C’è un tipo di sconfitta politica che non passa dai decibel, ma dalla postura.

È quella in cui l’avversario ti lascia dire tutto, ti fa costruire il tuo castello di parole, e poi lo fa cadere con un soffio.

Niente urla, niente scene, niente risse da studio televisivo.

Solo una calma chirurgica che, in diretta, pesa più di un monologo di trenta minuti.

Nella serata raccontata come l’ennesimo capitolo della guerra di nervi tra Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, la sensazione è stata proprio questa: il leader del Movimento 5 Stelle prova a inchiodare la premier su politica estera e giustizia, e la premier lo respinge senza scomporsi, trasformando l’attacco in un boomerang.

Il contesto è uno di quelli che in Italia diventano immediatamente simbolici: il rientro di connazionali detenuti all’estero e la gara, inevitabile, a intestarsi il merito.

Conte entra nel tema con l’aria di chi vuole smascherare una messa in scena.

Non contesta la gioia per il risultato, ma l’uso politico del risultato.

Il labiale di Giorgia Meloni dopo l'attacco di Conte in Aula, le telecamere  filmano un insulto della premier …

Il bersaglio non è l’evento in sé, bensì la narrazione che, a suo dire, il governo avrebbe costruito attorno all’evento.

È una strategia collaudata: togliere all’avversario il diritto di celebrare e costringerlo a giustificarsi.

Conte insiste su un punto che, nelle polemiche di questi anni, torna come un ritornello: l’Italia non sarebbe protagonista, ma comparsa, e qualcuno a Washington farebbe il lavoro vero mentre Roma si limita allo scatto finale.

Dentro questa impostazione c’è un’accusa più pesante di quanto sembri, perché non riguarda solo un singolo caso.

Riguarda la dignità internazionale, cioè la moneta più fragile e più preziosa per un governo che vuole apparire solido in Europa e affidabile nell’alleanza atlantica.

La tesi di Conte, in sostanza, è un’ombra proiettata sul volto della premier: il protagonismo sarebbe marketing, e il marketing sarebbe un modo elegante per mascherare dipendenza.

Se questa tesi passa, non è solo un punto perso in tv.

È un danno strutturale all’immagine di leadership, perché suggerisce che l’Italia non decide, ma aspetta.

Il problema per Conte è che questo tipo di accusa, per funzionare, deve reggersi su un dettaglio cruciale: deve far sembrare la premier ansiosa di prendersi applausi.

E qui entra la risposta, quella che nel racconto appare come la mossa davvero letale: Meloni non si mette a competere sul terreno della vanità, ma su quello del metodo.

Non dice “sono stata io”, dice “abbiamo lavorato”.

Non dice “guardate me”, dice “guardate lo Stato”.

È un cambio di soggetto che sposta l’attenzione dal leader all’apparato, e rende l’attacco più difficile.

Perché se Conte insiste, rischia di apparire come quello che sminuisce non la premier, ma chi opera in silenzio per il Paese.

È un riflesso comunicativo semplice e devastante: trasformare la critica alla leadership in una critica alle istituzioni.

A quel punto Meloni può restare calma e lasciar fare alla psicologia del pubblico, che in diretta è spietata.

Se attacchi troppo duro, sembri rancoroso.

Se attacchi sull’orgoglio nazionale, rischi di essere percepito come uno che spera che l’Italia non venga riconosciuta, pur di non concedere un punto al governo.

Ed è qui che il “non ha urlato” diventa sostanza politica.

Meloni non alza la voce perché non ne ha bisogno: sta già vincendo il frame, cioè la cornice dentro cui lo spettatore interpreta ogni frase successiva.

Dentro quella cornice, Conte non è l’uomo che chiede chiarezza.

È l’uomo che non sopporta che il governo incassi un risultato.

Ed è una percezione che, una volta innescata, è difficile da spegnere.

La premier aggiunge poi una seconda lama, ancora più affilata, perché collega l’attacco di Conte a una questione di credibilità personale.

Non lo smentisce soltanto nel merito, lo colloca in un album di ricordi politici che l’opinione pubblica ha già visto, discusso e giudicato.

È la “memoria” come arma.

Quando un leader si presenta come maestro di sovranità e indipendenza, basta evocare episodi controversi del suo passato per indebolire l’autorità morale della lezione.

Non serve dimostrare tutto in due minuti.

Basta suggerire che quel maestro non è così coerente come vorrebbe apparire.

A quel punto, la critica di Conte sul “servilismo” diventa più fragile, perché viene percepita come un vestito indossato per l’occasione.

Conte prova a tornare sul terreno che considera più favorevole, quello della comunicazione e dei simboli.

Parla di diplomazia dei selfie, di scatti finali, di propaganda.

È un terreno comodo perché è intuitivo, e perché oggi la politica vive anche di immagini.

Ma è un terreno che Meloni sa attraversare senza inciampare, perché può rispondere con un argomento che sembra ragionevole anche a chi non la ama: la discrezione, nella diplomazia, conta.

Dire “si lavora nell’ombra” è un modo per rendere sospetta qualsiasi pretesa di trasparenza totale.

È una difesa elegante perché non nega la complessità, la usa come scudo.

E più Conte insiste sulla “messinscena”, più la premier può apparire come quella che non spettacolarizza, mentre l’altro appare come quello che teatralizza.

Il paradosso è crudele: chi accusa l’avversario di teatro rischia di diventare lui stesso l’attore più agitato della scena.

Fin qui, lo scontro è già una partita psicologica.

Ma la serata, nella ricostruzione, non si ferma alla politica estera, perché arriva il tema che in Italia è sempre deflagrante: la giustizia.

Qui Conte tenta una salita ripida, perché vuole presentare le riforme come un “disegno” che indebolirebbe lo Stato di diritto.

È un’accusa che mira al cuore dell’elettorato moderato, perché nessuno vuole sentirsi dire che sta votando per l’impunità.

Conte parla di norme che disarmerebbero la legalità, di segnali culturali, di clima creato contro la magistratura.

È un impianto narrativo che, se regge, può trasformare una riforma in un sospetto permanente.

Meloni risponde con un’altra inversione di prospettiva: non disarma la giustizia, riequilibra i poteri.

Non crea caos, prova a mettere ordine.

Non vuole indebolire i giudici, vuole rendere più chiaro il sistema e ridurre distorsioni che, nel racconto del governo, hanno paralizzato amministratori e istituzioni.

Anche qui la forza non sta tanto nel dettaglio tecnico, quanto nella promessa psicologica: meno paura, più decisione.

È un messaggio che arriva ai sindaci, agli amministratori locali, a chi vive la burocrazia come rischio personale.

In un Paese dove l’ansia dell’atto firmato è diventata una malattia istituzionale, parlare di “buon senso” è una parola d’ordine potente.

Conte prova a ribattere con l’argomento del caos normativo e dell’urto con i vincoli europei, dipingendo un governo incapace di scrivere bene le leggi e poi pronto ad accusare i giudici.

Ma la premier, restando nel registro della calma, può permettersi una risposta che in tv funziona sempre: non sono vittima, sono combattente.

È una frase che trasforma lo scontro in racconto epico, e l’epica, nella politica contemporanea, è spesso più efficace della giurisprudenza.

Se Conte insiste sul “clima tossico”, Meloni può restituire l’immagine del “cantiere”, del rumore necessario, del cambiamento che disturba chi preferiva l’immobilismo.

In quella cornice, il caos non è prova di fallimento.

È la prova che si sta muovendo qualcosa.

E ancora una volta Conte rischia di restare intrappolato nel ruolo di colui che denuncia, mentre l’altra parte incarna colui che agisce.

La parte più umiliante, politicamente, non è una battuta o un affondo.

È l’effetto cumulativo: ogni frase di Conte, letta dentro il frame imposto dalla premier, sembra alimentare l’idea di una critica che non sa dove atterrare.

Conte vuole dire “siete incoerenti”.

Ma la risposta calma e piena di memoria gli restituisce “tu non sei la persona giusta per fare questa predica”.

Conte vuole dire “siete subordinati”.

Ma la risposta gli restituisce “alleanza non è servitù, e tu stai sminuendo chi lavora per il Paese”.

Conte vuole dire “state creando impunità”.

Ma la risposta gli restituisce “state difendendo un sistema che blocca, e chiamate legalità ciò che è paralisi”.

A quel punto la diretta diventa un tribunale politico al contrario, in cui non è il governo a essere imputato, ma l’opposizione a dover dimostrare di avere un’alternativa credibile e non soltanto un’accusa.

Questo è il meccanismo per cui, nel racconto, “bastano pochi secondi”.

Non bastano pochi secondi perché la realtà si chiarisca davvero.

Bastano pochi secondi perché il pubblico scelga quale storia gli sembra più verosimile.

E la storia più verosimile, in tempi di stanchezza sociale, spesso è quella che promette ordine, decisione e risultato, anche quando i dettagli restano controversi.

Da qui nasce la sensazione della “derisione pubblica”: non perché qualcuno rida apertamente, ma perché la postura di Conte viene lentamente resa meno credibile.

Ogni volta che appare troppo concentrato sulla persona di Meloni, perde il vantaggio dell’argomento e sembra muoversi per ossessione.

Ogni volta che prova a togliere merito all’Italia, rischia di perdere l’empatia di chi, su quei casi, vuole prima di tutto un esito positivo.

Ogni volta che alza il livello morale senza offrire un percorso alternativo, lascia spazio alla replica che lo dipinge come un oppositore professionale più che come un candidato di governo.

L’immagine finale che resta, in questo tipo di scontri, non è quella della frase perfetta.

È quella del controllo.

E il controllo, quando è comunicato con calma, diventa autorità.

La “caduta” di Conte, allora, non è una caduta reale misurabile in un solo episodio.

È una caduta simbolica: l’ex premier appare più reattivo che propositivo, più accusatorio che progettuale, più legato alla polemica che a una visione che possa contendere il centro dell’elettorato.

Meloni, al contrario, in questa narrazione appare come una leader che non ha bisogno di agitarsi per risultare dominante.

Lascia parlare, incassa l’energia dell’attacco, e poi la restituisce in forma di memoria e di cornice.

È una tecnica fredda, e proprio per questo efficace: non ti batto sul tuo terreno, ti obbligo a giocare sul mio.

Se c’è una lezione politica in questa serata, è che oggi la vittoria non passa dal dire più cose, ma dal far sembrare l’altro fuori posto.

Conte ha provato a far apparire Meloni come una premier che recita.

Meloni ha risposto facendo apparire Conte come un leader che, pur di negarle un risultato, finisce per perdere contatto con il sentimento del pubblico.

E in televisione, quando perdi contatto con il sentimento del pubblico, non serve che l’avversario urli.

Ti basta il silenzio tra una frase e l’altra per capire che il vento è cambiato.

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