Alla Fenice non si è consumato soltanto un gesto di dissenso.
Si è accesa una miccia che, in Italia, esplode sempre nello stesso modo: quando cultura, politica e simboli nazionali finiscono nello stesso fotogramma.
Il Concerto di Capodanno su Rai 1 è, per definizione, un rito civile prima ancora che uno spettacolo musicale.
Proprio per questo, ogni segnale fuori spartito diventa immediatamente un messaggio, e ogni messaggio viene letto come una presa di posizione.
Al centro di questa tempesta c’è Beatrice Venezi, nominata consulente artistico della Fondazione Teatro La Fenice, e improvvisamente trasformata in un bersaglio pubblico.
Da qui nasce l’ipotesi più pesante, quella che circola sottotraccia e che molti sussurrano senza metterla nero su bianco: non una semplice contestazione, ma un’operazione di logoramento finalizzata a spingerla alle dimissioni.
È un’accusa enorme, e proprio per questo va trattata per quello che è: un’ipotesi da verificare, non una sentenza da recitare.

Ma il fatto che un’ipotesi del genere prenda corpo, e trovi terreno fertile, dice già moltissimo su come funzionano i conflitti di potere nelle istituzioni culturali italiane.
Per capire perché la storia “fa presa”, bisogna partire da un punto semplice e spesso ignorato.
Un teatro come la Fenice non è solo un luogo di produzione artistica.
È anche una macchina economica, un centro di reputazione, un nodo di relazioni, un simbolo con un pubblico internazionale e con una funzione quasi diplomatica.
Quando tocchi la direzione artistica, o anche solo chi influenza scelte artistiche e immagine, tocchi un’area in cui interessi legittimi e sensibilità personali diventano inseparabili.
È per questo che certe nomine, in qualsiasi Paese, generano tensioni.
In Italia, però, c’è un ingrediente ulteriore: la tendenza a leggere ogni scelta culturale come un segno di appartenenza politica.
Il gesto delle spille indossate da parte di coro e orchestra, per come è stato raccontato e interpretato, è diventato il detonatore perfetto.
Da un lato c’è chi lo legge come libertà di espressione dei lavoratori, un modo per segnalare dissenso verso una decisione considerata sbagliata.
Dall’altro c’è chi lo legge come un atto di sabotaggio simbolico, una forzatura che trasforma un evento pubblico in una tribuna.
In mezzo, come sempre, c’è il problema più difficile: distinguere la protesta legittima dal tentativo di delegittimazione personale.
È qui che entra in scena il “retroscena” di cui parlano molti, spesso con toni da romanzo politico.
Telefonate che non risultano nei verbali, pressioni informali, inviti a “fare un passo indietro”, frasi del tipo “per il bene del teatro”, e un clima che rende ogni giorno più faticosa la permanenza in quel ruolo.
Se queste cose esistono davvero, non sono nuove, e non riguardano solo questa vicenda.
Sono il lato oscuro delle istituzioni quando la conflittualità non viene gestita con procedure trasparenti, ma con dinamiche relazionali che logorano.
Il punto, però, è che parlare di “operazione nell’ombra” senza prove significa rischiare la caricatura.
E allora la domanda giusta non è “chi sta muovendo i fili”, ma “quali segnali concreti renderebbero plausibile che qualcuno stia tentando di spingere Venezi fuori dal perimetro”.
Un’operazione di logoramento, quando esiste, raramente si presenta con un’unica firma.
Si manifesta come somma di microazioni: delegittimazione pubblica ripetuta, contestazioni portate sempre sul piano della persona, richieste di revoca che diventano rituali, e soprattutto l’impossibilità di svolgere il lavoro senza essere continuamente trascinati in polemiche.
In altre parole, non ti cacciano con un atto, ti svuotano lo spazio.
Ed è per questo che il tema delle dimissioni, anche quando nessuno le chiede “ufficialmente”, resta nell’aria come un’uscita di emergenza.
Quando una figura pubblica viene sottoposta a pressione costante, la domanda smette di essere “ho ragione o torto” e diventa “vale la pena restare”.
Questo è il meccanismo più efficace e più difficile da contestare, perché non lascia tracce nette.
Le accuse rivolte a Venezi, almeno nella narrazione che circola, si concentrano su due piani.
Il primo è il merito, cioè l’adeguatezza del profilo rispetto al ruolo.
Il secondo è la politica, cioè la vicinanza percepita a un’area di governo e il sospetto che la nomina sia un segnale di occupazione culturale.
È possibile, ed è perfettamente umano, che queste due dimensioni si sovrappongano nella testa di chi contesta.
Ma sul piano della correttezza pubblica dovrebbero restare separate, perché il merito si discute con criteri, e la politica si discute con regole e trasparenza.
Quando invece si confondono, succede una cosa tossica: si finge di parlare di curriculum mentre si parla di identità.
E si finge di parlare di identità mentre si evita di dire con precisione quali scelte artistiche sarebbero contestate e perché.
Se il problema fosse davvero solo artistico, la contestazione sarebbe centrata su programmi, linee, progetti, risultati misurabili.
Se il problema fosse davvero solo politico, allora la domanda dovrebbe essere pubblica e frontale: quali criteri di nomina ha usato la Fondazione, e quali garanzie di autonomia culturale sono state messe in campo.
Invece, come spesso accade, la polemica esplode sul simbolo, perché il simbolo è più facile da raccontare di una delibera.
Il simbolo, in questo caso, è una direttrice d’orchestra giovane, visibile, mediaticamente riconoscibile, che finisce per rappresentare molto più di se stessa.
Diventa il contenitore di paure opposte: per alcuni è la prova che la cultura può essere aperta a figure non “interne” ai circuiti tradizionali, per altri è la prova che la politica vuole mettere bandierine.
E quando una persona diventa contenitore, smette di essere valutata per quello che fa e inizia a essere giudicata per ciò che rappresenta.
È il punto in cui l’arte perde e la politica vince, ma vince nel modo peggiore, cioè impoverendo tutto.
A rendere il quadro ancora più sensibile c’è la diretta televisiva.
Un teatro può gestire conflitti interni lontano dai riflettori, ma la diretta trasforma ogni gesto in dichiarazione nazionale.
E quando un dissenso viene messo in scena davanti a milioni di spettatori, l’istituzione perde il diritto alla complessità.
Diventa subito un “caso”, e un caso richiede un colpevole o un eroe, non un verbale di riunione.
In questo clima, la tentazione del logoramento diventa più probabile, perché logorare è più semplice che convincere.
Convincere richiede argomenti e responsabilità condivisa.
Logorare richiede solo costanza e un racconto ripetuto.

E un racconto ripetuto, nell’ecosistema italiano, trova sempre microfoni pronti, perché la cultura litigiosa fa audience quanto la politica litigiosa.
Ma chi avrebbe interesse a spingere Venezi alle dimissioni “proprio ora”, come si chiede la narrazione più incendiaria.
La risposta, senza fare nomi non verificabili, è quasi sempre strutturale: chi teme di perdere controllo su scelte, equilibri, prassi e spazi di influenza.
Nelle istituzioni culturali esiste un capitale invisibile fatto di abitudini, reti, consuetudini artistiche e amministrative.
Quando arriva una figura percepita come esterna o “di rottura”, quel capitale invisibile si sente minacciato anche se nulla è ancora cambiato concretamente.
La minaccia non è il provvedimento, è la possibilità.
E la possibilità, per chi ha costruito un equilibrio, è già destabilizzante.
Allo stesso tempo, è realistico pensare che anche la politica nazionale abbia interesse a trasformare questa vicenda in un simbolo.
Se la nomina viene letta come “meritocrazia contro conformismo”, allora diventa un racconto perfetto per chi denuncia un’egemonia culturale.
Se la contestazione viene letta come “difesa dell’autonomia contro occupazione”, diventa un racconto perfetto per chi teme l’invasione di campo.
In entrambi i casi, la Fenice rischia di essere usata come scenografia per una guerra che non nasce lì.
Ed è questo il punto più amaro, perché un teatro dovrebbe essere un luogo che regge conflitti estetici, non un ring per identità politiche.
Quando la cultura viene trascinata in una polarizzazione permanente, il risultato non è pluralismo.
È un pluralismo finto, in cui ciascuno parla al proprio pubblico e nessuno ascolta davvero.
A quel punto la domanda “chi sta muovendo i fili” diventa quasi secondaria, perché il vero filo è l’incentivo del sistema a trasformare ogni episodio in prova generale di una battaglia più grande.
Se davvero esistono pressioni informali, la risposta non può essere un’altra guerra di sussurri.
La risposta dovrebbe essere più trasparenza, più chiarezza sui criteri, e un perimetro di garanzie che protegga l’istituzione dal ricatto permanente del conflitto mediatico.
Vuol dire spiegare cosa fa esattamente un consulente artistico, con quali poteri, con quali limiti, con quali obiettivi misurabili.
Vuol dire distinguere tra diritto dei lavoratori a esprimere dissenso e dovere dell’istituzione di non trasformare una diretta nazionale in un referendum interno.
Vuol dire, soprattutto, riportare la discussione dal “chi sei” al “cosa fai”.
Perché se la cultura accetta l’idea che il valore artistico sia giudicato prima dall’etichetta e poi dall’opera, la cultura si autodistrugge.
E se la politica accetta l’idea che ogni nomina sia una bandiera, la politica trasforma la cultura in una colonia.
In entrambi i casi, a perdere non è Venezi o chi la contesta.
A perdere è la credibilità del sistema, cioè la capacità di far convivere competenza, pluralismo e istituzioni senza ridurre tutto a tifoserie.
La verità più scomoda è che “operazioni nell’ombra” spesso non hanno bisogno di un grande regista.
Basta una serie di incentivi convergenti: chi difende posizioni, chi cerca simboli, chi vive di polemiche, chi non vuole cedere spazio, chi vuole dimostrare forza.
Quando questi incentivi si sommano, il risultato sembra una regia anche se è solo un incastro.
E l’incastro, proprio perché non ha un’unica firma, è più difficile da spezzare.
Il sipario, alla Fenice, è ancora aperto, e la partita non è soltanto su una persona.
È sulla linea di confine tra protesta e sabotaggio, tra autonomia e occupazione, tra meritocrazia e appartenenza, tra teatro e talk show.
Finché quel confine resterà deliberatamente confuso, ogni gesto sarà letto come complotto e ogni scelta come provocazione.
E in un Paese che vive di letture totali, il rischio più grande è che la musica diventi solo un sottofondo, mentre il potere, quello vero, continua a giocare indisturbato dietro le quinte.
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