C’è un momento, nella vita dei partiti, in cui le parole degli ex leader smettono di essere nostalgia e diventano dinamite.
Nel Partito Democratico quel momento arriva ogni volta che Massimo D’Alema decide di tornare sulla scena, perché la sua voce pesa più di una semplice opinione e viene letta come un segnale.
Nelle ore in cui il centrosinistra prova a ritrovare una direzione chiara, il ritorno mediatico di D’Alema viene percepito come un colpo assestato al cuore della leadership di Elly Schlein.
Non tanto perché un ex dirigente possa “decidere” le sorti del partito, quanto perché può legittimare dubbi già presenti, amplificarli e renderli dicibili anche per chi finora ha preferito la prudenza.
Il punto, infatti, non è la singola frase ad effetto, ma l’eco che produce dentro un’organizzazione già attraversata da nervosismi, correnti e strategie che faticano a stare nella stessa stanza senza farsi male.
In questa cornice si inserisce la narrazione che rimbalza in rete e nei commenti politici, dove si parla di “crisi nera”, di “tutto fuori controllo” e perfino di una “situazione irrecuperabile”.
Sono formule che funzionano benissimo nei titoli, ma che diventano pericolose quando vengono scambiate per diagnosi definitive, perché la politica raramente muore in un giorno e raramente si salva con una sola intervista.

Eppure il PD, oggi, appare davvero davanti a un bivio che non si può più rimandare con riunioni interlocutorie o con l’ennesima mediazione scritta in burocratese.
La segreteria Schlein era nata con la promessa di una rifondazione culturale prima ancora che organizzativa.
La parola d’ordine era identità, nel senso di un partito più riconoscibile, più netto sui diritti, più sensibile alle disuguaglianze, più severo verso la precarietà, più militante sul clima.
Quel progetto ha portato energia, entusiasmo e una nuova narrazione per una parte della base, ma ha anche aperto una frattura con il pezzo riformista e con gli amministratori che temono una perdita di presa sull’elettorato moderato.
In mezzo c’è un fatto che nessuno può ignorare: il PD è un partito nato dalla somma di storie diverse, e ogni volta che prova a “scegliere” una sola anima rischia di far insorgere le altre.
È qui che le parole di D’Alema, vere o riportate in modo enfatico, colpiscono come un sasso in uno stagno.
Perché se un dirigente storico lascia intendere che la linea attuale non regge, molti non ascoltano solo il contenuto, ma colgono l’autorizzazione a muoversi.
La politica interna, in questi casi, funziona così: non serve una congiura, basta un’atmosfera.
Basta che alcuni inizino a parlare di “fase complicata”, altri di “correzione necessaria”, altri ancora di “cambio di passo”, e in poche settimane il dibattito scivola dalla strategia alla sopravvivenza.
Il PD, inoltre, vive una condizione psicologica particolare, perché porta addosso una doppia ansia.
Da un lato teme di perdere la sua funzione storica di perno dell’opposizione.
Dall’altro teme di diventare irrilevante proprio nel momento in cui la società chiede risposte su salari, sanità, lavoro povero e crisi industriali.
In questo scenario la figura di Schlein viene giudicata su due piani che spesso si contraddicono.
C’è chi la considera la prima segretaria capace di ridare un’identità progressista riconoscibile, e chi la vede come il simbolo di un partito che parla bene ai convinti ma fatica a parlare ai “dubbiosi”, cioè a chi decide le elezioni.
Questo conflitto non è solo generazionale, perché non è una guerra tra giovani e anziani.
È una guerra tra due idee di vittoria.
Per alcuni si vince allargando il campo a sinistra, parlando un linguaggio coerente, spingendo su diritti e redistribuzione e mobilitando un elettorato che da anni si astiene.
Per altri si vince occupando il centro, rassicurando ceti produttivi e moderati, costruendo alleanze larghe e riducendo al minimo le parole che spaventano.
Schlein è stata eletta anche perché prometteva di rompere l’ambiguità e di scegliere una direzione.
Ma appena scegli, in un partito composito, paghi un prezzo immediato: chi perde spazio tende a cercare un varco per rientrare.
Ed è qui che torna il fantasma, sempre presente nella storia del PD, della “doppia leadership”, quella ufficiale e quella reale.
La leadership ufficiale è la segreteria eletta, con il suo mandato politico.
La leadership reale, invece, spesso è fatta di amministratori, capicorrente, parlamentari, reti territoriali, e di quella parte di gruppo dirigente che governa i meccanismi anche quando non governa il simbolo.
Quando queste due leadership si disallineano, il partito non esplode subito, ma perde trazione.
E quando un partito perde trazione, ogni evento esterno diventa un test interno, ogni elezione un processo, ogni sondaggio una sentenza.
La narrazione che vede D’Alema come “l’uomo che avverte” si innesta su questa fragilità.
Chi conosce il linguaggio della politica sa che l’avvertimento più duro non è l’insulto, ma la previsione.
Dire, o far intendere, che un progetto “non tiene” significa chiedere al partito di prepararsi a un dopo.
E appena si inizia a parlare del dopo, la segreteria presente entra in una zona di rischio, perché ogni scelta viene interpretata non più come guida, ma come difesa.
È per questo che, in molte ricostruzioni, si torna subito ai nomi alternativi e al tema del “congresso prima del congresso”.
Il nome più citato in questi scenari, per ovvie ragioni, è quello di Stefano Bonaccini, che rappresenta un pezzo di cultura riformista e amministrativa molto radicata.
Ma accanto ai nomi, ciò che conta davvero è il messaggio implicito: riportare il partito su un’impostazione più pragmatica, più centrata sul governo, meno identitaria.
È un messaggio che seduce chi teme l’isolamento, ma che irrita chi ha visto nell’elezione di Schlein proprio la possibilità di smettere di inseguire il centro come se fosse l’unica via.
Il rischio, per il PD, è che la discussione diventi una guerra di posizionamenti invece che una ricerca di efficacia politica.
Perché la domanda che dovrebbe guidare ogni scelta non è “chi vince nel partito”, ma “chi convince nel Paese”.
Se l’obiettivo è tornare competitivi, allora serve capire perché una parte dell’elettorato non riconosce più il PD come soluzione ai propri problemi.
E qui, piaccia o no, la questione non è solo comunicativa, anche se la comunicazione conta.
È programmatica e organizzativa.
Il PD appare spesso forte nelle dichiarazioni e più debole nella capacità di trasformare quelle dichiarazioni in un racconto coerente di governo.
Si può essere durissimi contro l’esecutivo, e restare comunque poco credibili se non si offre una strada chiara, sostenibile e comprensibile.
La critica che molti muovono alla segreteria attuale, al netto delle semplificazioni, è proprio questa: una linea valoriale netta, ma un’architettura politica ancora incompleta.
E un partito incompleto viene divorato dai suoi equilibri interni, perché ciò che non tiene insieme un’idea lo tiene insieme una corrente.
D’Alema, da vecchio animale politico, conosce perfettamente questa meccanica.
Sa che nel PD la questione identitaria è una miccia e che il conflitto tra riformismo e radicalità è un fiume sotterraneo che riemerge ciclicamente.
Quando parla, quindi, non interviene su un dibattito astratto, ma su una faglia.
Il punto più delicato è che questa faglia oggi si incrocia con una percezione di debolezza complessiva del campo progressista.
La leadership del centrosinistra non è un dato automatico, perché esistono forze alternative, movimenti, leadership locali, e una parte dell’elettorato che non ha più l’abitudine di votare “per appartenenza”.
Se il PD appare incerto, la concorrenza interna al campo si rafforza, e il partito rischia di essere non il perno, ma uno dei pezzi.
Da qui nasce quella parola che nel PD fa più paura di tutte: marginalità.
E marginalità significa anche scarsa capacità di dettare l’agenda, scarsa capacità di imporre temi, scarsa capacità di costruire coalizioni da posizione di forza.
In un contesto simile, la scelta di Schlein di non arretrare e di rivendicare la propria linea può essere letta in due modi opposti.
Per i suoi sostenitori è coerenza e resistenza a un apparato che non vuole cambiare.
Per i suoi critici è rigidità e incapacità di includere, cioè esattamente il difetto che un grande partito dovrebbe evitare.
Il PD, in sostanza, è intrappolato in un paradosso: cambiare troppo rischia di perdere pezzi, cambiare poco rischia di non ritrovare senso.
E quando un partito è intrappolato, la tentazione è cercare una figura “di sintesi” che pacifichi.
Ma la sintesi senza una direzione spesso è solo una tregua, e le tregue nel PD sono famose per durare meno di una stagione.
Ecco perché parlare di “situazione irrecuperabile” è una forzatura, ma capire perché quella parola attecchisce è utile.
Attecchisce perché racconta una sensazione di stanchezza collettiva, come se ogni tentativo di unità finisse per riaprire la stessa discussione con le stesse persone e le stesse formule.
Attecchisce perché molti elettori vedono il partito litigare mentre loro aspettano risposte su affitti, stipendi, sanità territoriale e caro energia.
Attecchisce perché la politica interna, quando diventa dominante, fa perdere il contatto con l’esterno.
Il vero rischio non è la critica di D’Alema in sé, che può essere anche una critica legittima nel pluralismo di un partito.
Il vero rischio è l’effetto domino.
Perché se le parole degli ex diventano l’alibi dei presenti per regolarsi i conti, allora la crisi non è più un episodio, ma un metodo.
E un partito che usa la crisi come metodo finisce per normalizzare l’instabilità, cioè per rendere impossibile la costruzione di un’alternativa di governo credibile.
C’è un dettaglio che spesso sfugge, ma che in politica è decisivo: chi guida un partito non deve solo avere ragione.
Deve anche far funzionare la macchina.
E far funzionare la macchina del PD significa tenere insieme territori diversi, culture diverse, gruppi parlamentari con interessi diversi, e un ecosistema di amministratori che vivono nel fango quotidiano della gestione.
Se quel funzionamento si inceppa, la leadership viene percepita come vulnerabile anche quando le idee sono forti.
È per questo che le prossime settimane, al di là dei titoli, contano più per i segnali organizzativi che per le frasi televisive.
Contano le riunioni, i voti interni, il grado di disciplina, la capacità di gestire il dissenso senza trasformarlo in sabotaggio.
Contano, soprattutto, le scelte politiche che faranno capire se il PD vuole essere un partito di testimonianza o un partito di governo.
Perché non c’è nulla di male, in astratto, nell’essere un partito identitario.

Il problema è quando un partito identitario continua a dichiararsi inevitabilmente “vocato a governare” senza costruire le condizioni reali per farlo.
Alla fine, il ritorno di D’Alema e le reazioni che provoca sono lo specchio di una verità più ampia: il PD non ha ancora risolto il suo conflitto fondativo.
Vuole essere il luogo della sintesi tra sinistra sociale e centro riformista, oppure vuole essere un partito che sceglie una parte e prova a trascinare il resto.
Schlein, finora, ha mostrato l’ambizione di scegliere.
Il partito, finora, ha mostrato l’istinto di frenare.
E quando ambizione e freno convivono nello stesso corpo, il rischio non è solo la crisi della segreteria, ma l’erosione lenta di ciò che un grande partito dovrebbe proteggere più di tutto: la fiducia di chi lo vota e di chi potrebbe tornare a votarlo.
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