C’è un formato televisivo che, più di altri, trasforma la politica in carattere, stile, postura e battuta.
È il talk show del martedì sera, quel rituale in cui l’attualità passa dal Parlamento allo studio, e dallo studio ai social, nel tempo di una clip.
Dentro questo rito, basta poco perché una discussione su un fatto diventi una gara di cornici, dove vince non chi spiega meglio, ma chi inchioda l’avversario a un’immagine.
La scena raccontata e rilanciata in rete sullo scontro tra Pierluigi Bersani e Giorgia Meloni nasce proprio così: non come cronaca lineare, ma come racconto ad alta intensità, costruito per far tifare e per far ridere.
Il punto di partenza, almeno nella versione che circola, è un passaggio televisivo in cui Bersani commenta un riconoscimento legato alla cucina italiana e lo collega al carovita, con l’immagine della “verza” contrapposta al “radicchio”.

Un contrasto domestico, quasi da mercato rionale, che in teoria dovrebbe evocare l’Italia reale, quella che fa i conti alla cassa.
Solo che, nel tritacarne della polarizzazione, quell’immagine diventa altro: una miccia perfetta per chi vuole sostenere che la sinistra non sappia più parlare dei successi del Paese senza trasformarli in un pretesto contro il governo.
La reazione non si limita al dissenso sul merito, ma scivola immediatamente sul registro morale: delegittimazione, propaganda, rancore, livore.
È un linguaggio da schieramento, non da analisi, e infatti la clip che rimbalza online non si accontenta di criticare un’argomentazione, ma prova a smontare una persona.
Nel racconto che hai riportato, Bersani viene dipinto come “fuori controllo”, come uno che urla e agita le mani, e soprattutto come un ospite fisso chiamato in studio per “delegittimare” la presidente del Consiglio.
Questa è la prima operazione tipica della comunicazione contemporanea: spostare l’attenzione dal contenuto al presunto ruolo.
Se riesci a convincere il pubblico che qualcuno parla non perché ha un’idea, ma perché interpreta un copione, hai già indebolito qualsiasi frase che dirà dopo.
Il bersaglio non è più “cosa sostiene”, ma “perché lo sostiene”, e quel perché viene attribuito a un’intenzione malevola.
È una dinamica che funziona benissimo sui social, perché riduce tutto a una trama semplice: da una parte chi difende l’Italia, dall’altra chi la sminuisce.
In mezzo, la televisione diventa un campo di battaglia dove persino un tema culturalmente trasversale come la cucina si trasforma in arma politica.
Nella versione virale, l’argomento UNESCO non è trattato come una notizia da contestualizzare, ma come un trofeo.
E siccome è un trofeo, l’unico comportamento ammesso è l’applauso.
Se qualcuno prova a dire “bene, però intanto le famiglie stringono la cinghia”, la frase viene letta non come aggiunta, ma come sabotaggio.
È qui che l’immagine della verza diventa micidiale, perché è una metafora immediata, popolare, e per questo perfetta da ritagliare.
Il problema non è che sia incomprensibile, anzi è fin troppo comprensibile.
Il problema è che, dentro un talk, una metafora così rischia di divorare il punto invece di sostenerlo.
Perché lo spettatore non resta sul ragionamento “riconoscimento culturale e crisi dei consumi possono coesistere”, ma scivola sulla caricatura “celebrano l’UNESCO mentre la gente mangia verza”.
A quel punto, chi è già polarizzato non sentirà una critica economica, sentirà una risata contro il governo.

E chi è già ostile alla sinistra non sentirà un’osservazione sociale, sentirà l’ennesima prova che “non sanno essere contenti nemmeno quando l’Italia vince”.
La clip che circola rincara la dose con un espediente comico: l’iperbole del “latte coi biscotti” e del “bicchiere d’acqua” come patrimonio dell’umanità.
È una parodia dentro la parodia, un modo per dire che l’avversario riduce tutto all’assurdo, quindi merita di essere ridicolizzato con un assurdo più grande.
Questa strategia è efficace perché prende una notizia seria e la trasforma in sketch, spostando l’audience dalla valutazione alla risata.
E quando si ride, l’avversario perde autorità, anche se non ha torto nel merito.
È la logica dell’umiliazione come scorciatoia persuasiva: non dimostro che hai sbagliato, ti faccio apparire sciocco.
Nel racconto, Bersani viene anche contrapposto a un’altra figura mediatica “schierata”, con l’idea che alcuni ammettano di difendere un campo mentre altri si presentino come portatori della “verità”.
È un tema interessante, perché tocca il nervo scoperto dell’ecosistema televisivo: l’opinione come mestiere e lo schieramento come brand.
Solo che anche qui la discussione viene raccontata in modo binario, come se esistessero soltanto due categorie nette e immutabili.
In realtà la TV politica è un mercato di ruoli, e il pubblico spesso sceglie il ruolo che conferma ciò che pensa già.
Per questo il monologo “involontariamente comico” funziona così bene come titolo: non richiede di sapere nulla del tema UNESCO, né dei prezzi reali, né del contesto economico.
Basta immaginare la scena, un ex ministro che gesticola e la parola “verza” ripetuta come un meme, e l’attenzione è garantita.
Il passaggio più rivelatore, però, è l’uso ossessivo del concetto di “delegittimazione”.
È una parola che negli ultimi anni ha cambiato funzione, perché non indica più soltanto un attacco ingiusto alla credibilità di qualcuno, ma viene usata come scudo preventivo contro qualsiasi critica.
Se etichetto la critica come delegittimazione, non devo rispondere nel merito.
Devo solo denunciare l’intenzione, e l’intenzione è impossibile da misurare.
Il paradosso è che così il dibattito si svuota: non si discute se l’Italia stia meglio o peggio, si discute se chi lo dice lo dica “in buona fede”.
E la buona fede, in un’arena polarizzata, viene sempre negata al campo opposto.
Dentro questo schema, Bersani diventa il personaggio perfetto da trasformare in macchietta, perché ha un modo di parlare riconoscibile, pieno di immagini popolari, espressioni colloquiali, pause, allusioni.
È uno stile che, in contesti favorevoli, può sembrare autentico.
Ma in contesti ostili, e soprattutto in clip tagliate, può diventare facilmente caricaturale.
Qui sta un dettaglio che spesso sfugge: la viralità non premia la competenza, premia la riconoscibilità.
E la riconoscibilità, quando è messa sotto una luce ironica, diventa vulnerabilità.
Il risultato è che l’episodio non viene più letto come “Bersani critica il governo sul carovita”, ma come “Bersani impazzisce per una verza”.
È una deformazione, ma è una deformazione funzionale al consumo rapido.
E il consumo rapido è ciò che i social chiedono, perché la piattaforma premia il contenuto che si capisce senza contesto.
A quel punto la cucina, invece di essere un tema che unisce, diventa un test di appartenenza.
Se applaudi il riconoscimento senza aggiungere nulla, sei “patriota”.
Se dici che il riconoscimento non paga la spesa, sei “rosicone”.
È una trappola comunicativa, perché riduce qualunque discorso a un giudizio sulla persona che lo pronuncia.

Nella sostanza, è anche un modo per evitare la convivenza di due verità banali ma compatibili: si può essere fieri della cultura italiana e insieme preoccupati per il potere d’acquisto.
Il talk show, invece, spinge verso una scelta forzata, perché la scelta forzata produce conflitto, e il conflitto produce share.
E quando lo share diventa la metrica principale, l’argomento “verza contro radicchio” è oro, perché è concreto, quotidiano e polarizzabile.
Nel racconto che gira, Bersani “deraglia” e finisce in un monologo che il pubblico applaude.
Anche qui, più che il fatto specifico, conta la rappresentazione: l’applauso come prova di appartenenza di uno studio, di una rete, di un pubblico.
Il pubblico in studio diventa un altro attore politico, perché legittima o delegittima con una reazione fisica, e quella reazione fisica viene poi usata come prova di “chi ha vinto”.
È la politica ridotta a telemetria emotiva: applausi, risate, fischi, facce.
E chi guarda da casa non valuta più l’argomento, valuta il clima.
Il clima, però, è sempre manipolabile, perché dipende da inquadrature, montaggio, tempi televisivi, e soprattutto dal racconto che viene costruito dopo.
E il racconto dopo, oggi, è spesso più potente della trasmissione stessa.
Il titolo “dal confronto alla farsa” è la sintesi perfetta di questa trasformazione: non importa se c’era davvero un confronto, importa che la percezione finale sia quella di una farsa.
L’effetto politico di una farsa è devastante, perché trasforma l’avversario in figura non affidabile, quindi irrilevante.
Non lo contrasti, lo deridi.
E quando la derisione prende il posto del dissenso, la democrazia perde spessore, perché smette di premiare chi argomenta e inizia a premiare chi umilia.
Alla fine, la questione che resta sul tavolo non è se Bersani abbia scelto la metafora giusta o se Meloni meriti di intestarsi un riconoscimento culturale che appartiene a un Paese intero.
La questione è come l’Italia discute di se stessa quando tutto viene trasformato in tifo.
Se ogni notizia positiva deve diventare propaganda e ogni critica deve diventare tradimento, allora non stiamo facendo informazione, stiamo facendo appartenenza.
E se il carovita può essere liquidato come “verze” mentre un riconoscimento culturale può essere brandizzato come vittoria di un governo, allora la politica non sta più parlando ai cittadini, sta parlando agli algoritmi.
Il vero scivolamento, quindi, non è quello di un ospite televisivo dentro un paragone infelice.
Il vero scivolamento è di un sistema mediatico che ha scoperto che la risata è più veloce della spiegazione, e la velocità ormai decide tutto.
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