Ci sono serate televisive in cui lo studio sembra improvvisamente troppo stretto per contenere quello che sta accadendo.

Non perché i temi siano nuovi, ma perché cambiano i toni, e quando i toni cambiano la politica smette di essere un confronto e diventa un test di resistenza emotiva.

Il faccia a faccia tra Tommaso Cerno e Angela Azzaro, raccontato e rilanciato online come un “terremoto mediatico”, nasce proprio da questa sensazione di compressione, come se ogni parola avesse un peso specifico più alto del normale.

Nelle ore successive, la narrazione si è cristallizzata attorno a un’etichetta violenta e perfetta per i social, quella frase attribuita a Cerno che in molti ripetono come se fosse il colpo finale, “sei un analfabeta politica”.

Su questo punto, però, va fatto un distinguo essenziale, perché in rete le citazioni circolano spesso senza contesto o con tagli che cambiano completamente il senso di un intervento.

Senza una trascrizione integrale verificata o il video completo, la “frase che fa tremare lo studio” resta prima di tutto un elemento della narrazione virale, più che un dato certo da trattare come atto ufficiale.

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Eppure, al di là della singola battuta, la dinamica dello scontro è reale e riconoscibile, perché mette a nudo uno dei nervi più scoperti dell’Italia di oggi: il confine tra libertà di critica e intimidazione, tra polemica legittima e uso del potere per colpire chi dissente.

Il confronto, almeno per come viene ricostruito nel racconto che circola, si accende su un asse che sembra tecnico ma in realtà è esplosivo, cioè la legittimità democratica e il modo in cui si accetta il verdetto delle urne.

Cerno, nel ruolo che gli viene attribuito, incalza su un punto che parla a una parte ampia del pubblico, ossia l’idea che la sinistra, o una certa area dell’opposizione, faccia fatica ad accettare che chi vince governa.

È un argomento che funziona perché intercetta una percezione diffusa, la sensazione che ci sia sempre un tribunale morale pronto a ridiscutere l’esito elettorale come se il voto fosse solo l’inizio di un processo, non la fine.

In quel tipo di cornice, ogni critica diventa sospetta, perché viene letta non come controllo democratico, ma come delegittimazione preventiva.

Ed è qui che l’intervento di Cerno, nella versione che viene rilanciata, si trasforma da analisi politica in dichiarazione identitaria, quando sostiene che si schiererebbe “con la destra” finché la sinistra non riconoscerà pienamente il diritto di chi vince a governare.

È una frase pensata per creare una linea netta, perché la linea netta produce reazione, e la reazione produce attenzione.

Angela Azzaro, a quel punto, sposta l’asse del discorso su un altro piano, meno tifoso e più istituzionale, cioè l’uso delle querele come strumento di pressione nel dibattito pubblico.

È un passaggio cruciale perché cambia la domanda di fondo, che non è più “chi ha vinto e chi deve governare”, ma “chi può parlare senza temere conseguenze sproporzionate”.

La tesi attribuita ad Azzaro è che non tutte le querele siano uguali, perché il peso di chi querela cambia la sostanza dell’atto.

Se querela un cittadino comune, l’azione appare come una richiesta di tutela.

Se querela una figura di governo o un ministero contro un intellettuale o un giornalista, l’azione può essere percepita come un messaggio, cioè “ti porto in tribunale e intanto ti logoro”.

In quel ragionamento c’è un tema molto serio, che non dipende da simpatie politiche, perché riguarda il cosiddetto effetto raggelante, cioè la paura di esprimersi quando la risposta può diventare una causa lunga e costosa.

Anche quando una querela non porta a condanne, può comunque funzionare come strumento di pressione se costringe chi parla a spendere soldi, tempo, energie e reputazione.

A quel punto lo scontro diventa inevitabilmente personale, perché la televisione in diretta non ama i concetti astratti, e tende a trasformare ogni principio in un caso, ogni caso in un volto, ogni volto in un bersaglio.

Nel racconto virale, il momento di massima tensione arriva quando si cita un titolo firmato da Cerno, “Hanno la faccia come il Salis”, diventato a sua volta un simbolo, non tanto per il contenuto in sé, quanto per la catena di reazioni che avrebbe generato.

Qui la discussione entra nel terreno più scivoloso, quello in cui la libertà di stampa incontra la responsabilità di ciò che si scrive, e in cui il giudizio sul “tono” rischia di sostituire il giudizio sul “fatto”.

Cerno, in questa ricostruzione, rivendica il diritto di usare formule dure come critica politica e giornalistica.

Azzaro, dall’altra parte, insiste sul fatto che la risposta del potere, quando passa per strumenti legali, può diventare una leva per ridurre lo spazio della critica, soprattutto se rivolta a chi governa.

È un duello che, visto così, non è solo tra due persone, ma tra due impostazioni della democrazia.

Da un lato la democrazia come mandato, cioè “ho vinto, governo, giudicatemi alle prossime elezioni”.

Dall’altro la democrazia come vigilanza continua, cioè “chi governa deve tollerare più critica degli altri, proprio perché ha più potere”.

La scintilla che rende tutto ingestibile, nel racconto che sta circolando, è l’uso dell’insulto come forma di sintesi, perché quando entra l’insulto il pubblico smette di ascoltare il ragionamento e comincia a contare i colpi.

Se davvero è stata pronunciata una frase come “analfabeta politica”, la sua funzione comunicativa non sarebbe spiegare, ma chiudere, perché l’insulto è una porta sbattuta, non un invito al confronto.

E infatti, a prescindere dalla letteralità della citazione, l’effetto che la rete attribuisce a quel momento è sempre lo stesso, lo studio che si immobilizza, l’aria che cambia, il silenzio che si fa più rumoroso di qualsiasi replica.

Questo tipo di descrizione è tipico dei contenuti costruiti per la viralità, perché trasforma una disputa in una scena, e una scena in un giudizio morale istantaneo.

Il problema è che la scena diventa più importante del contenuto, e quindi il Paese discute dell’insulto invece che discutere delle regole.

Eppure le regole, qui, sono tutto.

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Perché se il confine tra critica e diffamazione resta ambiguo, allora chi scrive e chi parla vive in un terreno minato.

E se l’uso delle querele resta facile, economico per chi ha potere e costoso per chi lo contesta, allora il dibattito pubblico rischia di impoverirsi, non per censura esplicita, ma per prudenza e stanchezza.

È il paradosso moderno, nessuno ti vieta di parlare, ma ti rendono troppo caro farlo.

Nelle stesse ore in cui la clip viene condivisa, la discussione online tende a dividersi con una rapidità quasi automatica.

C’è chi considera Cerno il difensore di un principio semplice, cioè la sovranità del voto e la fine del paternalismo morale.

C’è chi considera Azzaro la voce che ricorda un principio altrettanto semplice, cioè che il potere deve sopportare più controllo e non può usare la giustizia come randello.

Il punto, però, è che entrambe le cose possono essere vere insieme, perché una democrazia sana è quella in cui chi vince governa, ma governa sotto critica, e la critica non può essere resa impraticabile da asimmetrie di forza.

Quando questi due principi vengono messi in conflitto come se fossero incompatibili, il dibattito smette di essere una ricerca di equilibrio e diventa una lotta per l’egemonia morale.

Ed è in quel momento che il linguaggio si degrada, perché se l’obiettivo non è convincere ma squalificare, allora l’insulto è più utile dell’argomento.

Questa è la vera ragione per cui episodi del genere fanno rumore, perché non raccontano solo chi ha ragione in quel momento, ma raccontano il livello di stress del sistema.

Un sistema politico e mediatico stressato parla più forte, ascolta meno, e soprattutto scambia la durezza con la lucidità.

La televisione, poi, amplifica tutto, perché è un ambiente che trasforma ogni sfumatura in un segnale e ogni segnale in un verdetto.

Un sopracciglio alzato diventa disprezzo, una pausa diventa imbarazzo, un mezzo sorriso diventa derisione.

E quando le clip vengono tagliate e rilanciate, ciò che resta non è la sequenza logica, ma la sequenza emotiva.

Non resta “che cosa hanno detto”, resta “chi ha umiliato chi”.

Se si vuole cogliere la sostanza politica dietro la polemica, allora bisogna guardare dove lo scontro fa più male, cioè nel rapporto tra potere e parola.

Un governo legittimo non dovrebbe temere la critica, e un’opposizione seria non dovrebbe confondere il controllo con la delegittimazione automatica.

Un giornalismo libero non dovrebbe rinunciare a titoli forti per paura, ma non dovrebbe nemmeno usare la brutalità come sostituto del rigore.

E una società matura dovrebbe riuscire a distinguere tra contestare un’idea e colpire una persona, perché quando questa distinzione si perde, la politica diventa un’arena e la democrazia un reality.

La scena “Cerno contro Azzaro”, così come viene raccontata, è quindi meno un “momento di verità” e più un momento di specchio.

Uno specchio che mostra quanto ci sia fame di regole chiare, e quanto ci sia invece dipendenza dalla rissa come forma di intrattenimento politico.

Se davvero quel confronto ha scosso qualcosa, non è perché una frase ha fatto tremare lo studio, ma perché ha ricordato a tutti che la libertà di espressione non muore solo quando viene vietata.

Muore anche quando diventa un privilegio per chi può permettersi il costo dello scontro, e quando la conversazione pubblica si riduce a una gara di etichette.

In quel punto preciso, tra diritto di governare e diritto di criticare, si gioca la qualità del nostro spazio democratico, molto più di qualsiasi clip che faccia il giro dei social in una notte.

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