paura senza vergognarsene e di parlare di diritti senza farli sembrare un privilegio.
E quando una crepa diventa spettacolo in prima serata, non serve un boato per capire che qualcosa si è rotto, perché basta osservare ciò che è rimasto dopo le parole: un istante di immobilità collettiva, come se lo studio, per un secondo, non avesse più saputo da che parte guardare.
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