Nel frastuono della politica italiana c’è un ingrediente che torna sempre, ed è la promessa di una “verità nascosta” pronta a esplodere.
Quando quella promessa viene impacchettata in stile social, tra inviti a iscriversi e toni da thriller, il rischio è che l’indignazione corra più veloce dei fatti.
Il caso che oggi agita titoli, talk e commenti riguarda Mohammad Hannoun e il materiale che, secondo ricostruzioni giornalistiche, sarebbe stato estratto da dispositivi sequestrati nell’ambito di un’indagine a Genova.
Attorno a questa vicenda, alcune narrazioni online stanno costruendo una conclusione già scritta, cioè che le eventuali ombre su Hannoun “smaschererebbero la sinistra italiana”.
È una scorciatoia potente, ma anche una scorciatoia che va maneggiata con cautela, perché un’indagine giudiziaria non è un referendum politico e un’accusa non è una sentenza.
La prima cosa da tenere ferma, quindi, è il principio più noioso ma più importante di tutti: fino a condanna definitiva, si parla di ipotesi investigative, di elementi raccolti, di contestazioni e di difese, non di verità concluse.
Detto questo, il punto che ha alimentato l’onda emotiva è chiaro e riguarda la natura del materiale digitale citato in queste ricostruzioni.

Secondo quanto viene raccontato in video e articoli rilanciati online, dagli apparati sequestrati emergerebbero contatti, immagini, messaggi e riferimenti che gli inquirenti valuterebbero come compatibili con ambienti legati ad Hamas o a figure considerate di rilievo in quell’orbita.
È proprio la parola “cellulare” a fare da detonatore mediatico, perché suggerisce immediatezza, intimità e prova, anche se in realtà i contenuti digitali richiedono sempre interpretazione, contesto e verifiche tecniche.
Un’immagine trovata in memoria non spiega da sola un’intenzione, così come un contatto in rubrica non certifica automaticamente un ruolo operativo.
Eppure, nella comunicazione contemporanea, “trovato nel telefono” viene spesso trattato come sinonimo di colpevolezza, perché suona definitivo, visivo, indiscutibile.
Qui si apre la parte più delicata, perché le narrazioni più aggressive tendono a trasformare elementi di un fascicolo in un racconto morale con un colpevole già scelto e un bersaglio politico già pronto.
Nel racconto più spinto, Hannoun non sarebbe semplicemente un indagato, ma “il fantasma di Hamas in Italia”, e questo tipo di etichetta ha un effetto immediato: sposta la discussione dal diritto al sospetto permanente.
Quando succede, l’opinione pubblica smette di chiedere “che cosa è contestato, con quali prove, con quali riscontri” e inizia a chiedere “chi lo copriva”.
È esattamente in questo passaggio che entra in scena l’accusa alla sinistra, spesso formulata in modo generico e totalizzante.
La logica è questa: se qualcuno, anche solo indirettamente, ha avuto contatti politici, associativi o mediatici, allora tutto un campo politico ne diventa responsabile.
Ma la responsabilità, in democrazia, non si eredita per contagio, e soprattutto non si attribuisce per suggestione, perché altrimenti si crea una giustizia parallela fatta di allusioni.
Ciò non significa minimizzare la questione, perché se l’ipotesi investigativa riguardasse davvero reti di finanziamento illecito, propaganda o supporto a organizzazioni terroristiche, sarebbe un tema gravissimo e da chiarire fino in fondo.
Significa però distinguere tra l’accertamento di eventuali reati e l’uso politico di un caso giudiziario come clava contro un avversario.
Il cuore dell’attenzione mediatica, nelle ricostruzioni che circolano, riguarda tre categorie di contenuti.
La prima categoria è quella delle immagini, che verrebbero descritte come foto di combattenti armati, simboli, bandiere e figure celebrate come “martiri” in contesti di propaganda.
La seconda categoria è quella dei documenti e dei materiali archiviati, citati come inviti o comunicazioni relative a eventi commemorativi collegati ad ambienti specifici.
La terza categoria è quella delle conversazioni, dove alcune frasi estrapolate vengono presentate come prova di adesione politica o morale a una causa militante.
In qualunque indagine seria, però, il punto non è l’effetto emotivo del contenuto, ma la sua funzione probatoria, cioè se dimostri una condotta concreta, un coordinamento, un finanziamento, una consapevolezza e un contributo effettivo.
La differenza tra propaganda personale, estremismo ideologico, sostegno logistico e partecipazione a un’associazione con finalità di terrorismo è enorme, sia sul piano giuridico sia su quello fattuale.
È proprio questa differenza che spesso scompare nei video sensazionalistici, perché la sfumatura non porta click.
Nella narrazione più accesa, ogni elemento viene incastrato per costruire un’unica figura, quella dell’uomo al centro di una rete, e ogni omissione diventa prova di copertura.
Ma il giornalismo, quando funziona, fa l’opposto: separa ciò che è certo, ciò che è contestato e ciò che è solo insinuato.
Altrimenti si finisce per trasformare un’inchiesta in una telenovela, dove gli arresti sono cliffhanger e i documenti sono “chicche”, con un linguaggio che banalizza la gravità della materia.
C’è poi un altro elemento che ha contribuito a rendere la vicenda più esplosiva, ed è la dimensione cittadina.

Genova viene evocata, in queste ricostruzioni, come luogo in cui il caso avrebbe creato tensione e allerta, con misure di sicurezza rafforzate e timori di possibili ritorsioni.
Anche qui, bisogna distinguere tra ciò che viene disposto ufficialmente e ciò che viene amplificato nel racconto, perché la sicurezza attorno a un tribunale può dipendere da valutazioni prudenziali che non equivalgono automaticamente a un imminente pericolo specifico.
Quando la cronaca giudiziaria riguarda terrorismo o reti internazionali, l’attenzione aumenta, ma questo non è di per sé una prova ulteriore, è una conseguenza del tipo di reato ipotizzato.
La parte più politicamente scivolosa del racconto arriva quando si tenta il salto logico dal caso individuale al processo collettivo.
“Se c’è lui, allora c’è una rete, e se c’è una rete, allora qualcuno in Italia l’ha favorita, e se qualcuno l’ha favorita, allora è la sinistra” è una catena narrativa efficace, ma non è un ragionamento dimostrato.
Per trasformare quella catena in un’accusa seria servirebbero fatti verificabili su contatti politici diretti, sostegni concreti, decisioni, coperture o finanziamenti, e soprattutto servirebbe la capacità di separare responsabilità personali da appartenenze ideologiche.
In assenza di questi passaggi, si rischia di fare quello che si rimprovera sempre agli avversari: propaganda.
C’è inoltre un aspetto che la comunicazione “da canale” tende a usare come leva psicologica, ed è l’idea che esistano “segreti che non volevano farvi scoprire”.
Questa formula è quasi sempre ingannevole, perché in uno Stato di diritto le indagini non sono segreti per gusto di occultamento, ma perché esistono regole su atti, privacy, tutela delle persone coinvolte e garanzie difensive.
Quando un contenuto investigativo viene anticipato o filtrato, spesso non è “la verità che emerge”, ma un frammento che esce dal contesto e viene usato per orientare il giudizio pubblico.
È un fenomeno che avvelena il dibattito, perché crea due tifoserie opposte, quella che condanna prima del processo e quella che nega anche l’evidenza se riguarda “i propri”.
Il risultato è sempre lo stesso: si perde la possibilità di discutere seriamente di sicurezza, radicalizzazione, finanziamenti opachi e reti transnazionali senza trasformare tutto in guerra civile mediatica.
Se si vuole capire davvero che cosa sia “clamoroso” in questa storia, l’unica strada utile è tornare alle domande giuste.
Quali sono i reati contestati esattamente, con quali capi d’imputazione, con quali elementi a supporto e con quali riscontri indipendenti.
Qual è la versione della difesa e quali spiegazioni vengono date rispetto a immagini, chat, contatti e materiali archiviati.
Che cosa è stato considerato rilevante dagli inquirenti e che cosa invece è solo suggestione giornalistica.
E soprattutto, quali eventuali connessioni con ambienti politici italiani siano documentate in modo serio, e non soltanto evocate per convenienza narrativa.
Senza queste risposte, qualunque titolo che “smaschera la sinistra” resta un titolo, non un fatto.
Questo non significa che la politica non debba interrogarsi.
Se emerge che persone indagate o condannate per reati gravi hanno avuto accesso a palchi pubblici, reti associative o canali di raccolta fondi, è legittimo chiedere come siano stati valutati, chi li abbia invitati e con quali controlli.
Ma quella domanda deve valere per tutti, a prescindere dal colore politico, perché altrimenti diventa selettiva e quindi inattendibile.
È anche necessario non trasformare una vicenda legata a terrorismo e sicurezza in un pretesto per colpire comunità intere o alimentare sospetti generalizzati, perché sarebbe il modo più rapido per fare un favore proprio a chi vive di polarizzazione.

La serietà, in casi come questo, è un muscolo civile.
Vuol dire pretendere chiarezza dagli inquirenti e dai media, senza sostituirsi ai tribunali.
Vuol dire rifiutare l’idea che un video su internet possa “inchiodare” qualcuno, perché l’inchiodare appartiene alla giustizia, non all’intrattenimento travestito da inchiesta.
Vuol dire anche accettare una verità scomoda: alcune storie sono complesse, e la complessità non è una scusa, è la condizione per non sbagliare bersaglio.
Se alla fine dei procedimenti verranno accertate responsabilità penali, sarà giusto chiamarle con il loro nome, senza attenuanti politiche e senza coperture ideologiche.
Se invece molte delle accuse più rumorose si riveleranno gonfiate, incomplete o fuori contesto, sarà altrettanto importante riconoscerlo, perché la credibilità delle istituzioni e del giornalismo si gioca anche sulla capacità di correggere la narrazione.
In ogni caso, la cosa più “clamorosa” non dovrebbe essere la clip che urla più forte, ma la capacità del Paese di restare lucido quando la materia è incendiaria.
Perché quando si parla di terrorismo, contatti internazionali e possibili finanziamenti illeciti, non serve una tifoseria, serve un’accertamento.
E quando si parla di politica, non serve un capro espiatorio, serve una responsabilità dimostrata, nominata e punita, se esiste, con gli strumenti dello Stato di diritto.
Il resto è rumore, e il rumore, per quanto faccia ascolti, non è mai una prova.
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