C’è un momento, nella politica-mediatica italiana, in cui l’inchiesta smette di essere un genere giornalistico e diventa un’arena.

È il momento in cui il soggetto di un servizio non risponde nel merito, ma riscrive la scena.

Ed è esattamente ciò che è accaduto nel botta e risposta che ruota attorno a Roberto Vannacci e a Report, con Sigfrido Ranucci evocato come antagonista simbolico e con Elly Schlein trascinata nel racconto attraverso una battuta volutamente urticante.

Il punto non è soltanto “chi abbia ragione”, perché in assenza di documenti, contesti completi e verifiche indipendenti la verità non si ricava da una clip di pochi secondi.

Il punto è capire come una narrazione d’accusa possa essere neutralizzata con un’operazione di derisione, e come quella derisione, a sua volta, diventi un’arma politica capace di incendiare un talk show più di qualsiasi dato.

Nella sequenza che circola online, Vannacci non entra in un confronto puntuale sulle contestazioni, ma sceglie la scorciatoia più efficace nell’ecosistema dei social: rendere ridicolo il frame dell’inchiesta.

La tecnica è semplice e, proprio per questo, potentissima.

Elly Schlein a Bruxelles tra passato e futuro

Si prende il presunto “dossier” e lo si riduce a dettagli quotidiani, come lo spazzolino, le visite agli eventi, le preferenze letterarie, cioè elementi volutamente banali che, accostati alla parola “inchiesta”, producono una sensazione immediata di sproporzione.

Se funziona, lo spettatore non si chiede più “è vero o falso”, ma “ma davvero questa sarebbe la notizia”.

È il passaggio decisivo, perché sposta l’attenzione dal contenuto alla dignità stessa del contenuto.

Quando riesci a far apparire l’indagine come una caccia al dettaglio irrilevante, ottieni una vittoria psicologica prima ancora di discutere i fatti.

In quella battuta c’è anche un altro elemento chiave: l’anticipazione.

Vannacci si presenta come uno che “aspettava” la puntata, come se l’esito fosse già scritto e l’attesa servisse solo a certificare la prevedibilità dell’avversario.

Questo rovescia i ruoli.

Non è più Report che “scopre” qualcosa su Vannacci, ma Vannacci che “svela” il meccanismo di Report.

È una dinamica tipica dei conflitti contemporanei tra potere, contro-potere e comunicazione: chi viene indagato prova a trasformare il giornalista in parte interessata e l’inchiesta in rituale ideologico.

La frase più tossica, dal punto di vista politico, non è quella che contesta i dettagli.

È quella che suggerisce che la trasmissione sceglierebbe scientemente cosa vedere e cosa non vedere per proteggere un’area politica.

Qui non siamo più sul terreno della replica, ma su quello della delegittimazione dell’arbitro.

Se l’arbitro è “di parte”, allora qualunque fischio perde valore e diventa propaganda.

E quando l’arbitro perde valore, il pubblico si divide in tifoserie che non cercano più prove, ma conferme.

È per questo che la polemica non resta confinata a Vannacci e Report, ma si allarga subito a un terzo bersaglio: la sinistra, e in particolare Schlein, evocata come simbolo di un mondo culturale e politico che, nella narrazione, verrebbe “coperto” o comunque trattato con indulgenza.

La battuta che la chiama in causa non è un semplice insulto estemporaneo.

È un gancio comunicativo pensato per far saltare il livello del discorso.

Un conto è attaccare una redazione, un altro è evocare un’intera area politica e incollare, con una sola frase, informazione e appartenenza.

Il risultato è che lo scontro non riguarda più un servizio, ma l’idea stessa di informazione pubblica.

E quando si arriva lì, la miccia è sempre la stessa: “non indagano su quello che dovrebbero”.

In questo tipo di retorica, il non detto pesa più del detto.

Vannacci: “Un mio partito? Sarebbe bello, è come avere la propria legione”  - la Repubblica

Si costruisce l’impressione che esistano “veri scandali” tenuti fuori dall’inquadratura, e che la scelta di non trattarli non sia editoriale, ma intenzionale.

È una tesi molto difficile da dimostrare in modo onesto senza un’analisi completa del lavoro giornalistico, delle fonti, delle puntate, delle richieste di rettifica, delle querele, dei tempi di verifica e delle priorità redazionali.

Ma è anche una tesi facilissima da far circolare, perché fa leva su un sentimento già presente: la sfiducia selettiva nei media.

In Italia questa sfiducia è un carburante politico di prima qualità.

La destra la usa spesso per descrivere una “cultura dominante” ostile.

La sinistra la usa spesso per descrivere una “macchina del fango” populista.

In mezzo, il giornalismo rischia di diventare solo un altro campo di battaglia, dove non si giudicano i fatti, ma l’intenzione presunta di chi li racconta.

Il talk show, o comunque lo spazio televisivo in cui questa polemica viene ripresa, diventa allora il luogo perfetto per la detonazione.

Perché il talk show non vive di completezza, vive di ritmo.

Non vive di catena di custodia delle informazioni, vive di frasi che si possono tagliare e rilanciare.

E in quel contesto una battuta ben piazzata può fare più danni di un documento lungo cento pagine.

È qui che si parla di “studio che si ghiaccia”, di “sinistra che si irrigidisce”, di “caos in diretta”.

Queste formule descrivono un fenomeno reale anche quando sono usate in modo iperbolico: l’imbarazzo televisivo, cioè il momento in cui la scaletta salta perché l’argomento non è più gestibile con i tempi previsti.

Se una parte accusa l’altra di essere “protetta” e lo fa con sarcasmo, l’interlocutore ha due opzioni, entrambe sgradevoli.

Può reagire indignandosi, e quindi apparire permaloso e difensivo.

Oppure può ignorare la provocazione, e quindi lasciare in aria l’insinuazione.

È la trappola della derisione: non ti attacca su un fatto, ti attacca su un’atmosfera, e l’atmosfera non si smentisce con una nota stampa.

In queste ore, chi si schiera con Report interpreta la battuta di Vannacci come un diversivo.

L’idea è che la satira sullo spazzolino serva a evitare le domande più scomode, delegittimando il metodo invece di rispondere alle risultanze.

È un’interpretazione plausibile, perché è una strategia che esiste da sempre: quando la sostanza è rischiosa, si attacca la forma o il contesto.

Chi si schiera con Vannacci, invece, interpreta quella stessa battuta come prova di un accanimento, come dimostrazione che l’inchiesta sarebbe costruita per colpire la persona e non per chiarire questioni di interesse pubblico.

È un’altra interpretazione plausibile, perché anche questo rischio esiste: il confine tra ciò che è rilevante e ciò che è folclore può diventare sottile quando un personaggio è mediaticamente esplosivo.

La verità giornalistica, però, non sta né nella risata né nell’indignazione.

Sta nei materiali, nei riscontri, nelle repliche complete, nelle eventuali rettifiche, e nella possibilità per il pubblico di distinguere tra opinioni e fatti accertati.

Se una trasmissione fa un’inchiesta, il suo dovere è mostrare elementi verificabili e dare spazio alla replica in modo non caricaturale.

Se un soggetto attaccato replica, il suo diritto è contestare il metodo e il merito, ma senza trasformare ogni critica in “censura” per default.

In questo caso, ciò che rende la vicenda particolarmente incendiaria è la scelta di spostare il conflitto dal singolo tema alla presunta “asimmetria” nel trattare destra e sinistra.

È l’accusa più destabilizzante per un programma che vive anche della propria reputazione di indipendenza.

Ed è anche l’accusa più conveniente per un personaggio politico o para-politico, perché gli permette di costruire un noi contro loro che non richiede dettagli tecnici.

Il “loro” diventa un blocco: media, sinistra, establishment, palazzi.

Il “noi” diventa un’identità: chi non beve la narrazione, chi smaschera, chi ride per non farsi fregare.

Questo meccanismo ha una conseguenza che raramente viene detta apertamente: la verità smette di essere una meta comune e diventa una bandiera.

Quando succede, qualsiasi contenuto viene giudicato non per ciò che prova, ma per chi lo pronuncia.

Se lo pronuncia “uno dei nostri”, è coraggio.

Se lo pronuncia “uno dei loro”, è manipolazione.

È qui che il talk show “precipita nel caos”, perché il caos non è solo rumore in studio.

Il caos è l’impossibilità di avere un terreno condiviso su cui discutere.

Un lato chiede “risposte nel merito”.

L’altro lato risponde “prima parlate di ciò che non volete vedere”.

E intanto le parole più pesanti restano sullo sfondo come macigni, perché vengono nominate senza che ci sia spazio, tempo e metodo per trattarle in modo responsabile.

Questo è un punto delicatissimo anche per chi scrive di questi temi.

Evocare accuse gravi senza fornire fonti verificabili non è informazione, è amplificazione.

E amplificare è facilissimo quando il linguaggio è incendiario, perché l’incendio fa audience.

Ma l’audience non è un criterio di verità.

Nel frattempo, la politica incassa comunque un vantaggio.

Per Vannacci, la clip funziona perché lo posiziona come uno che “non si fa intimidire” e che ridicolizza un potere mediatico percepito come ostile.

Per una parte dell’opposizione o dell’area progressista, la stessa clip è un esempio di come si possa attaccare il giornalismo con una battuta, spostando l’attenzione e avvelenando il pozzo.

Per Report, la questione è ancora più complessa, perché un programma d’inchiesta non può permettersi di rispondere sullo stesso terreno della battuta.

Se risponde con ironia, si abbassa al ring.

Se risponde con tecnicismi, perde il pubblico che nel frattempo è già scappato sulle piattaforme.

È il paradosso dei media pubblici nell’era social: devono mantenere standard alti in un ambiente che premia la provocazione rapida.

Alla fine, il vero fatto politico non è l’insulto, né la risata.

È l’effetto sul pubblico: una nuova frattura di fiducia.

Una parte dirà che l’inchiesta è “farsa”, l’altra dirà che la replica è “diversione”, e in mezzo resterà la domanda più utile di tutte, spesso la meno fatta: che cosa sappiamo davvero, con quali prove, e cosa non sappiamo ancora.

Se si vuole uscire dalla spirale, l’unica via è una, ed è poco spettacolare.

Servono i contenuti completi, serve il contraddittorio serio, serve distinguere tra satira e smentita, tra insinuazione e documento, tra rumor e riscontro.

Finché invece la partita resterà giocata a colpi di clip e di battute “al vetriolo”, vincerà sempre chi riesce a trasformare l’altro in una caricatura.

E quando la politica diventa caricatura, la democrazia non muore in un colpo solo, ma si logora, ridendo.

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