Il Parlamento italiano è tornato a trasformarsi in un’arena, dove una parola può pesare più di un voto e una sfumatura linguistica può diventare un caso nazionale.

Al centro dello scontro, stavolta, non c’è soltanto una divergenza politica sul Medio Oriente, ma il modo in cui quella divergenza viene raccontata, deformata e rilanciata fino a diventare un’accusa morale.

Giorgia Meloni, intervenendo in Aula, ha respinto l’idea che avesse “paragonato l’opposizione ai terroristi”, rivendicando una distinzione netta tra attribuire un’etichetta e criticare una posizione.

Nella sua ricostruzione, il punto non era assimilare il Partito Democratico o altri gruppi a Hamas, ma evidenziare che, su un passaggio politico legato a un piano per Gaza, l’opposizione avrebbe assunto una postura di rifiuto più rigida di quella di chi quel piano lo avrebbe sottoscritto.

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È una formulazione che, per chi la ascolta, può apparire come un colpo retorico ad alto voltaggio, perché mette insieme due elementi che in politica italiana sono esplosivi: la guerra delle definizioni e il riflesso immediato dell’indignazione.

Meloni ha scelto di inchiodare la polemica su una questione preliminare, cioè cosa sia stato effettivamente detto e cosa invece sia stato attribuito per via interpretativa.

Quando una leader di governo usa in Aula un’espressione che contiene la parola “Hamas”, è quasi inevitabile che una parte degli avversari la legga come un tentativo di delegittimazione morale, anche se formalmente l’argomento vuole essere “politico” e non “identitario”.

È qui che il caso si accende, perché l’opposizione tende a interpretare l’accostamento come una scorrettezza, mentre la maggioranza lo difende come una critica legittima a un comportamento parlamentare.

In questo clima, il contenuto vero del dissenso sul piano per Gaza rischia di passare in secondo piano, schiacciato dalla disputa su chi stia strumentalizzando cosa.

La premier, nel suo intervento, ha insistito sul fatto di non aver accusato l’opposizione di essere terrorista, né di essere “peggiore” di Hamas in senso assoluto.

Ha invece rivendicato di aver utilizzato l’aggettivo “fondamentalista” in riferimento a un atteggiamento intransigente, e ha chiesto di fermarsi sulla lingua prima ancora che sulla politica.

Il passaggio più efficace, dal punto di vista comunicativo, è stato proprio quello della “lezione” sul significato del termine, perché sposta lo scontro su un terreno dove l’oratore può apparire contemporaneamente fermo e didascalico.

Definire “fondamentalista” una posizione, spiegando che si intende l’adesione rigida a una dottrina senza mediazioni, serve a mettere l’avversario davanti a un bivio scomodo.

Se l’avversario protesta, rischia di sembrare incapace di reggere la critica.

Se l’avversario incassa, rischia di accettare implicitamente l’etichetta di intransigenza.

Questa è la meccanica retorica che in Aula funziona sempre, perché costringe l’altro a scegliere tra indignazione e difesa tecnica, con il rischio di perdere terreno su entrambi i fronti.

Il punto, però, è che la parola “fondamentalista”, anche quando viene definita in senso lessicale, porta con sé un’ombra semantica che va oltre il dizionario.

Nel linguaggio politico contemporaneo, “fondamentalismo” richiama facilmente l’idea di estremismo religioso e, per associazione, può evocare un universo simbolico vicino alla radicalizzazione.

Per questo, chi la pronuncia sa che l’effetto non è soltanto descrittivo, ma anche insinuante, perché colora la posizione dell’altro di una luce negativa che resta addosso anche dopo le precisazioni.

L’opposizione, dal canto suo, tende a leggere quel tipo di formulazione come un modo per spostare l’attenzione dal merito delle scelte di governo e trascinare la discussione sul terreno della delegittimazione morale.

È una reazione prevedibile, perché nel dibattito italiano la battaglia più dura non è quasi mai sui dettagli dei provvedimenti, ma sul diritto a rappresentare il “buon senso”, la “ragionevolezza” e la “decenza”.

Se una parte riesce a dipingere l’altra come ideologica e intransigente, vince un vantaggio immediato davanti a un pubblico già stanco e già polarizzato.

L’episodio diventa così un caso mediatico non tanto perché chiarisce una questione su Gaza, ma perché offre un copione perfetto per la viralità.

C’è la frase che taglia.

C’è la replica che nega.

C’è la correzione linguistica che umilia.

C’è l’indignazione che alimenta la clip.

E c’è, soprattutto, l’idea che qualcuno stia “mistificando”, parola che nel dibattito pubblico funziona come un accendino su una stanza piena di benzina.

Sul piano istituzionale, la dinamica dice qualcosa di più profondo sul modo in cui il Parlamento comunica oggi.

Un intervento non è più soltanto rivolto ai colleghi in Aula, ma a un pubblico esterno che lo consumerà in frammenti, spesso isolati dal contesto.

Chi parla costruisce frasi che possano sopravvivere al taglio, e chi ascolta reagisce come se stesse guardando un processo in cui il colpevole deve essere nominato subito.

In questo ecosistema, le sfumature diventano fragili, mentre le parole “pesanti” diventano moneta.

L’accostamento tra PD e Hamas, anche se negato come paragone identitario, resta un accostamento ad alto rischio, perché tocca una delle linee rosse più sensibili della politica occidentale: la differenza tra criticare una scelta e insinuare una contiguità morale.

Meloni ha tentato di blindare quella differenza attraverso il dizionario, scegliendo di incorniciare la polemica come malinteso o strumentalizzazione.

È una strategia comprensibile e, per molti sostenitori, persuasiva, perché offre una via d’uscita ordinata dal caos delle interpretazioni.

Ma proprio perché è una strategia efficace, è anche una strategia che inasprisce, perché rimette l’opposizione nella posizione dello studente ripreso, cioè di chi non capirebbe o farebbe finta di non capire.

Quando in politica qualcuno “fa la lezione” all’altro, raramente sta solo chiarendo, e quasi sempre sta anche gerarchizzando.

La gerarchia, in Aula, è potere simbolico, e il potere simbolico è spesso più importante del potere numerico, perché costruisce clima e consenso.

Da qui nasce la sensazione, per molti osservatori, di un “asfalto” politico, cioè di una scena in cui la premier non si limita a difendersi, ma contrattacca e costringe l’avversario a rincorrere.

È un’immagine che piace a chi cerca leadership assertiva e detesta ciò che percepisce come ambiguità o cerchiobottismo.

È un’immagine che irrita chi teme che l’aggressività verbale diventi un modo per ridurre lo spazio di discussione sostanziale.

In mezzo ci sono gli spettatori, che spesso non chiedono più un dibattito complesso sul merito, ma un segnale di forza, una frase chiara, una presa di posizione netta.

Il problema è che le questioni internazionali, soprattutto quando toccano Gaza, non si prestano a frasi nette senza costi.

Ogni frase netta può diventare una frattura, e ogni frattura può essere usata per dipingere l’altro come irresponsabile, fanatico o cinico.

Se la politica italiana vuole davvero evitare che questi passaggi degenerino, servirebbe una disciplina del linguaggio che oggi sembra fuori moda.

Servirebbe distinguere con più precisione tra ciò che è una critica di merito a una scelta parlamentare e ciò che è una delegittimazione morale dell’avversario.

Servirebbe anche riconoscere che, nel mondo reale, una parte dell’opinione pubblica reagisce con pancia non perché sia stupida, ma perché è saturata, e la saturazione riduce la tolleranza alle sfumature.

In questo contesto, un termine come “fondamentalista” può diventare una clava perfetta, perché suona colto abbastanza da sembrare preciso e duro abbastanza da sembrare definitivo.

La conseguenza, però, è che ogni parola alza la posta, e quando la posta è alzata continuamente, la politica si condanna a vivere in uno stato di emergenza comunicativa permanente.

Se l’opposizione risponde solo indignandosi, rischia di regalare all’avversario l’immagine di chi “fa la vittima”.

Se il governo insiste solo sull’umiliazione dell’altro, rischia di trasformare il Parlamento in un palcoscenico dove la vittoria è mettere in imbarazzo, non costruire posizioni sostenibili su dossier complessi.

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Il caso, dunque, è meno semplice di come viene venduto dalle narrazioni da canale, perché non è una partita tra verità e bugie in senso assoluto, ma una battaglia tra cornici interpretative.

Meloni ha scelto la cornice della semantica e dell’intransigenza, e l’ha usata per descrivere un rifiuto politico come rigidità dottrinale.

L’opposizione ha scelto la cornice dell’accostamento improprio e della delegittimazione morale, e l’ha usata per denunciare una torsione del linguaggio che renderebbe impossibile un confronto civile.

Chi guarda si schiera spesso non sulla base del merito, ma sulla base di un criterio identitario: fiducia nella leader o sfiducia nella leader, simpatia o antipatia per il campo politico.

Ed è così che un dibattito, invece di chiarire Gaza, finisce per chiarire soltanto l’Italia, cioè un Paese dove le parole diventano armi e le armi diventano clip.

Alla fine, l’unica certezza è che la politica italiana non è più soltanto il luogo delle decisioni, ma il luogo in cui si decide che cosa significhino le parole, e quindi che cosa significhi la realtà.

Quando quella battaglia viene combattuta a colpi di “fondamentalista”, non vince chi ha più ragione, ma chi riesce a far sembrare l’altro più irragionevole.

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