Ci sono interventi televisivi che non nascono per convincere con i numeri, ma per incendiare il clima con una voce riconoscibile.
Il monologo di Vittorio Feltri su Giancarlo Giorgetti rientra in questa categoria, perché mescola appoggio politico, stile satirico e una dose generosa di provocazione.
Il risultato, prevedibilmente, è una scena che si presta al titolo roboante e alla clip virale, anche quando il contenuto è più umorale che informativo.
Feltri parte da un’osservazione che in Italia suona quasi come una legge di natura: i governi litigano, e questo governo non fa eccezione.
È un’apertura apparentemente neutra, ma serve a costruire subito una cornice narrativa: il caos come sfondo, e l’uomo “serio” come protagonista.
Nel suo racconto, quell’uomo serio è Giorgetti, descritto come pragmatico, competente, “del nord”, quindi concretamente capace di maneggiare i meccanismi dell’economia italiana.
Qui la retorica è evidente, perché l’etichetta geografica diventa un marchio di affidabilità, mentre la politica avversaria viene presentata come rumorosa e inconcludente.
Feltri parla di una “riforma molto interessante” che avrebbe l’obiettivo di tutelare la borghesia, e lo dice con una convinzione quasi programmatica.

Il passaggio è importante, perché ribalta un tabù: difendere apertamente la borghesia non come privilegio, ma come pilastro di stabilità sociale.
Nella sua logica, se non si tutela quel ceto, “l’Italia si sfascia”, e quindi la riforma diventa una misura di sopravvivenza nazionale, non un favore di parte.
È un argomento che funziona mediaticamente perché è semplice, e soprattutto perché parla a una paura concreta: la sensazione di scivolare verso il declino senza rete.
Da lì, Feltri mette in scena l’assalto dell’opposizione, descritta come una folla che “salta addosso” al ministro appena la riforma viene resa pubblica.
È una rappresentazione volutamente muscolare, che trasforma un normale conflitto parlamentare in un accerchiamento quasi fisico.
Poi arriva la parte più esplosiva del discorso, quella in cui l’opposizione viene liquidata con una sequenza di etichette insultanti e caricaturali.
Queste parole, al di là del colore, hanno una funzione precisa: non rispondere alle critiche, ma delegittimare chi le formula.
Quando si usa questo registro, la discussione smette di essere “cosa contiene la riforma” e diventa “chi ha titolo morale per contestarla”.
È il classico spostamento dal merito alla tribù, che in televisione produce reazioni immediate, applausi, fischi e condivisioni.
Feltri sostiene che la sinistra non ostacoli per ottenere risultati migliori, ma per intralciare il “viaggio” del governo.
Anche qui, l’immagine è rivelatrice, perché trasforma la politica in una marcia che dovrebbe procedere indisturbata, con l’opposizione ridotta a sabotatore.
In democrazia, però, l’opposizione esiste anche per ostacolare, nel senso nobile del termine: controllare, criticare, emendare, rallentare quando ritiene necessario.
Il punto diventa allora capire se le contestazioni su Giorgetti riguardino davvero il contenuto della misura o siano, come suggerisce Feltri, pura guerriglia.
Il suo intervento, così com’è, non entra nei dettagli tecnici della riforma, e questo è un elemento che spesso sfugge nel frastuono mediatico.
Si discute molto di “chi ha umiliato chi”, ma si capisce poco di aliquote, coperture, impatti distributivi e incentivi.
Eppure è proprio lì che si gioca la sostanza, perché una riforma economica non è buona perché la difende un opinionista, né cattiva perché la attacca un avversario.
È buona o cattiva in base a ciò che produce, a chi aiuta, a chi penalizza, e a quanto è sostenibile nel tempo.
Feltri, invece, sceglie un altro terreno, più efficace per la scena: quello dell’energia e della determinazione personale.
Dice di non credere che Giorgetti smetterà di “picchiare sul ferro finché è caldo”, e prevede che la riforma passerà, anche se dopo altre litigate.
È una previsione più caratteriale che politica, perché attribuisce l’esito non ai numeri in Parlamento, ma alla durezza dell’uomo e alla volontà di resistere alla pressione.
Questo tipo di racconto piace perché fa sentire la politica come una storia di personaggi, con eroi, antagonisti e prove da superare.
Il rischio è che la politica venga ridotta a teatro, dove il “forte” merita di vincere a prescindere dal testo della legge.
La parte più virale del monologo arriva quando Feltri si rivolge in modo diretto e quasi protettivo a Giorgia Meloni, invitando a “piantarla di rompere le scatole” alla premier.
Qui l’argomento smette di essere economico e diventa emotivo: la leader assediata, la donna attaccata, la figura da difendere.
È un’operazione comunicativa potente, perché trasforma un conflitto politico in un episodio di persecuzione personale.
Poi, con la battuta sul matrimonio, Feltri chiude con il suo marchio di fabbrica: il colpo di ironia che alleggerisce e al tempo stesso consolida la vicinanza.
Quella frase non aggiunge informazioni, ma aggiunge identità, perché rafforza la sensazione di una confidenza, di un tifo dichiarato e persino affettuoso.
In uno studio televisivo, una chiusura del genere fa due cose insieme: umanizza l’oratore e sposta la discussione su un terreno dove la critica sembra quasi cattiveria.
Se la leader viene raccontata come “povera Meloni”, l’oppositore diventa automaticamente il disturbatore, e chi disturba appare meschino.
È una dinamica psicologica semplicissima e per questo funziona benissimo in un talk.

Ma se si vuole capire davvero perché le accuse contro Giorgetti abbiano preso spazio, bisogna scendere da quel palcoscenico e rientrare nella logica delle misure economiche.
Ogni riforma che tocca fisco, welfare, pensioni, casa o imprese produce vincitori e perdenti, anche quando viene presentata come soluzione per tutti.
Quando Feltri dice che tutelare la borghesia salva l’Italia, sta implicitamente scegliendo una priorità: proteggere chi regge consumi, risparmio e impresa.
La sinistra, quando attacca misure percepite come favorevoli ai ceti medio alti, spesso sceglie l’altra priorità: ridurre le disuguaglianze e difendere chi è più esposto.
Il problema nasce quando questo conflitto legittimo viene raccontato come una guerra tra razionali e isterici.
Feltri usa un linguaggio che trasforma l’avversario in macchietta, e così rende più facile vincere il round mediatico, ma più difficile affrontare la realtà sociale.
Perché la realtà è che anche molti elettori di destra non vogliono solo “ordine” e “decisione”, vogliono anche servizi che funzionano, salari che crescono e un fisco comprensibile.
E anche molti elettori di sinistra non vogliono soltanto indignarsi, vogliono proposte credibili e non puramente testimonali.
Quando il dibattito si incastra nella caricatura, il pubblico si divide, si eccita e poi resta con la stessa domanda di prima: che cosa cambia davvero nel mio portafoglio.
Il monologo di Feltri va letto anche come sintomo di un’altra trasformazione, cioè il modo in cui l’opinione pubblica consuma la politica oggi.
Non si cercano più soltanto informazioni, si cercano messaggi che confermano un’identità, un’appartenenza, un “noi” contro “loro”.
Feltri, da anni, sa parlare a questo bisogno, e lo fa con una miscela di sicurezza, sarcasmo e frase a effetto.
In studio, una voce così non produce solo discussione, produce reazioni viscerali, e infatti il pubblico tende o ad applaudirlo o a detestarlo senza zone intermedie.
Questo è il motivo per cui i suoi interventi vengono spesso rilanciati come “devasta”, “asfalta”, “umilia”, anche quando mancano elementi nuovi sul piano dei fatti.
La parola “devasta” descrive un impatto emotivo, non una dimostrazione.
E infatti, nel suo discorso, la dimostrazione economica è sostituita dalla fiducia nel personaggio Giorgetti e dal disprezzo verso l’avversario politico.
È legittimo come opinione, ma non è sufficiente come analisi.
Se una riforma “tutela la borghesia”, la domanda giornalistica corretta è quali strumenti usa, quanto costa, chi la finanzia e cosa succede a chi resta fuori.
Se l’opposizione “attacca”, la domanda corretta è quali alternative propone, quali punti contesta e quali conseguenze teme.
Senza questo livello, la politica diventa un videogame di insulti, dove ogni puntata crea una nuova rissa e nessuno fa il bilancio delle puntate precedenti.
C’è poi un altro aspetto che rende questa uscita particolarmente incendiaria: l’idea che il governo sia “apprezzato in tutto il mondo”.

È una formula tipica della propaganda, perché evoca un giudizio esterno autorevole senza specificarlo, e dà al pubblico una sensazione di orgoglio e legittimazione.
Ma “il mondo” non applaude o fischia in blocco, e l’apprezzamento internazionale si misura con dati, alleanze, mercati, rating, negoziati e risultati concreti.
Usare quella frase in studio serve soprattutto a chiudere la discussione, perché suggerisce che chi critica sia provinciale o in malafede.
Il vero nodo, dunque, non è se Feltri sia stato brillante, perché lo è stato nel suo stile.
Il vero nodo è se la politica italiana voglia continuare a sostituire l’analisi con il personaggio, e il dossier con la battuta.
Perché finché la rissa è la forma dominante, ogni riforma diventa una bandiera e ogni bandiera diventa un pretesto per demolire l’altro, invece di migliorare il testo.
Feltri, con il suo monologo, ha fatto ciò che un grande polemista sa fare: ha compattato il suo pubblico e ha provocato l’altro campo.
Ha trasformato Giorgetti nel tecnico serio e la sinistra nel rumore di fondo, e ha avvolto Meloni in una narrazione protettiva e quasi personale.
È un colpo da studio televisivo, ma l’Italia non si governa con un colpo da studio televisivo.
Si governa con norme scritte bene, coperture credibili, scelte redistributive dichiarate e la capacità di spiegare, senza insultare, perché alcuni sacrifici vengono chiesti e a chi.
Se questo passaggio mancherà, anche la riforma più “interessante” rischierà di diventare solo l’ennesimo episodio di una serie infinita: il talk di oggi, la polemica di domani, e la vita reale che resta ferma in stazione.
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