C’è un momento, quando un Paese torna a guardarsi allo specchio, in cui le domande diventano più forti delle risposte.
La Commissione Covid, con audizioni, documenti e ricostruzioni, sta rimettendo in fila proprio quelle domande che molti avevano provato a chiudere in fretta.
Non perché la memoria sia comoda, ma perché è dolorosa.
Il Covid in Italia non è stato soltanto una crisi sanitaria, ma un trauma collettivo che ha spezzato abitudini, famiglie e fiducia.
E quando la fiducia si rompe nel momento in cui lo Stato dovrebbe proteggere, il conto arriva anni dopo, sotto forma di rancore, sospetto e richieste di verità.
È in questo clima che ogni parola pronunciata in Commissione assume un peso diverso rispetto a un talk show.
Perché lì, almeno in teoria, la politica smette di fare propaganda e prova a fare inventario.
Un inventario di scelte, ritardi, procedure, catene di comando e decisioni prese nel buio dell’emergenza.

E proprio il buio è il punto, perché molte contestazioni che emergono oggi non riguardano l’inevitabile impreparazione iniziale, ma la gestione successiva, quando l’emergenza era già diventata sistema.
In Commissione, infatti, l’attenzione si concentra spesso su tre parole che bruciano più di qualsiasi statistica: protocolli, allarmi, responsabilità.
I protocolli sono le regole scritte per evitare che il panico diventi arbitrio.
Gli allarmi sono le segnalazioni che, se ascoltate, possono ridurre i danni.
Le responsabilità sono la parte che nessuno ama, perché trasformano l’errore in nome e cognome.
È qui che nasce la sensazione, raccontata da molti cittadini, di essere stati lasciati soli nel momento più buio.
Non soli davanti al virus, che era un nemico nuovo e globale, ma soli davanti a un sistema che avrebbe dovuto filtrare il caos e invece, in alcuni passaggi, lo avrebbe amplificato.
Va detto con chiarezza, per onestà e per rispetto delle persone coinvolte, che una Commissione parlamentare non è un tribunale.
Le audizioni non sono sentenze, e le accuse pubbliche devono sempre essere maneggiate con prudenza.
La presunzione di innocenza non è un dettaglio da giuristi, ma una regola di civiltà che vale anche quando l’opinione pubblica è furiosa.
Detto questo, il lavoro di una Commissione può far emergere incongruenze, omissioni, pressioni e zone d’ombra che meritano di essere chiarite.
E quando quelle zone d’ombra riguardano salute pubblica e denaro pubblico, l’impatto politico diventa inevitabile.
Uno dei capitoli più discussi, e più infiammabili, è quello degli approvvigionamenti, in particolare dei dispositivi di protezione.
Durante la fase più dura della pandemia, la domanda mondiale di mascherine e materiali sanitari esplose in modo brutale.
I canali ordinari si intasarono, le filiere si interruppero, e molti governi corsero sul mercato come in una corsa all’oro.
In quel contesto, l’Italia affidò una parte rilevante della gestione a una struttura commissariale.
L’obiettivo dichiarato era centralizzare, accelerare e proteggere l’interesse pubblico.
Il problema, su cui oggi si concentra la polemica, è capire se la velocità abbia divorato i controlli.
E se, in alcuni casi, la necessità di “fare presto” sia stata usata come scudo per fare male.

Nelle ricostruzioni che circolano, e che vengono rilanciate anche in forma sensazionalistica sui social, compaiono cifre enormi e nomi di intermediari.
Si parla di forniture dall’estero, di società poco note al grande pubblico, di triangolazioni, di certificazioni contestate e di verifiche ritenute insufficienti.
Il punto giornalisticamente serio, però, non è ripetere l’elenco delle accuse, ma capire quali pezzi siano documentati, quali siano interpretazioni e quali siano ancora oggetto di accertamento.
Perché l’emergenza non cancella la necessità di tracciare decisioni e firme.
E se è vero che nel 2020 molti Paesi comprarono “in condizioni estreme”, è altrettanto vero che proprio le condizioni estreme richiedono procedure ancora più robuste, non più fragili.
Quando la paura domina, la corruzione e l’incompetenza trovano terreno fertile.
E la Commissione Covid, nella percezione pubblica, serve a questo: a stabilire se la paura sia stata gestita o sfruttata.
A rendere il quadro ancora più incandescente c’è la questione degli “allarmi soffocati”.
L’espressione è forte, e per questo dovrebbe essere verificata parola per parola.
Ma il concetto sottostante è semplice e inquietante: c’erano segnali che avrebbero dovuto far fermare, correggere, cambiare rotta.
E qualcuno, per prudenza, per opportunità o per calcolo, avrebbe preferito non ascoltarli.
In Commissione, quando emergono testimonianze su comunicazioni interne, pareri tecnici, segnalazioni e catene di comando, la politica smette di sembrare un’arena astratta.
Diventa amministrazione del rischio, e l’amministrazione del rischio produce sempre responsabilità precise.
Un’altra parola che torna spesso è “errori mai spiegati”.
Qui la ferita è doppia, perché non riguarda solo l’errore, ma il silenzio successivo.
L’opinione pubblica, dopo il lutto e la fatica, chiede almeno una cosa: sapere perché.
Perché certe decisioni furono prese.
Perché certi standard furono cambiati.
Perché certe comunicazioni furono contraddittorie.
Perché alcune categorie si sentirono protette e altre dimenticate.
Quando queste domande restano senza risposta, la società si riempie di spiegazioni alternative.
E le spiegazioni alternative, in Italia, spesso diventano sospetto sistemico.
È in questo spazio che prosperano i racconti più aggressivi, quelli che parlano di “Italia sacrificata” e di “palazzi che tremano”.
Quel linguaggio è emotivamente efficace, ma rischia di trasformare un’indagine politica in un romanzo di colpevoli già condannati.
La Commissione, se vuole davvero servire al Paese, deve invece fare il contrario: togliere teatro e mettere metodo.
Metodo significa distinguere tra ciò che era imprevedibile e ciò che era evitabile.
Metodo significa separare le scelte politiche legittime, anche se discutibili, dalle eventuali irregolarità.
Metodo significa ricostruire cosa sapevano i decisori, quando lo sapevano, e quali alternative avevano davvero.
Perché giudicare il 2020 con gli occhi del 2026 è facile e spesso ingiusto.
Ma ignorare che alcune scelte hanno avuto conseguenze enormi è altrettanto ingiusto.
I “nomi pesanti” evocati dai commenti online sono un’altra miccia.
In un Paese dove la pandemia è stata gestita da figure politiche e tecniche molto esposte, ogni ricostruzione tende a diventare un processo mediatico.
Chi allora governava viene chiamato in causa non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta oggi.
E qui la Commissione cammina su un filo, perché il rischio di trasformare un lavoro di verifica in una resa dei conti tra partiti è altissimo.
Se il lavoro viene percepito come vendetta, metà del Paese smetterà di ascoltare.
Se viene percepito come insabbiamento, l’altra metà esploderà di rabbia.
La credibilità, quindi, non è un orpello: è la sostanza stessa del risultato.
Sul piano umano, però, c’è un elemento che nessuna Commissione potrà mai sterilizzare.
C’è il sentimento di abbandono, soprattutto tra chi ha perso qualcuno, tra chi ha lavorato in prima linea, tra chi ha chiuso un’attività e non l’ha più riaperta.
Per queste persone, la discussione su appalti e protocolli non è tecnica.
È memoria incarnata.
È la domanda che rimbalza nelle cucine e nelle chat: “Ci hanno protetti davvero, o hanno improvvisato sulla nostra pelle?”.
È una domanda che ferisce anche chi, in quei mesi, ha preso decisioni in buona fede e sotto pressione.
Perché l’emergenza può generare errori senza colpa, ma non può giustificare l’opacità.
Ed è proprio l’opacità, reale o percepita, che oggi fa tremare i palazzi del potere.
Non tremano solo per la possibilità di responsabilità personali.
Tremano perché la pandemia è stata un enorme trasferimento di potere: potere di limitare libertà, potere di spendere, potere di decidere cosa fosse “essenziale”.
Ogni trasferimento di potere, se non viene controllato, lascia dietro di sé una domanda di controllo successivo.
E la Commissione è, anche simbolicamente, quel controllo successivo.

Un capitolo delicatissimo è quello dei controlli di qualità e delle certificazioni, quando si parla di dispositivi sanitari.
Qui il rischio è duplice, perché il cittadino teme due cose insieme: essere stato esposto al contagio e essere stato ingannato come contribuente.
Anche solo l’ipotesi di dispositivi non conformi, se confermata, sarebbe devastante sul piano reputazionale.
Ma proprio per questo, ogni affermazione deve poggiare su riscontri chiari, non su suggestioni.
La Commissione può aiutare se porta dati, verbali, responsabilità procedurali e criteri di acquisto.
Può danneggiare se diventa un teatro dove si lanciano accuse senza chiusura.
Perché senza chiusura non c’è giustizia, c’è solo rumore.
E il rumore, dopo la pandemia, è l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno.
Il punto politico più serio, in controluce, è un altro: quanto l’Italia fosse preparata istituzionalmente a un’urgenza di quella portata.
Una pandemia non è solo sanità, è logistica, comunicazione, acquisti, diritto, scuola, lavoro e ordine pubblico.
Quando tutto esplode insieme, il sistema si regge solo se procedure e ruoli sono chiari.
Se i ruoli sono confusi, la responsabilità evapora.
E quando la responsabilità evapora, le decisioni diventano arbitrio o scaricabarile.
La Commissione, dunque, non dovrebbe limitarsi a cercare il colpevole perfetto, che spesso non esiste.
Dovrebbe anche indicare i punti in cui lo Stato ha funzionato e quelli in cui non ha funzionato.
Dovrebbe dire cosa va cambiato per la prossima crisi, perché la prossima crisi arriverà, anche se non sappiamo quando e con quale volto.
Se la Commissione fallisse questo obiettivo, resterebbe soltanto una guerra di narrazioni.
E una guerra di narrazioni, in Italia, produce due effetti certi: polarizzazione e sfiducia.
La polarizzazione divide i cittadini in tifoserie, ognuna convinta che l’altra stia mentendo.
La sfiducia indebolisce lo Stato, perché quando arriva l’emergenza successiva, nessuno obbedisce volentieri a chi non crede più.
Per questo la posta in gioco è più alta di un singolo “caso” o di un singolo nome.
La posta in gioco è il patto implicito tra istituzioni e cittadini: “Nel peggio, non vi lasciamo soli”.
Se quel patto viene percepito come infranto, non basta una conferenza stampa a ricucirlo.
Servono verità verificabili, responsabilità proporzionate e riforme leggibili.
E serve anche un linguaggio meno vendicativo, perché la vendetta non ricostruisce, al massimo sfoga.
La Commissione Covid può diventare un passaggio storico se riesce a fare ciò che la politica spesso evita: dire con precisione cosa non ha funzionato, senza trasformare tutto in propaganda.
Può dare dignità alle domande dei cittadini, senza consegnarle ai professionisti dell’indignazione permanente.
Può restituire complessità senza alibi, perché la complessità non è giustificazione, è responsabilità spiegata.
E può farlo ricordando che la cosa più importante, dopo una tragedia collettiva, non è vincere un titolo di giornale, ma impedire che lo stesso copione si ripeta.
Se davvero sono stati ignorati protocolli, soffocati allarmi e lasciati errori senza spiegazione, allora il Paese merita chiarezza, non slogan.
E se invece alcune accuse risultassero gonfiate o strumentali, il Paese merita la stessa chiarezza, per non aggiungere ingiustizia al dolore.
Il punto, alla fine, è tutto qui: la pandemia ha chiesto fiducia, e ora la fiducia chiede conto.
Non per cancellare il passato, ma per evitare che il futuro assomigli a quei giorni in cui, davanti a un pericolo reale, troppi italiani hanno avuto la sensazione terribile di essere invisibili.
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