C’è un tipo di polemica che in Italia non resta mai confinata a un singolo caso, perché tocca nervi scoperti che riguardano tutti: figli, tutela, povertà, Stato e fiducia nelle istituzioni.

È esattamente quello che è accaduto quando, durante la conferenza stampa di inizio anno, Giorgia Meloni ha risposto a una domanda sulla cosiddetta “famiglia nel bosco” con parole destinate a far discutere ben oltre la sala stampa.

Il cuore del suo intervento non è stato soltanto politico, ma simbolico, perché ha messo in fila due idee che, messe insieme, diventano un detonatore: la tutela dei minori e l’uguaglianza davanti alla legge.

Meloni ha detto, in sostanza, che allontanare dei bambini dai genitori dovrebbe essere una misura estrema, da adottare solo quando si ha la certezza che i minori stiano davvero meglio lontani dalla propria famiglia.

Detta così, è una frase che intercetta un sentimento diffuso, perché nessuno immagina la separazione familiare come una soluzione leggera, né sul piano umano né su quello psicologico.

Ma la frase successiva, quella che ha dato al discorso una traiettoria più conflittuale, è stata l’invito a spiegare perché dei bambini non possano crescere “in un bosco”, e la denuncia di una possibile selettività negli interventi delle istituzioni.

Da lì in poi, la discussione si è spostata su un terreno molto delicato, perché quando si evoca l’idea che alcuni casi vengano trattati con severità e altri con tolleranza, si sta parlando di fiducia nello Stato, e la fiducia è una moneta fragile.

Nel racconto della premier, il rischio è che la valutazione diventi “morale o ideologica”, cioè più legata a un modello di vita ritenuto accettabile che a una verifica concreta del benessere dei minori.

È un’accusa pesante, perché implica che la macchina della tutela possa scivolare dal criterio del danno reale al criterio della normalità sociale.

E quando la normalità sociale diventa metro di giudizio, il confine tra protezione e stigma può diventare sottile.

Giorgia Meloni

La parte più incendiaria del ragionamento, rilanciata con forza da commentatori e sostenitori, è l’idea che la legge non venga applicata nello stesso modo a tutte le famiglie, soprattutto quando entrano in gioco povertà, marginalità, scelte abitative non convenzionali e contesti già segnati da fragilità.

In quel passaggio si tocca un punto che divide l’opinione pubblica: è più “giusto” intervenire perché una famiglia vive in condizioni considerate inadeguate, oppure è più giusto intervenire prima per aiutare quella famiglia a diventare adeguata senza spezzarla.

La premier ha scelto chiaramente la seconda impostazione, sostenendo che l’ordinamento dovrebbe lavorare per sostenere le famiglie in difficoltà e non per aggiungere un trauma ulteriore, cioè la separazione.

È un modo di porre il tema che suona intuitivo, perché mette davanti l’idea di riparazione invece di quella di punizione.

Eppure, appena si esce dalla forza emotiva di queste frasi, si entra in un labirinto fatto di diritto minorile, valutazioni tecniche, responsabilità dei servizi sociali, decisioni dei tribunali e casi concreti che raramente sono “semplici” come appaiono nei titoli.

In Italia, l’allontanamento di un minore non è, almeno sulla carta, una misura che si decide perché un’abitazione “non piace”, ma perché si valuta un rischio per il bambino, che può essere materiale, psicologico, sanitario o educativo.

Il problema è che la valutazione del rischio, per definizione, non è un termometro, ma un giudizio complesso che dipende da informazioni disponibili, risorse sul territorio, competenze, tempi e, inevitabilmente, anche da culture professionali diverse.

Quando Meloni parla di casi “molto estremi”, mette pressione proprio su questa zona grigia, perché suggerisce che la soglia di intervento possa essersi abbassata o che venga applicata in modo disomogeneo.

Ed è qui che la domanda “la legge è uguale per tutti” diventa più di uno slogan, perché se la disomogeneità esiste, anche solo in parte, essa non è solo un problema di singoli casi, ma un problema di sistema.

Dall’altra parte, chi difende l’operato di magistratura minorile e servizi sociali tende a ricordare che ogni situazione familiare può contenere elementi non pubblici e che la tutela del minore richiede riservatezza, proprio per proteggere i bambini dall’esposizione mediatica.

Questa obiezione è fondamentale, perché significa che spesso l’opinione pubblica discute di vicende di cui conosce solo una parte, e quella parte è quasi sempre la più emotiva.

Il punto politico, però, non è risolvere in diretta il merito di un singolo caso, perché il merito richiede atti, relazioni, visite, valutazioni e contraddittorio nelle sedi appropriate.

Il punto politico è la regola, cioè quali criteri generali guidano le decisioni e quale controllo democratico esiste su un ambito dove lo Stato entra nella cosa più intima che abbiamo: la relazione tra genitori e figli.

Meloni, infatti, ha aggiunto un elemento che sembra tecnico ma è esplosivo: l’assenza di un monitoraggio complessivo dei minori allontanati e l’intenzione del governo di istituire un registro per capire dimensione e caratteristiche del fenomeno.

Se davvero i dati sono frammentati e non centralizzati, si tratta di una lacuna enorme, perché senza numeri comparabili è difficile distinguere tra percezione e realtà, tra emergenza e narrativa.

E senza numeri, anche la politica rischia di muoversi come spesso fa: a colpi di casi simbolo, cioè di eccezioni trasformate in regola o di regole trasformate in scandalo.

Il dibattito si è acceso anche perché, nel racconto mediatico, la “famiglia nel bosco” viene trasformata in una metafora dell’Italia che si divide tra chi difende uno stile di vita alternativo e chi invoca standard minimi non negoziabili.

Da un lato c’è chi sostiene che vivere in un contesto naturale non equivalga automaticamente a trascuratezza, e che il criterio debba essere la cura reale, la salute, l’affetto, la scuola e la sicurezza.

Dall’altro lato c’è chi teme che dietro la parola “alternativo” si nascondano privazioni concrete, isolamento, mancanza di servizi essenziali, rischio sanitario o educativo, e che il romanticismo del “ritorno alla natura” non debba mai coprire bisogni primari di un minore.

Queste due posizioni, se fossero discusse con calma, potrebbero perfino incontrarsi su un punto: la priorità deve essere il superiore interesse del bambino, non la punizione del genitore né la celebrazione ideologica di un modello.

Ma la televisione e i social, si sa, non sono il regno della calma, e così lo scontro scivola rapidamente su un terreno più ruvido: chi decide, con quali criteri, e con quale coerenza.

Famiglia nel bosco, Meloni: «Vanno riviste le norme sulla sottrazione dei  figli minori» | Il Centro

Quando nel discorso entrano paragoni con altre situazioni di marginalità sociale, la questione diventa ancora più delicata, perché si rischia di usare categorie fragili come clava retorica, con il risultato di alimentare stigma invece di costruire soluzioni.

È importante dirlo con chiarezza: la tutela dei minori non può trasformarsi in una gara di miserie, dove si confrontano condizioni difficili per stabilire chi meriti più attenzione o più severità.

Se esistono contesti in cui i bambini vivono in condizioni non adeguate, la risposta non dovrebbe essere l’indifferenza verso alcuni o l’accanimento verso altri, ma una capacità dello Stato di intervenire prima con sostegno, e solo dopo, se necessario, con misure drastiche.

La premier, con l’esempio della “doccia” e del sostegno materiale, ha cercato proprio di spostare l’attenzione su questo: aiutare una famiglia a mettersi in regola con standard minimi può essere meno traumatico che separarla.

È un ragionamento che, sul piano umano, appare sensato, ma che sul piano amministrativo apre una domanda enorme: i Comuni e i servizi hanno davvero risorse, tempi e strumenti per fare quell’aiuto in modo sistematico, oppure la separazione finisce per diventare, in alcuni casi, una scorciatoia tragica.

Qui si arriva al punto più scomodo, perché non basta dire “bisogna aiutare”, bisogna anche dire “con quali fondi, con quali equipe, con quali alloggi, con quali percorsi di presa in carico, con quale coordinamento tra giudici, servizi e sanità”.

Se queste risposte non ci sono, allora ogni promessa politica rischia di restare una frase giusta appesa nel vuoto, mentre sul territorio si continua a lavorare in emergenza.

Il tema del registro, invece, se realizzato bene, potrebbe cambiare davvero la discussione, perché costringerebbe tutti a uscire dalle impressioni e a entrare nei dati: quanti sono i casi, quali sono le cause principali, quanto durano i collocamenti, quali territori hanno numeri anomali, quante revoche, quante conferme, quante segnalazioni.

Con dati solidi si potrebbe capire se esiste davvero una disuguaglianza sistematica o se, invece, i casi che fanno rumore sono pochi ma mediaticamente potentissimi.

E si potrebbe anche distinguere tra allontanamenti motivati da condizioni materiali e allontanamenti motivati da violenza, abuso, dipendenze o gravi incurie, che sono mondi completamente diversi.

Il rischio, però, è che una riforma nata per aumentare trasparenza venga usata come arma di scontro contro magistratura e servizi sociali, trasformando un tema delicatissimo in una battaglia identitaria dove “chi tutela” e “chi governa” si delegittimano a vicenda.

In quel caso, a perdere non sarebbe né la politica né le toghe, ma i bambini, perché un sistema che lavora sotto attacco permanente tende a irrigidirsi, a difendersi, a comunicare meno, e quindi a correggersi peggio.

La discussione sollevata da Meloni, invece, avrebbe bisogno di una direzione opposta: più controlli e più standard, ma anche più collaborazione e più responsabilità condivisa.

Un Paese serio può pretendere che l’allontanamento sia davvero l’ultima ratio, ma deve anche pretendere che quando l’allontanamento avviene sia fondato, motivato, verificabile e accompagnato da percorsi di ricongiungimento quando possibile.

Può pretendere che le famiglie fragili siano sostenute, ma deve anche pretendere che i sostegni non restino teoria, perché la fragilità non si cura con i comunicati.

E può pretendere che la legge sia uguale per tutti, ma deve anche ammettere che “uguale per tutti” non significa trattare situazioni diverse come se fossero identiche, bensì applicare criteri trasparenti e controllabili, senza arbitri e senza pregiudizi.

Alla fine, il vero “choc politico” non sta nel caso in sé, che richiede prudenza e rispetto per chi è coinvolto, soprattutto per i minori.

Il vero choc politico sta nel fatto che, ancora una volta, l’Italia scopre di non avere una discussione pubblica matura sui confini tra povertà e inadeguatezza genitoriale, tra scelta di vita e rischio, tra intervento sociale e intervento giudiziario.

Meloni ha lanciato un messaggio che parla al sentimento di molte famiglie: lo Stato non deve spezzare, deve sostenere.

Adesso però la credibilità di quel messaggio dipenderà dalla parte meno televisiva e più concreta, cioè se arriveranno dati, strumenti, risorse e regole chiare, e se il confronto resterà ancorato al bene dei bambini invece che alla tentazione, sempre fortissima, di trasformare tutto in un processo politico a colpi di slogan.

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