CERNO SGANCIA LA BOMBA: SCOOP CONTRO REPORT DI RANUCCI, OMBRE DI DOSSIERAGGIO E GUERRA POLITICA. FDI ACCUSA M5S, EMERGONO NOMI, METODI E RETROSCENA CHE METTONO IN DISCUSSIONE L’INTERO SISTEMA DELL’INFORMAZIONE PUBBLICA|KF – NEW NEWS SPAPERUSA

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CERNO SGANCIA LA BOMBA: SCOOP CONTRO REPORT DI RANUCCI, OMBRE DI DOSSIERAGGIO E GUERRA POLITICA. FDI ACCUSA M5S, EMERGONO NOMI, METODI E RETROSCENA CHE METTONO IN DISCUSSIONE L’INTERO SISTEMA DELL’INFORMAZIONE PUBBLICA|KF

Quando un programma d’inchiesta finisce al centro di un’inchiesta mediatica, la questione smette di essere solo giornalismo e diventa subito potere, reputazione e fiducia pubblica.

È quello che sta accadendo dopo la pubblicazione di un articolo firmato da Tommaso Cerno, che ha riacceso una polemica esplosiva attorno a Report e al suo conduttore Sigfrido Ranucci.

Il punto, al momento, non è un verdetto, perché i fatti vanno separati dalle insinuazioni e le responsabilità dalle narrazioni.

Il punto è che l’accusa, anche se tutta da dimostrare, tocca il nervo più sensibile del servizio pubblico: l’idea che l’informazione pagata dai cittadini debba essere non solo libera, ma anche irreprensibile nei metodi.

Secondo quanto riportato nel dibattito politico e nei commenti che hanno seguito l’articolo, il caso ruoterebbe attorno a un presunto trafugamento di un’enorme mole di file da un archivio informatico legato a un professionista che avrebbe avuto rapporti di consulenza in ambienti delicati.

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Qui è fondamentale usare le parole giuste, perché “dossieraggio” è un’etichetta che brucia e che spesso viene usata per spostare l’attenzione dal merito delle notizie al sospetto sull’origine delle notizie.

In una democrazia, infatti, una cosa è contestare il contenuto di un’inchiesta e un’altra è insinuare che le fonti siano state ottenute illegalmente, perché nel secondo caso si attacca la legittimità stessa del giornalismo investigativo.

La bomba, come viene raccontata dai sostenitori di Cerno e amplificata dai canali che hanno ripreso la vicenda, starebbe in questo: l’idea che materiali riservati, o comunque non destinati alla pubblicazione, possano essere stati acquisiti in modo improprio e poi trasformati in munizioni editoriali.

Se una simile ipotesi venisse dimostrata in sede giudiziaria, sarebbe un colpo durissimo, perché l’etica dell’inchiesta non è un optional ma la sua condizione di sopravvivenza.

Se invece l’ipotesi si rivelasse infondata o strumentale, sarebbe altrettanto grave, perché significherebbe che l’accusa è diventata un’arma politica per delegittimare una trasmissione scomoda.

È proprio questa doppia possibilità che rende la storia tossica e perfetta per la polarizzazione.

Da un lato c’è chi dice che “finalmente qualcuno indaga sugli investigatori”, dall’altro c’è chi vede l’ennesimo tentativo di intimidire il giornalismo d’inchiesta usando l’ombra del sospetto.

In mezzo, come spesso accade, c’è un elemento che viene sacrificato: la verifica paziente dei passaggi, dei ruoli, delle date e delle fonti.

Nella vicenda si è inserita anche la politica, e non in modo marginale, perché quando la RAI entra nella tempesta ogni partito tende a comportarsi come se si stesse discutendo del proprio campo da gioco.

Il Movimento 5 Stelle, attraverso dichiarazioni attribuite a esponenti in Commissione di Vigilanza, avrebbe impostato la questione non tanto sul merito delle accuse contro Report, quanto sulla posizione di Cerno e su un possibile tema di opportunità o conflitto.

La tesi, riassunta in modo brutale, sarebbe questa: è corretto che un giornalista che collabora con la RAI pubblichi sul giornale che dirige un attacco frontale contro un volto di punta del servizio pubblico.

Fratelli d’Italia, invece, ha reagito ribaltando la cornice, presentando le critiche del M5S come un attacco alla libertà di stampa e offrendo solidarietà a Cerno.

Il risultato è il classico schema che incendia i social: non si discute più “che cosa è vero”, ma “da che parte stai”.

In questa guerra di cornici, Report smette di essere una trasmissione e diventa un simbolo, o della resistenza contro il potere oppure dell’abuso di potere mediatico.

È qui che il caso diventa un test sullo stato del giornalismo pubblico italiano, perché la RAI non è un’azienda qualsiasi e non dovrebbe funzionare come un terreno di scontro tra tifoserie.

La domanda seria, infatti, non è se una testata possa criticare un altro giornalista, perché la critica tra colleghi esiste ed è legittima quando è fondata e corretta.

La domanda seria è quali standard debbano valere quando il bersaglio e l’attaccante orbitano nello stesso ecosistema pubblico e quando l’effetto collaterale è la fiducia dei cittadini nel servizio.

Il rischio, in casi come questo, è che l’opinione pubblica venga trascinata in un aut-aut: o credi a Report sempre e comunque, oppure credi che Report sia sempre e comunque parte di una macchina di potere.

La realtà, quasi sempre, è più prosaica e più difficile da digerire: la qualità del giornalismo si misura sul metodo, e il metodo si misura sui dettagli, non sulle intenzioni dichiarate.

Per questo, se davvero ci sono procedimenti giudiziari in corso, rinvii a giudizio, accuse di accesso abusivo a sistemi informatici o contestazioni legate a copie di archivi, la prima regola è distinguere responsabilità personali da responsabilità editoriali.

Cerno: la solidarietà de Il Tempo a Sigfrido Ranucci. La pena per chi ci  chiama mandanti – Il Tempo

Un programma può usare fonti che si rivelano problematiche senza esserne consapevole, e in quel caso la questione diventa di due diligence e controllo interno.

Un programma può anche essere accusato di avere cercato attivamente scorciatoie, e in quel caso la questione diventa etica e, se emergono condotte rilevanti, anche penale.

Tra questi due estremi c’è lo spazio delle allusioni, che è il terreno preferito della propaganda.

Ed è proprio lo spazio in cui, spesso, finiscono le storie che riguardano intercettazioni, verbali, archivi, procure e materiale sensibile, perché basta evocare “le carte” per far credere di avere la verità in tasca.

Nel racconto che sta circolando, torna anche un tema ricorrente: l’idea che Report abbia avuto in passato informazioni che “non avrebbe dovuto avere” o che non erano disponibili al pubblico.

Su questo terreno serve freddezza, perché le inchieste giornalistiche spesso arrivano prima delle conferenze stampa e spesso contengono elementi che non erano ancora noti ai cittadini, e questa non è di per sé una colpa.

Il confine si sposta solo se quei materiali arrivano da canali illeciti e se il giornalista, invece di fare il cane da guardia, diventa il terminale di un circuito opaco.

Ma quel confine non si stabilisce con un’impressione o con un “si dice”, si stabilisce con fatti accertati, atti, tracciamenti, testimonianze e riscontri.

Il cortocircuito politico-mediatico di queste ore nasce anche da un’altra dinamica molto italiana: la tentazione di trasformare la credibilità di un programma in una questione morale assoluta.

Se Report è percepito come “sempre contro il centrodestra”, ogni attacco a Report verrà percepito come regolamento di conti.

Se Report è percepito come “ultimo presidio”, ogni critica a Report verrà percepita come censura o bavaglio.

In entrambi i casi, la verità fattuale resta schiacciata tra due storytelling che si alimentano a vicenda.

C’è poi il tema, più tecnico ma decisivo, del rapporto tra giornalismo e fonti che gravitano attorno a procure, consulenti, professionisti e archivi sensibili.

Il giornalismo investigativo lavora spesso con persone che conoscono “le stanze”, ma proprio per questo deve essere maniacale nel separare ciò che è legittimo da ciò che è tossico.

Quando questa separazione non è chiara, il rischio non è solo la figuraccia, ma l’effetto sistemico: la gente smette di credere a tutto, anche alle inchieste fatte bene.

È il danno più grande, perché il cinismo generalizzato è il paradiso di chi non vuole controllo.

In questa vicenda, peraltro, colpisce il modo in cui la polemica venga spostata rapidamente su un’altra domanda, più comoda per i partiti: chi può parlare e chi deve tacere.

Se Cerno “può” o “non può” fare quell’articolo, se è “compatibile” o “non compatibile”, se la critica sia “campagna” o “inchiesta”.

Sono tutte domande che, da sole, non chiariscono il fatto centrale, che è molto più semplice e molto più scomodo: l’accusa è vera o no, e quali prove la sostengono.

Nel servizio pubblico la credibilità non si difende con i comunicati, ma con procedure trasparenti, verifiche interne e, soprattutto, con la disponibilità a farsi controllare senza gridare al complotto.

Allo stesso modo, chi accusa dovrebbe ricordare che il giornalismo non è un tribunale e che insinuare senza dimostrare produce solo fango che resta anche quando l’accusa evapora.

Se c’è un modo maturo di leggere questa storia, è considerarla un promemoria: l’informazione pubblica non può permettersi né l’arroganza dell’intoccabilità né la paranoia del complotto permanente.

Perché se passa l’idea che qualunque inchiesta sia frutto di dossier illegali, allora non esistono più controllori credibili.

E se passa l’idea che qualunque critica a un programma d’inchiesta sia un bavaglio, allora non esistono più standard criticabili, e anche i migliori rischiano di peggiorare.

La vera posta in gioco, quindi, non è solo la reputazione di un conduttore o la carriera di un direttore.

La posta in gioco è la fiducia nel fatto che un cittadino possa guardare un’inchiesta, leggerne le fonti, valutare i metodi e credere che il servizio pubblico non sia una guerra per bande, ma un’infrastruttura democratica.

Se dalle prossime settimane emergeranno atti chiari e riscontri verificabili, allora sarà doveroso discuterne con severità, perché chi fa inchiesta deve accettare su di sé lo stesso metro che applica agli altri.

Se invece emergerà che la “bomba” era soprattutto un ordigno retorico, allora sarà doveroso discutere di responsabilità politica e mediatica nel diffondere accuse capaci di incendiare il clima senza fondamento solido.

In entrambi i casi, l’Italia non ne esce bene se riduce tutto a “chi attacca chi”, perché la democrazia non si regge sul tifo, si regge sul controllo reciproco e sulla precisione.

E la precisione, in queste ore, è la cosa che manca più di tutte, proprio mentre tutti dicono di difendere la verità.

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