La scena nasce come una domanda di controllo democratico sul potere, e finisce per diventare un confronto sull’uso delle parole, sui limiti delle accuse e su quanto sia difficile ottenere risposte verificabili quando si parla di spyware e apparati.

La richiesta iniziale è semplice nella forma e pesantissima nella sostanza: garantire che non siano stati spesi soldi pubblici per intimidire, manipolare, ricattare o screditare politici, giornalisti, sacerdoti e attivisti attraverso strumenti di sorveglianza.

Il tema è reale e non riguarda solo una parte politica, perché la sola idea che un “mercato” di software intrusivi possa lambire il dibattito pubblico italiano crea un cortocircuito tra sicurezza, privacy e libertà di stampa.

Dentro questo cortocircuito, la domanda non è mai soltanto “chi ha spiato chi”, ma anche “chi può controllare davvero chi controlla”, e quanto sia trasparente la filiera delle autorizzazioni, delle responsabilità e dei contratti.

Il passaggio più interessante, però, non è l’ennesimo scontro tra governo e stampa, bensì la distanza tra ciò che un giornalista può chiedere in pubblico e ciò che un esecutivo può rispondere in pubblico senza invadere indagini, segreti istruttori o aree coperte da riservatezza.

Da una parte c’è la pressione legittima di chi sostiene di essere stato bersaglio di un attacco informatico, e che quindi reclama fatti, tempi, nomi e decisioni, perché un anno è un tempo politicamente interminabile.

Dall’altra parte c’è la reazione di una presidente del Consiglio che, prima ancora di entrare nel merito, prova a delimitare il campo e a respingere l’idea di una responsabilità implicita del governo.

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Il punto non è stabilire chi “ha vinto” uno scambio, perché la democrazia non è un ring, ma capire cosa succede quando un tema tecnico e opaco viene costretto in un formato di domanda e risposta in cui tutti pretendono una verità immediata.

Il direttore di una testata, o chi ne fa le veci in quello scambio, porta sul tavolo elementi che nel racconto pubblico sono diventati nodi: la notifica di essere stato preso di mira da uno spyware mercenario, il riferimento a conferme forensi su altri casi, e l’idea di un “cluster” che riguarderebbe una specifica redazione.

In più, viene citata la cornice delle indagini e un passaggio politico cruciale: un rapporto istituzionale che, a quanto si sostiene, non direbbe che non ci sia stato spionaggio, ma che non ci sarebbe stata autorizzazione dei servizi o dell’autorità delegata.

Questa distinzione, per chi ascolta, è benzina: se non c’è autorizzazione, allora chi ha agito, e con quali mezzi, e perché un contratto sarebbe stato interrotto, e soprattutto perché un eventuale supporto tecnico sarebbe stato rifiutato.

Sono domande che, al netto di toni e cornici, stanno dentro un’esigenza democratica: se la stampa viene presa di mira, lo Stato deve chiarire, perché altrimenti la libertà di informare si vive come un rischio personale e non come un diritto collettivo.

La risposta di Giorgia Meloni, però, segue un’altra logica, che è tipica di chi governa in un campo minato: riconoscere la serietà del tema, promettere collaborazione nei limiti del possibile, e poi spostare la discussione dal “sospetto” alla “prova”.

Quando la presidente del Consiglio dice, in sostanza, che occorre attenzione alle accuse, sta rivendicando un punto che nella comunicazione politica è diventato un’ancora: non trasformare insinuazioni in responsabilità penali o politiche senza un passaggio verificabile.

È una postura difensiva, ma non necessariamente evasiva, perché in temi del genere l’accusa implicita è già di per sé un danno, anche se poi risultasse infondata.

Meloni aggiunge un elemento personale, ricordando casi in cui dati e informazioni sulla sua vita sarebbero finiti sui giornali, per sostenere che il problema esiste e che lei può comprenderlo, ma anche per insinuare che il fenomeno non si riduca a una regia governativa.

Qui il confronto diventa più politico che tecnico, perché la presidente non sta più rispondendo solo alla domanda sugli spyware, ma sta contestando una cornice narrativa, quella per cui l’esecutivo sarebbe il sospettato naturale.

E quando dice, in sostanza, “state sostenendo che io mi sia messa a spiare persino me stessa”, usa una figura retorica per rendere l’accusa implausibile agli occhi del pubblico.

Questa strategia funziona spesso in televisione perché sposta l’attenzione: non si discute più di catene di comando, gare, contratti e autorizzazioni, ma dell’assurdità percepita di una tesi generalizzata.

Il problema, però, è che l’assurdità retorica non risolve la domanda sostanziale, che resta appesa e continua a pesare: se ci sono state intrusioni, chi le ha effettuate e con quale scopo.

È qui che si vede la fragilità del dibattito pubblico italiano su questi temi, perché gli spyware non sono come una tangente con una busta, sono strumenti che attraversano fornitori, intermediari, exploit, catene di comando e livelli di responsabilità spesso difficili da ricostruire.

Quando si parla di “sorveglianza mercenaria” si entra in una zona dove la tecnologia consente opacità, e l’opacità produce due reazioni estreme, o la fiducia cieca nelle istituzioni, o la sfiducia totale.

La realtà, quasi sempre, è più banale e più inquietante insieme: possono esistere abusi, infiltrazioni, devianti, scorciatoie, e possono esistere anche incidenti, errori, tracciamenti non autorizzati, o attività di soggetti privati senza controllo sufficiente.

In un contesto così, un governo tende a dire solo ciò che non lo espone, mentre chi chiede chiarezza tende a interpretare il poco come prova di colpa, e il circuito diventa perfetto per polarizzare.

Il passaggio sull’eventuale rifiuto di aiuto da parte di un’azienda citata nel dibattito pubblico è uno snodo comunicativo delicato, perché suggerisce che esistesse una strada per chiarire e che non sia stata percorsa.

Ma senza atti, date, corrispondenze e responsabilità formalizzate, quella parte resta terreno di narrazione, e proprio qui si annida il rischio principale: sostituire l’inchiesta con l’impressione.

La politica, poi, reagisce come reagisce sempre quando teme che un tema diventi una valanga: prova a spostarlo sul piano della correttezza reciproca, chiedendo di non fare accuse implicite, e invocando la prudenza.

La prudenza, però, per chi si dice vittima di uno spyware, suona come un rinvio indefinito, e un rinvio indefinito suona come una forma di normalizzazione.

In altre parole, la prudenza istituzionale può essere razionale, ma comunicativamente appare spesso come difesa corporativa.

È questo che rende lo scontro così difficile da chiudere, perché entrambi i lati hanno un argomento credibile: chi chiede chiarimenti ha diritto a pretenderli, e chi governa ha dovere di non avallare ricostruzioni non provate.

Il pubblico, nel mezzo, cerca un segnale chiaro, e non trovandolo tende a decidere in base alla simpatia o all’antipatia per i protagonisti, che è la cosa più lontana possibile da una valutazione democratica della sicurezza e della libertà di stampa.

Ecco perché l’idea del “ribaltamento di ruoli”, spesso celebrata nei video virali, è anche una scorciatoia: non siamo davanti a una partita dove conta chi mette all’angolo chi, ma davanti a una questione che richiederebbe un linguaggio meno teatrale e più verificabile.

La domanda più utile, oggi, non è chi abbia fatto “la figura migliore” in sala, ma quali procedure esistano per accertare, notificare, investigare e rendere conto quando giornalisti e figure pubbliche risultano bersagli di intrusioni digitali.

Servono tempi certi per le risposte istituzionali, serve chiarezza sulle competenze tra magistratura, autorità di controllo e governo, e serve un modo per informare senza compromettere indagini ma senza neppure lasciare un buio totale.

Se si lascia il buio totale, l’opinione pubblica lo riempie con sospetti, e i sospetti sono più contagiosi dei fatti.

Se invece si riempie tutto con propaganda, si ottiene l’effetto opposto: le persone smettono di credere anche quando emergono elementi solidi, perché hanno visto troppe volte la realtà usata come clava.

In questo episodio, Meloni sceglie la linea della fermezza e della contestazione delle accuse implicite, e lo fa con frasi brevi e riconoscibili, pensate per essere ricordate e ripetute.

Il giornalista, dall’altra parte, sceglie la linea della pressione, invocando il trascorrere del tempo, le conferme tecniche, e la necessità di un’iniziativa politica che non si limiti alla disponibilità a collaborare.

Sono due linguaggi che non si incontrano, perché uno parla di responsabilità e l’altro parla di prova, uno parla di urgenza e l’altro parla di limiti.

Il risultato è che ciascuno esce dalla scena con il proprio pubblico convinto, mentre la questione di fondo resta aperta, e cioè se l’Italia sia in grado di proteggere davvero giornalisti e opposizioni da attività di sorveglianza illegittime, qualunque ne sia la regia.

Se questa vicenda insegna qualcosa, è che la trasparenza non può essere solo un gesto morale, deve essere una procedura, altrimenti diventa una parola che ogni parte usa contro l’altra.

E quando la trasparenza diventa solo una parola, la democrazia non entra in “zona rossa” per colpa di una domanda o di una risposta, ma perché nessuno riesce più a distinguere con sicurezza tra ciò che è vero, ciò che è probabile e ciò che è soltanto utile da dire in quel momento.

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