Una diretta che doveva essere tranquilla si trasforma in un terremoto televisivo.
Cerno prende la parola, e in pochi istanti smonta uno a uno gli argomenti degli intellettuali del PD.
Le loro certezze svaniscono, lo studio si blocca, le telecamere indugiano sui volti sconcertati.
Una verità scomoda esplode al centro della scena, nessuno osa interrompere.
Il pubblico trattiene il fiato: ciò che viene rivelato cambia il tono della puntata, ribalta il dibattito e mette in crisi un intero sistema.
Lo studio è freddo, l’aria condizionata ronzante, le luci che appiattiscono i lineamenti come in una sala settoria, e il copione nascosto nei tablet della redazione prevede la solita liturgia: domanda insinuante, risposta accomodante, taglio su un contributo video, applauso misurato.

Ma fin dal primo scambio si capisce che la serata è uscita dai binari, perché Cerno non accetta la cornice del “politicamente consentito” e inquadra il tema con un gesto secco: non si parla di simpatia o antipatia, si parla di libertà e di potere culturale.
Dice che la sinistra istituzionale ha trasformato la memoria del Novecento in uno specchio nel quale sentirsi sempre dalla parte giusta, e che quel riflesso autoassolutorio ha prodotto un’egemonia fragile, capace di predicare tolleranza e praticare esclusione.
Non contesta i fatti della storia, contesta l’uso della storia come clava del presente, la scorciatoia che divide il mondo tra “chi siamo noi” e “chi non siete voi”, evitando il confronto sul merito dei problemi.
Nella sala si percepisce la scossa, i volti degli opinionisti allineati si irrigidiscono, qualcuno cerca sul telefono una citazione salvifica, qualche altro finge di sorridere per guadagnare tempo.
Cerno non alza la voce, affila i nessi: spiega che la censura oggi non veste l’uniforme del regime, ma la camicia stirata dei comitati, il badge delle fiere culturali, il filtro d’accesso agli scaffali e ai palchi.
Parla di festival dove alcuni editori vengono esclusi preventivamente non per reati commessi, ma per colpa di coordinate ideologiche, e dice che quella pratica, rivendicata come “igiene democratica”, somiglia più a una quarantena delle idee.
Insiste su un punto che nessuno vuole toccare: la libertà di leggere non coincide con l’obbligo di approvare, e l’istituzione che filtra il leggibile non è una guardiana del bene, è una custode di dogmi.
In regia scorrono gli appunti preparati per le controdeduzioni, ma le frasi previste – la tutela delle sensibilità, il pericolo di “normalizzare” – suonano di colpo leggere, come cartoncini messi a reggere un arco.
Gli intellettuali in studio provano a reagire, uno invoca la responsabilità sociale della cultura, un’altra richiama la necessità di “non dare piattaforme all’odio”, ma Cerno li spiazza con una domanda elementare: quando un libro diventa più pericoloso di un’idea non discussa?
Alza appena un dito e aggiunge che la democrazia sa distinguere tra apologia di reato – punibile – e opinione sgradevole – criticabile, demolibile, ma non bandibile.
Il conduttore tenta lo stacco sul servizio, la scaletta chiede un break, eppure nessuno respira: la camera indugia sui volti, e il pubblico a casa percepisce l’attrito tra la dinamica televisiva e l’urto delle parole.
Cerno sposta l’asse dalla carta al territorio: rileva che gli stessi ambienti che “bonificano” i cataloghi ignorano fenomeni politici reali e organizzati, quelli che portano in dote un’idea di legge religiosa superiore alla legge dello Stato.
Non attacca una fede, attacca la trasformazione della fede in progetto politico illiberale, e chiede perché la vigilanza si accanisca su librerie e copertine mentre tace su comizi e reti associative che negano diritti fondamentali.
Nessuno vuole essere incasellato nella caricatura del “razzista”, e il panico semantico si vede: le parole diventano cautele, i discorsi si annodano, la prudenza si fa muta.
Uno degli ospiti sbotta: “ma così è qualunquismo”, e Cerno, senza battere ciglio, risponde che il qualunquismo è la posa di chi chiude le finestre per non sentire il rumore della strada.
Scandisce che la tolleranza non è un lasciapassare per l’intolleranza organizzata, e che il paradosso di Popper non è un meme, è un vincolo serio: difendere la società aperta significa porre linee rosse a chi la vuole chiudere.
La platea annuisce a ondate, qualcuno tossisce, una truccatrice si ferma in controluce, come se la scena le avesse tolto il gesto dal braccio.
Cerno torna ai fondamentali: i libri si battono con i libri, i partiti si giudicano per i programmi che intendono trasformare in leggi, e il pluralismo non è una vetrina curata, è una piazza dove si discute e si contraddice.
Ne deriva una diagnosi: la sinistra culturale, trasformata in amministratrice di autorizzazioni morali, ha smarrito l’abitudine al rischio del confronto, e per paura di perdere la partita l’ha ridotta a una partita di squalifiche.
Qui arriva la stoccata che fa vacillare lo studio: chi censura oggi perché “ha ragione” consegna domani lo stesso martello a chi avrà torto, e il precedente normativo – non quello morale – non distingue più i giusti dagli ingiusti.
Si può vedere la frase scorrere nei monitor come un allarme, e il conduttore, con tatto, prova a chiedere un esempio concreto, un nome, una scena riconoscibile.
Cerno non fa liste, offre immagini: un padiglione che rifiuta uno stand, un invito ritirato all’ultimo, una mail di un’istituzione che chiede “un profilo meno divisivo”, e il pubblico capisce senza bisogno di didascalie.
Poi, con la calma di chi ha già deciso il bersaglio, affronta l’ipocrisia degli “artisti impegnati”, coraggiosi nei giorni in cui il vento spinge dalla loro parte, timidi quando la corrente può rovesciare la barca del consenso.
Dice che è facile essere ribelli quando la ribellione è premiata dai bandi e dagli inviti, e che l’unico vero coraggio è criticare la propria tribù quando sbaglia.
Un’inquadratura stretta mostra un intellettuale del PD con la penna ferma a mezz’aria, incapace di scegliere se appuntare o replicare.
La regia osa il rientro, ma la discussione ha preso un ritmo che non ammette intermezzi: il salotto ha perso la moquette, restano il cemento e le domande.
Cerno mette in fila tre principi, senza numerarli: libertà culturale senza sbarre ideologiche, protezione giuridica dai veri reati d’odio, barriere democratiche contro movimenti che vogliono sostituire la Costituzione con una legge di parte.
Il paradosso si risolve così: più libertà per le idee, più fermezza contro i progetti eversivi.
Gli ospiti cercano un varco: uno ricorda che “non tutto è dicibile”, un’altra invoca i traumi collettivi, ma la replica è una lama sottile: il trauma non giustifica la cura sbagliata, e la cura sbagliata avvelena il paziente.
Scivola quindi su un terreno ostico, quello dell’egemonia linguistica: spiega che chi decide i nomi decide i confini del pensabile, e che il vero atto emancipativo è restituire alle parole il rischio di significare, di ferire, di essere contraddette.
Un silenzio pieno riempie lo studio, la luce sembra più bianca, i monitor meno saturi.
Il conduttore, ormai senza rete, fa la domanda che tutti temono: allora la sinistra non difende più la libertà?
Cerno non pesca slogan, descrive un rovesciamento: parte della sinistra ha difeso la propria immagine di libertà, non la libertà in sé, e spesso ha confuso la protezione delle sensibilità con la protezione delle istituzioni che garantiscono a tutti di parlare.
È un pugno nello stomaco per chi, in quel mondo, è cresciuto e si è formato, ma la funzione della critica – dice – non è consolare, è svegliare.
La controparte invoca la “responsabilità degli editori”, e lui sposta di nuovo l’asse: responsabilità sì, ma senza commissari mentali; etica professionale sì, ma senza cordoni sanitari ideologici.
Il pubblico applaude a tratti, incerto se possa, e proprio quell’incertezza racconta la malattia: se devi chiederti se è lecito applaudire un’idea, c’è già un guardiano invisibile nella stanza.
Gli ultimi minuti sono una lezione di metodo: distinguere tra pericolo simbolico e minaccia concreta, tra parole che urtano e programmi che limitano diritti, tra memoria che illumina e memoria che acceca.
Dice che il termometro del pluralismo è semplice: la capacità di ascoltare ciò che non vuoi sentire e di ribattere senza togliere dal tavolo ciò che ti disturba.
Inquadra poi il nodo politico: quando la cultura si fa dogma, la politica diventa amministrazione dei dogmi, e il dibattito diventa un controllo di documenti, non un confronto di idee.
Per uscire da questa gabbia, propone di restituire al pubblico la fatica della scelta, non il conforto della selezione preventiva, sapendo che il rischio di sbagliare è il prezzo della libertà adulta.
Suona la sigla, ma parte tardi, come se avesse perso la strada, e i volti in primo piano non sorridono, contano gli strappi del tessuto e non sanno come rammendarli in postproduzione.

Il conduttore ringrazia, con voce non perfetta, e lo sguardo della camera scivola su appunti pieni di cancellature.
Cerno chiude il microfono con un gesto piano, non di sfida, e resta un secondo in più, giusto il tempo di far capire che non ha goduto del colpo, ha fatto il lavoro.
Fuori, i commenti si dividono in fretta, ma una cosa rimane: la sensazione di aver assistito a un ribaltamento preciso, non un urlo, non un insulto, un ragionamento che ha aperto una finestra in una stanza senza ossigeno.
I media del mattino proveranno a ricomporre la narrazione, a ridurre il tutto a “scintille in studio”, a opporre minacce e smentite, ma chi c’era ricorderà il momento in cui il copione si è spezzato e il dibattito ha mostrato l’osso.
La verità scomoda non è che una parte ha sempre torto e l’altra sempre ragione, ma che la libertà, se messa al guinzaglio dell’ideologia, smette di essere un principio e diventa un permesso.
E quando la libertà diventa un permesso, decide il custode, non il cittadino.
La diretta si chiude con la più semplice delle domande, rimasta sospesa tra i cavi e i fari: preferiamo il rischio della discussione o la sicurezza della censura?
La risposta non sta nello studio, sta nel paese che guarda, e nella sua voglia – o paura – di sentire ciò che non voleva sentire.
Quella notte, la trama televisiva ha toccato l’orlo del collasso, non per un urlo, ma per una frase detta piano e sostenuta da un’architettura logica inaggirabile.
E una volta che ascolti il legno dell’argomento, i velluti degli show non ti convincono più: chiedi tavoli veri, anche se graffiano, anche se fanno rumore.
Il resto – hashtag, comunicati, smentite – passerà come sempre, ma il graffio resterà sullo schermo interiore di chi ha visto, ricordando che la libertà non fa share, fa responsabilità.
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