C’è un momento, nella politica contemporanea, in cui un dibattito smette di essere un confronto tra idee e diventa una scena madre.

Non perché all’improvviso emergano documenti inediti o verità inconfessabili, ma perché qualcuno trova l’immagine giusta, la metafora che scavalca i tecnicismi e atterra dritta nella pancia del pubblico.

È esattamente ciò che racconta il video diventato virale in queste ore: Roberto Vannacci che, davanti a Kaja Kallas, trasforma un passaggio istituzionale sull’aumento della spesa militare europea in un processo pubblico sull’élite e sulla distanza dalla vita reale.

La miccia, in questa ricostruzione, non è un grafico, non è un trattato, non è un comma.

È una frase che suona quasi banale e proprio per questo è micidiale: “Ma ci andate al supermercato?”.

Perché nel 2026, in Europa, “il supermercato” è diventato la vera aula parlamentare di milioni di cittadini, il luogo dove si misura la credibilità di qualunque discorso pubblico.

Se i prezzi salgono e i redditi arrancano, ogni discussione su cannoni, target percentuali, deterrenza, difesa comune, suona immediatamente come un linguaggio di palazzo.

Vannacci chỉ trích Kaja Kallas ở Strasbourg: "Thỉnh thoảng, hãy đến siêu thị và kiểm tra giá cả."

E quando il linguaggio di palazzo non riesce più a tradursi in sicurezza concreta e benessere quotidiano, si apre la frattura che i populismi sanno usare come una leva.

Il punto interessante del caso Vannacci–Kallas non è soltanto lo scontro in sé, ma la struttura retorica con cui viene venduto al pubblico.

Da una parte c’è l’Europa descritta come un sistema “socialdemocratico” che avrebbe indebolito l’industria e reso i costi insostenibili.

Dall’altra c’è la figura del generale che porta “lo scontrino”, cioè la prova popolare e tangibile che inchioderebbe la burocrazia alle sue contraddizioni.

È un copione perfetto per i social, perché ribalta il rapporto di forza: l’istituzione non appare più come l’autorità, ma come l’imputato.

E chi parla non appare più come un politico, ma come il cittadino che “ha fatto i conti” e pretende spiegazioni.

Dentro questa cornice, l’elenco dei prezzi dei mezzi militari diventa il cuore del racconto.

Nel video si citano cifre molto specifiche su carri armati e semoventi, con confronti tra piattaforme tedesche, russe, cinesi e sudcoreane.

Qui serve un passaggio di onestà intellettuale: numeri così netti, se non accompagnati da fonti verificabili, criteri di calcolo e condizioni contrattuali comparabili, rischiano di essere più propaganda che contabilità.

Nel procurement militare, infatti, il “prezzo” dipende da cosa è incluso, da quanti pezzi si comprano, dagli accordi industriali, dalla logistica, dall’addestramento, dai ricambi, dalle munizioni, dalla manutenzione, dagli upgrade, dal supporto per anni, e perfino dalle clausole di garanzia.

Semplificare tutto in un cartellino da supermercato è potentissimo comunicativamente, ma tecnicamente è un terreno minato.

Detto questo, il punto politico non è se ogni cifra del monologo sia impeccabile al centesimo.

Il punto politico è che quel monologo intercetta una sensazione diffusissima: l’Europa costa troppo e consegna troppo poco, in difesa come in molte altre politiche.

Quando una frase come “il carro europeo costa sette volte quello russo” entra nel dibattito pubblico, anche se fosse discutibile nei dettagli, produce un effetto immediato.

Rende intuitivo l’argomento dell’inefficienza, e l’inefficienza è la colpa più impopolare di tutte perché sembra sempre evitabile.

In questo racconto, Kaja Kallas diventa il simbolo perfetto della “linea dura” europea, del linguaggio della deterrenza e dell’urgenza strategica.

E Vannacci diventa il simbolo opposto: quello che non rifiuta la difesa in quanto tale, ma contesta l’idea di aumentare la spesa senza prima risolvere la non competitività industriale ed energetica.

È un distinguo cruciale, perché gli permette di non apparire come “pacifista” nel senso stereotipato del termine, ma come “contabile della realtà”.

Non dice semplicemente “no alle armi”, dice “così è un suicidio economico”.

Ed è qui che la domanda sul supermercato diventa un’arma: non è più una provocazione, è una chiamata in causa morale.

Significa: se davvero rappresentate i cittadini, dovreste sapere quanto costa vivere, e se lo sapete e insistete lo stesso, allora state scegliendo deliberatamente di non ascoltare.

A quel punto arriva l’altra immagine, ancora più incendiaria: la brioche.

Ue, Vannacci senza peli sulla lingua contro Kaja Kallas: Contaballe

Il riferimento storico, evocato nel video, richiama l’arroganza delle élite che propongono soluzioni fuori dalla realtà materiale della popolazione.

“Cannoni al posto del pane” è una formula che non pretende di essere precisa, pretende di essere memorabile.

E in politica la memoria vince spesso sulla precisione, soprattutto quando il pubblico è stanco e si sente non visto.

È importante notare come questo tipo di retorica funzioni su due livelli contemporaneamente.

Sul primo livello parla di spesa militare, di percentuali, di budget, di industrie della difesa, di energia.

Sul secondo livello, molto più potente, parla di dignità: noi abbiamo bisogno di pane, voi ci offrite cannoni, e per di più a prezzi folli.

Il dibattito, in questo modo, smette di essere un confronto tra strategie e diventa una contesa tra bisogni primari e ambizioni geopolitiche.

E quando una discussione viene portata sul terreno dei bisogni primari, chi sta dall’altra parte rischia di perdere a prescindere, perché sembra chiedere sacrifici senza garanzie.

La verità è che l’Europa, sul tema difesa, vive un paradosso difficile da spiegare in dieci secondi.

Da un lato la guerra alle porte del continente, l’instabilità globale, la pressione degli alleati e la fragilità delle catene di approvvigionamento rendono plausibile la necessità di investire di più.

Dall’altro lato, i bilanci pubblici sono compressi, l’industria è frammentata, i programmi comuni procedono lentamente, e la percezione pubblica è che ogni euro speso “in alto” venga sottratto a sanità, scuola, trasporti e potere d’acquisto.

In questo scenario, chi riesce a raccontare la difesa come una spesa “contro” i cittadini ha un vantaggio immediato.

E chi prova a raccontarla come una spesa “per” i cittadini deve fare un lavoro enorme di credibilità, perché deve spiegare benefici indiretti e futuri a persone che guardano bollette e carrello oggi.

Il video spinge esattamente su questa faglia: la distanza tra urgenza strategica e urgenza domestica.

La frase “ci andate al supermercato?” è un modo per dire che il potere europeo parla una lingua che non tocca la vita.

È un’accusa che fa male perché non riguarda la bontà delle decisioni, riguarda l’umanità di chi le prende.

E quando metti in discussione l’umanità, la tecnicalità non basta più a difenderti.

Puoi rispondere con un dossier, ma il pubblico ormai ha già scelto la scena: da una parte lo scontrino, dall’altra le formule.

C’è poi un altro elemento che rende questa storia virale: la promessa implicita di “smascheramento”.

Il testo che accompagna il video parla di “verità che nessuno vi dirà” e di soldi “sprecati”.

È un frame tipico della comunicazione digitale, perché trasforma un’opinione politica in rivelazione, e una critica legittima in prova di colpevolezza.

Funziona perché regala allo spettatore una posizione comoda: non sta solo guardando, sta “scoprendo”.

Ma proprio qui si dovrebbe pretendere un passo in più, quello che di solito non viene fatto nei contenuti virali: separare la denuncia dall’analisi.

Denunciare che i sistemi europei costano molto è una cosa.

Dimostrare perché costano molto, e se quei costi includono capacità tecnologiche diverse, tassi di disponibilità, protezione degli equipaggi, interoperabilità, standard NATO, catene di fornitura e sostenibilità logistica, è un’altra cosa.

Se l’obiettivo politico è dire “non spendiamo”, allora ogni differenza qualitativa sparisce e resta solo il cartellino.

Se l’obiettivo politico è dire “spendiamo meglio”, allora si deve entrare nella complessità, e la complessità non diventa virale.

Eppure, al netto della propaganda, una domanda resta legittima e anzi necessaria: l’Europa può permettersi di alzare la spesa militare senza costruire prima una base industriale comune che riduca duplicazioni e sprechi.

Se ogni Paese compra per conto suo, con specifiche diverse, linee produttive separate e volumi piccoli, i costi salgono e l’efficienza scende.

Se invece esistesse davvero una politica industriale della difesa, con programmi condivisi, acquisti coordinati e produzione scalabile, il “supermercato” potrebbe diventare meno caro.

Il problema è che costruire quella base richiede tempo, e la politica vive di tempi brevi.

Per questo la scena di Vannacci è così potente: sembra offrire una scorciatoia.

Ti fa credere che basti guardare i prezzi per capire chi ha ragione.

Ma la politica della difesa non è mai solo prezzi, è anche autonomia strategica, capacità di deterrenza, sicurezza delle forniture e resilienza industriale.

Tuttavia la percezione, oggi, è più importante della teoria, e la percezione è che l’Europa chieda sacrifici con leggerezza.

La frattura tra “palazzo” e “vita reale” nasce sempre quando i cittadini sentono che il potere non paga il costo delle proprie scelte.

Se chi decide non perde nulla, allora ogni richiesta di rinuncia viene percepita come arroganza.

E la politica che vince è quella che riesce a dire: io sono come voi, io faccio la spesa, io guardo i prezzi, io non vi parlo dall’alto.

In questo senso, la domanda sul supermercato è meno un argomento e più un posizionamento identitario.

È un modo per dire “io sto con il pane”, e costringere l’altro a sembrare “quello dei cannoni”.

Non sorprende che, dentro questa narrazione, il Parlamento europeo venga descritto come “gelato”.

Il gelo è un effetto televisivo e digitale, non necessariamente un fatto istituzionale.

Ma l’effetto è credibile perché il pubblico desidera vedere l’élite in difficoltà, desidera quel momento in cui le parole ufficiali sembrano improvvisamente insufficienti.

E quando quel desiderio incontra una frase semplice e scenica, la storia si chiude da sola: il potere “crolla”, l’élite “viene smascherata”, il cittadino “vince”.

La realtà, però, non crolla in una clip, e il potere europeo non si dissolve per una battuta, anche se la battuta colpisce nel segno.

Quello che crolla, semmai, è la pretesa che bastino formule e percentuali a convincere persone che vivono un’erosione quotidiana del proprio benessere.

Se l’Unione Europea vuole davvero chiedere più difesa, deve spiegare come quella difesa diventa sicurezza concreta, come produce industria e lavoro, e come evita che l’aumento di spesa sia solo un trasferimento di denaro senza controllo.

E deve farlo con un linguaggio che non sembri un manuale, perché contro una domanda come “ci andate al supermercato?” i manuali perdono.

La lezione di questa storia non è che la difesa sia sempre sbagliata o sempre giusta.

La lezione è che, senza legare ogni scelta al costo della vita, qualunque politica pubblica appare come un lusso imposto.

E quando un popolo percepisce di essere invitato a mangiare brioches mentre cerca il pane, non serve più un dibattito.

Serve un colpevole.

Ed è esattamente il tipo di clima in cui una frase tagliente può trasformare un confronto istituzionale in un processo pubblico, e un processo pubblico in un racconto di crollo.

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