C’è un momento, nella vita di ogni grande organizzazione collettiva, in cui il problema non è più l’attacco degli avversari ma la stanchezza dei propri.
È lì che la crisi smette di essere rumore esterno e diventa crepa interna, fatta di silenzi, tessere non rinnovate, assemblee più vuote e delegati che faticano a spiegare “perché conviene” restare.
Negli ultimi tempi, attorno alla CGIL e più in generale al sindacato italiano, questa crepa è diventata un argomento quotidiano.
Non perché sia improvvisamente emerso un singolo scandalo capace di azzerare la fiducia, ma perché si sono sommati segnali persistenti che puntano nella stessa direzione.
Il segnale più citato è la percezione di una fuga, o comunque di un raffreddamento, nel rapporto con una parte dei lavoratori.
E quando in un Paese come l’Italia si parla di iscritti che calano, non si sta discutendo soltanto di bilanci e anagrafiche.

Si sta discutendo della legittimazione stessa del sindacato come strumento utile, cioè come intermediario capace di trasformare rabbia e bisogno in tutela concreta.
La frase che rimbalza ovunque, “non ci rappresentano più”, è devastante proprio perché è semplice.
Non accusa un errore tecnico, non contesta una singola piattaforma, non chiede un aggiustamento di linea.
Dice che il legame si è spezzato, o che almeno si è allentato al punto da non essere più dato per scontato.
In questo quadro, la figura di Maurizio Landini è inevitabilmente centrale, nel bene e nel male, perché oggi la leadership sindacale è diventata anche leadership mediatica.
Landini è presente, riconoscibile, polarizzante, e questo ha un effetto doppio.
Da un lato dà alla CGIL un volto e una voce capaci di bucare il rumore del dibattito pubblico.
Dall’altro rischia di schiacciare l’organizzazione su una percezione di “parte”, soprattutto quando la comunicazione si concentra sul conflitto politico generale più che sulla microfisica quotidiana dei luoghi di lavoro.
Il punto non è stabilire se un sindacato debba parlare di politica, perché il lavoro è politica per definizione.
Il punto è capire quando la politica appare come difesa degli interessi del lavoro e quando, invece, viene percepita come militanza contro il governo di turno.
Questa distinzione, per chi vive di relazioni industriali, sembra sottile e artificiale.
Per molti lavoratori, invece, è una distinzione istintiva, quasi emotiva, che passa da una domanda brutale: “mi state risolvendo un problema o mi state chiedendo di aderire a una visione”.
La crisi di rappresentanza nasce spesso così, da un disallineamento tra la domanda e l’offerta di tutela.
La domanda oggi è tremendamente concreta, perché l’inflazione recente, le bollette, il costo della vita, i mutui e i canoni d’affitto hanno trasformato il lavoro in una corsa sul posto.
Aumenti salariali che una volta potevano sembrare “decorosi” oggi vengono inghiottiti in pochi mesi.
Turnazioni più pesanti, organici ridotti, reperibilità informale, messaggi fuori orario, obiettivi sempre più aggressivi hanno reso la fatica una normalità.
Nel frattempo la precarietà non è più un’eccezione giovanile ma una condizione strutturale che attraversa settori, territori e perfino professioni qualificate.
Dentro questa pressione, il lavoratore medio non chiede necessariamente una bandiera, ma una leva.
Chiede contratti aggiornati, assistenza reale, protezioni rapide, presenza nei reparti, nei magazzini, nei cantieri, negli uffici, nei call center, nelle scuole e negli ospedali.
Quando la comunicazione pubblica del sindacato viene percepita come dominata da manifestazioni, slogan e conflitti “alti”, una parte della base interpreta quella visibilità come distanza.
È una lettura che può essere ingenerosa, perché le battaglie generali spesso servono proprio a ottenere risultati nei tavoli.
Ma in politica e nei corpi intermedi conta la percezione quanto la realtà, e la percezione si costruisce con la ripetizione di segnali.
Se il lavoratore vede più spesso il sindacato in televisione che nel posto in cui timbra il cartellino, il dubbio cresce anche quando il sindacato sta lavorando dietro le quinte.
Il calo di iscritti, quando c’è, diventa allora una specie di termometro collettivo.

Non misura soltanto l’accordo con una linea, ma misura la fiducia nell’utilità del gesto stesso di iscriversi.
Perché la tessera non è solo appartenenza, è un investimento minimo su un’idea semplice: “se mi succede qualcosa, non sono solo”.
Quando quell’idea perde forza, la tessera diventa un costo superfluo e la rinuncia sembra razionale.
La CGIL, inoltre, paga un problema che non è solo suo, ma sistemico, perché il mondo del lavoro di oggi è frammentato come non lo era decenni fa.
Il sindacato classico è nato e si è rafforzato in un’epoca di fabbriche grandi, lavori standardizzati, identità collettive forti e contratti relativamente stabili.
Oggi convivono dipendenti e autonomi, partite IVA genuine e partite IVA “di necessità”, gig economy e microimprese, professioni digitali e lavori di cura, rider e tecnici specializzati.
Molti di questi lavoratori non si riconoscono nel linguaggio tradizionale del sindacato, che spesso parla ancora la grammatica del Novecento.
E non si tratta solo di parole, ma di strumenti.
Chi vive di incarichi brevi, di piattaforme, di commesse, di algoritmi o di clienti, ha bisogni sindacali diversi rispetto a chi ha un posto fisso in una grande azienda.
Vuole tutele modulari, orientamento fiscale e previdenziale, protezione contro clausole capestro, assicurazioni, contratti nuovi, e soprattutto tempi rapidi.
Se la risposta appare lenta o ideologica, l’allontanamento non è un atto di ostilità, ma un’uscita silenziosa dal perimetro.
Esiste poi una frattura generazionale che non si può più trattare come un dettaglio.
Per molti giovani il sindacato è un simbolo storico più che un servizio presente.
Il giovane precario tende a vedere la contrattazione come una cosa “da altri”, perché il suo datore di lavoro cambia spesso, il suo contratto è fragile, e la sua carriera è un puzzle.
Se non percepisce un beneficio immediato, non entra, e se non entra, non impara a considerarlo una risorsa.
Questo produce un circolo vizioso in cui il sindacato resta forte dove il lavoro è più stabile e invecchiato, e fatica dove il lavoro è più nuovo e mobile.
La conseguenza è anche politica, perché quando la base cambia e l’organizzazione non cambia abbastanza, l’organizzazione viene letta come conservatrice, anche se si racconta come radicale.
Nella discussione pubblica, l’accusa più ricorrente verso la CGIL è quella di essere diventata “troppo politica”.
È un’accusa che spesso non significa “non fate politica”, ma significa “fate una politica che non mi include”.
Un sindacato grande dovrebbe riuscire a rappresentare lavoratori con idee diverse, uniti da condizioni simili, non da un’identità ideologica condivisa.
Quando invece una parte di lavoratori percepisce che l’organizzazione parla soprattutto a un campo culturale specifico, l’adesione diventa una scelta di tribù e non di tutela.
E una scelta di tribù, nel lavoro, è più difficile, perché i problemi sul posto di lavoro non chiedono appartenenza, chiedono soluzioni.
Landini, in questo scenario, diventa un acceleratore.
Chi lo apprezza lo vede come l’ultimo leader capace di dire no, di alzare il conflitto, di difendere i diritti senza fare sconti.
Chi lo critica lo vede come il volto di una CGIL che parla più al Palazzo che al turno di notte, più al talk show che al caporeparto, più alla contrapposizione politica che alla contrattazione quotidiana.
Non è detto che una di queste due letture sia completamente vera e l’altra completamente falsa.
È possibile, anzi probabile, che entrambe intercettino pezzi di realtà.
La crisi, infatti, è identitaria prima ancora che numerica.

È la crisi di un “chi siamo” che non riesce a stare insieme con un “a cosa serviamo” percepito come immediato.
E quando identità e utilità non combaciano, una grande organizzazione entra nella sua notte più difficile, perché rischia di diventare simbolica ma poco operativa per chi sta in prima linea.
C’è anche un tema di efficacia, che viene spesso sottovalutato quando si discute solo di comunicazione.
Meno iscritti significa meno risorse, e meno risorse significa meno capacità di presidio, meno assistenza, meno organizzazione, meno forza contrattuale.
Questo indebolimento può alimentare ulteriore sfiducia, perché chi osserva da fuori vede un soggetto meno incisivo e conclude che iscriversi serva a poco.
Il sindacato, in altre parole, rischia di essere giudicato come un’assicurazione che non paga, anche quando la verità è che senza assicurati la polizza collettiva si indebolisce.
Nel settore pubblico, che storicamente è stato un bacino importante per la rappresentanza sindacale, la frustrazione ha assunto forme particolari.
Scuola e sanità vivono da anni di carenze strutturali, carichi di lavoro crescenti, stipendi percepiti come insufficienti, e una pressione emotiva che non entra nei contratti ma pesa nelle vite.
Molti lavoratori pubblici continuano a iscriversi per tradizione, per cultura, per riconoscenza, ma cresce la domanda che fa male: “perché non cambia nulla”.
Quando la risposta appare sempre uguale, o quando viene percepita come un rito, la distanza aumenta anche tra chi non ha mai pensato di uscire.
Dall’altra parte, la CGIL e la sua dirigenza rivendicano una tesi che non è irragionevole: non si può difendere il lavoro senza intervenire sulle scelte di governo.
Se salario minimo, fisco, pensioni, sanità, scuola, investimenti, precarietà, sicurezza sul lavoro sono oggetti di legge, allora tacere sarebbe una resa.
Il problema, però, non è la legittimità dell’intervento, ma la sua forma e il suo effetto.
Se l’intervento viene letto come opposizione permanente, anche quando è opposizione motivata, una parte del mondo del lavoro si sente usata come massa di manovra e non rappresentata come comunità.
In questa frizione si annida il rischio più grande: che il sindacato perda la capacità di parlare anche a chi non la pensa allo stesso modo, cioè che perda la sua natura di infrastruttura sociale.
Quando un corpo intermedio si riduce a “parte”, smette di essere ponte e diventa trincea.
E una trincea può mobilitare i già convinti, ma difficilmente riconquista i dubbiosi.
La domanda che resta, allora, non è se la CGIL sia “finita”, perché le grandi organizzazioni raramente finiscono di colpo.
La domanda è se stia entrando in una fase di declino lento, quello più pericoloso, perché si normalizza e si giustifica ogni anno come un incidente temporaneo.
Per evitarlo serve qualcosa che va oltre lo slogan e oltre la difesa d’ufficio.
Serve un riallineamento tra linguaggio e bisogni, tra visibilità e presenza, tra conflitto e risultati, tra identità storica e lavoro nuovo.
Soprattutto serve un patto implicito rinnovato con chi lavora, che non si costruisce solo con grandi piazze ma con micro-vittorie quotidiane riconoscibili, replicabili e raccontate con semplicità.
Perché un lavoratore può anche accettare la complessità, ma non accetta più la distanza.
E se “non ci rappresentano più” diventa una frase normale, ripetuta senza scandalo, allora la notte non è più una metafora, ma una condizione stabile.
In quel buio, la CGIL non perderebbe soltanto iscritti, ma perderebbe il suo ruolo storico di argine sociale, e il Paese perderebbe uno dei pochi strumenti capaci di trasformare conflitti individuali in diritti collettivi.
Ed è questo, al di là di ogni simpatia o antipatia per Landini, il nodo che rende la crisi sindacale una questione nazionale, non di categoria.
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