La frase è caduta nello studio come un oggetto contundente, senza preavviso, senza attenuanti, senza possibilità di essere ritirata.

Lilli Gruber, volto storico del giornalismo televisivo italiano e per anni punto di riferimento dell’area progressista, ha pronunciato parole che nessuno, nel campo della sinistra, aveva il coraggio di dire ad alta voce.

“Con questa sinistra Giorgia Meloni governerà a lungo.”

Una constatazione più che un’opinione, un verdetto più che un commento, una confessione che ha avuto l’effetto di mettere definitivamente al tappeto un’opposizione già stremata.

Non è stata una battuta, non è stata una provocazione, non è stata nemmeno una polemica.

È stata una resa.

E proprio per questo ha fatto così male.

Nel momento in cui la frase è uscita dallo studio televisivo ed è rimbalzata sui social, nei corridoi dei partiti, nelle redazioni e nei palazzi romani, il gelo è diventato palpabile.

Perché quando a certificare il fallimento non è l’avversario politico, ma una voce interna al mondo progressista, il colpo diventa devastante.

La confessione di Lilli Gruber arriva in un momento preciso, quasi chirurgico, della vita politica italiana.

Il governo Meloni, nonostante le critiche, le proteste, gli allarmi lanciati quotidianamente da una parte dell’informazione, resta saldo.

Le opposizioni, al contrario, appaiono frammentate, confuse, incapaci di costruire una narrazione alternativa credibile.

E soprattutto incapaci di parlare al Paese reale.

La frase “con questa sinistra” contiene già tutto.

Non è un attacco ideologico alla sinistra in quanto tale, ma una denuncia durissima della sinistra che c’è oggi.

Una sinistra che, secondo Gruber, non riesce più a incidere, a guidare, a proporre.

Una sinistra che reagisce, ma non agisce.

Che commenta, ma non costruisce.

Che denuncia, ma non governa nemmeno se stessa.

Il peso di quelle parole è enorme perché pronunciate da chi per anni ha offerto spazio, voce e visibilità proprio a quell’area politica.

Non da un commentatore esterno, non da un avversario, ma da una figura che conosce perfettamente i meccanismi, le debolezze, le paure e le contraddizioni del campo progressista.

Ed è proprio questa conoscenza profonda a rendere la confessione così credibile e così spietata.

La sinistra, oggi, appare schiacciata su un piano puramente morale.

Indigna, accusa, ammonisce.

Ma non convince.

Non trascina.

Non mobilita.

Mentre Giorgia Meloni, piaccia o no, occupa lo spazio della decisione.

Parla come chi governa.

Si presenta come chi sceglie.

E soprattutto, appare come l’unica leader capace di tenere insieme una maggioranza senza farsi divorare dalle proprie contraddizioni interne.

Lilli Gruber, con quella frase, ha semplicemente messo a nudo questa realtà.

Una realtà che molti elettori percepiscono da tempo, ma che pochi opinion leader avevano avuto il coraggio di riconoscere pubblicamente.

Le reazioni nel mondo politico sono state immediate, ma caute.

Nessuno ha smentito davvero.

Nessuno ha risposto nel merito.

Molti hanno preferito minimizzare, parlare di “frase estrapolata”, di “contesto televisivo”, di “riflessione parziale”.

Ma il danno era già fatto.

Perché il messaggio era chiaro: la sinistra non perde perché Meloni è imbattibile, ma perché l’opposizione è inefficace.

Ed è una differenza enorme.

La confessione di Gruber non assolve il governo, ma inchioda l’opposizione alle proprie responsabilità.

Responsabilità che non possono più essere scaricate solo sui media, sul populismo, sull’algoritmo o sull’elettorato “che non capisce”.

Il problema, suggerisce quella frase, è interno.

Strutturale.

Culturale.

La sinistra appare sempre più distante dalle priorità quotidiane di milioni di cittadini.

Parla un linguaggio che spesso sembra rivolto a una cerchia ristretta, autoreferenziale, urbana, colta, ma scollegata dalla vita concreta di chi fatica ad arrivare a fine mese.

E mentre questo distacco cresce, Meloni occupa lo spazio lasciato vuoto.

Lo fa con un linguaggio semplice, diretto, identitario.

Lo fa parlando di sicurezza, lavoro, confini, interesse nazionale.

Temi che possono essere condivisi o contestati, ma che risuonano in una parte significativa del Paese.

Lilli Gruber non ha fatto altro che riconoscere questo squilibrio.

E riconoscerlo pubblicamente equivale a rompere un tabù.

Perché fino a ieri la narrazione dominante era un’altra: Meloni vince perché manipola, perché semplifica, perché usa la paura.

Ora invece emerge un’altra verità, più scomoda: Meloni vince perché non ha davanti un’alternativa credibile.

La confessione ha avuto anche un altro effetto.

Ha mostrato una frattura interna al mondo dell’informazione progressista.

Non tutti sono più disposti a sostenere una narrazione rassicurante che non regge più alla prova dei fatti.

C’è chi, come Gruber, sceglie di dire ciò che vede, anche a costo di scontentare il proprio pubblico storico.

Ed è proprio questo gesto a rendere la frase ancora più potente.

Perché non è funzionale, non è tattica, non è calcolata.

È brutale nella sua semplicità.

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Le opposizioni, di fronte a questa realtà, appaiono davvero “al tappeto”.

Non perché siano state sconfitte in un dibattito, ma perché sono state smascherate nella loro impotenza.

E l’impotenza, in politica, è il peccato più grave.

La confessione di Lilli Gruber segna un punto di non ritorno nel racconto politico italiano.

Da questo momento in poi, continuare a fingere che basti denunciare Meloni per fermarla diventa sempre meno credibile.

Serve altro.

Serve una visione.

Serve una proposta.

Serve una leadership.

Fino a quando tutto questo mancherà, la frase resterà lì, come una sentenza scolpita nella pietra.

“Con questa sinistra, la Meloni…”

Una frase incompiuta solo in apparenza.

Perché tutti, ormai, sanno come finisce.

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