Roma, ore 18:30, un luglio torrido del 2025, Via del Nazareno vibra di attese e protocolli, telecamere già in posizione, microfoni calibrati al millimetro.
Lo sfondo è quello canonico delle grandi occasioni: podio al centro, bandiere del PD ai lati, luci potenti che isolano il palco e sfumano la platea in penombra, file ordinate di giornalisti, dirigenti che mormorano approvazioni prima ancora che la conferenza inizi.
Sul podio, Elly Schlein, 49 anni, segretaria nazionale del Partito Democratico, la prima donna a guidare il principale partito della sinistra italiana, simbolo di battaglie civili, volto riconosciuto della comunità LGBT.
Completo grigio scuro, camicia bianca, capelli corti androgini, montatura nera che incornicia uno sguardo sicuro, il linguaggio corporeo di chi ha imparato a trasformare la propria biografia in manifesto politico.

La nuova campagna “Nessuno escluso” è pronta a essere lanciata, un claim che suona come promessa e giudizio insieme.
Schlein apre con voce ferma, leggermente acuta, l’italiano impeccabile graffiato da un’eco internazionale.
“Oggi presentiamo una campagna che mette al centro i diritti della comunità LGBT, la dignità di ciascuno, il rifiuto di ogni discriminazione.”
Una pausa per fissare il tono, poi l’affondo.
“C’è chi alimenta l’odio, c’è chi usa la paura come arma.
C’è chi, come il generale Vannacci, maschera la transfobia da buon senso.”
Applausi.
Sui volti dei dirigenti, il sollievo del copione noto, dell’antagonista designato.
I giornalisti annotano, i titoli si compongono già nella mente di chi scrive.
Domande arrivano rapide.
“Segretaria, cosa risponde a chi parla di ideologia gender contro la realtà biologica?”
Schlein non esita.
“Non esiste ideologia gender, esiste la scienza e il rispetto.
L’identità è uno spettro, non una gabbia.
Le persone trans esistono, hanno diritti, e noi saremo al loro fianco.”
La sala si compatta, il racconto procede come previsto.
Poi, dal fondo, una voce ferma, quasi sottotono, ma capace di tagliare l’aria.
“Segretaria Schlein, posso fare una domanda?”
È Roberto Vannacci, deputato della Lega, presente in platea senza che il cerimoniale l’avesse annunciato.
Schlein lo guarda, irritazione controllata.
“Sono qui con una persona della comunità LGBT,” prosegue Vannacci.
“Dice di aver bisogno di parlare con lei.”
Un istante di esitazione, il calcolo nello sguardo, poi l’apertura obbligata.
“Se vuole parlare, la ascolto.”
Dalla penombra emerge una donna in tuta da lavoro blu scura, scarpe antinfortunistiche consumate, mani con calli e tracce di grasso che il sapone non cancella del tutto.
Si chiama Martina Rossi, 37 anni, operaia metalmeccanica — o meglio, ex operaia.
I capelli raccolti in una coda disordinata, lineamenti in transizione, stanchezza antica negli occhi.
Sale un passo, si avvicina al bordo del palco senza aggressività ma con una decisione che scuote la sala.
“Mi hanno licenziata tre anni fa perché sono trans,” dice.
“L’azienda parla di Diversity sul sito, sventola l’arcobaleno e poi cede ai clienti che non mi vogliono in officina.”
La sala si fa più densa.
Schlein assume l’espressione di compassione che la retorica richiede.
“Mi dispiace molto,” risponde.
“È contro questo che lottiamo.”
Martina apre una cartellina di plastica trasparente e tira fuori un plico di fogli.
“Queste sono 47 email che ho inviato al PD: sette alla federazione di Brescia, dodici al PD Lombardia, diciotto al nazionale, dieci al suo ufficio personale.
Tutte protocollate.
Zero risposte.”
Il silenzio ora è un corpo unico.
Martina legge.
“Email numero 1, 14 novembre 2022: ‘Gentile segretaria, sono stata licenziata dopo dieci anni perché tre clienti si lamentano della mia presenza.
Chiedo aiuto.
Protocollo PDBS2022847.’ Nessuna risposta.”
Un foglio.
“Email numero 15, 3 marzo 2023: ‘Sono disperata, non trovo lavoro, mi basta che facciate conoscere il mio caso.’ Protocollo PDNaz202392.
Nessuna risposta.”
Un altro foglio.
“Email numero 32, 18 settembre 2023: ‘Ho 62 euro sul conto, non posso pagare l’affitto.’ Nessuna risposta.”
L’ultima.
“Email numero 47, 2 maggio 2025: ‘Questa è l’ultima.
Ho capito.
Per voi non esisto.
Sono una trans che lavora con le mani, non entro nella vostra narrazione.’ Protocollo PDLine20250234.”
Schlein prova a interloquire.
“Io ricevo migliaia di email, non posso rispondere a tutte personalmente…”
“Quarantasette,” scandisce Martina.
“In tre anni.
Non chiedevo la sua risposta personale, chiedevo una presa in carico, un contatto, un indirizzo, un gesto.”
Si volta verso i giornalisti.
“Io sono una trans vera.
Non di cartolina.
Non di Pride.

Una transoperaia che deve pagare l’affitto e il cibo, che quando perde il lavoro non ha reti dorate.
Ho scritto anche alle associazioni: sette sigle diverse.
Due risposte: ‘Ti invitiamo al prossimo Pride.’
Il Pride?
Quando non hai da mangiare?”
La platea trattiene il fiato.
“Segretaria,” continua, il tono ora è un bisturi.
“Di quali LGBT parlate quando dite ‘Nessuno escluso’?
Di me, con le mani sporche di grasso, o solo di chi entra bene nelle vostre foto?”
Schlein tenta l’argomento di merito.
“Il PD ha fatto tanto per i diritti: unioni civili, leggi, sportelli…”
Martina scuote la testa.
“Io non chiedevo unioni civili.
Chiedevo lavoro, tutela, pressione pubblica su chi discrimina.
Chiedevo di essere vista.
Di non essere invisibile.”
Racconta l’anno dei duecento curriculum, i quattro colloqui interrotti quando si scopre che è trans, gli “ci dispiace” che si ripetono come automatismi.
E poi l’aspettativa razionale: “Ho pensato che voi sareste stati al fianco di una transoperaia.
Ho pensato che voi, almeno voi.”
Solleva le 47 email, come fossero una prova in tribunale.
“Zero risposte.
Zero come la mia esistenza nel vostro schema.”
La domanda che segue è una lama pulita.
“Io per voi esisto?
O esisto solo quando servono le foto e gli slogan?”
La sala precipita in un silenzio che brucia.
Schlein prova il ponte di salvataggio.
“Prenderò personalmente in carico il caso…”
“Troppo tardi,” la interrompe Martina.
“Tre anni, quarantasette email.
Troppo tardi.”
Si gira verso le telecamere.
“A chi è LGBT e lavora, a chi fatica, a chi non è presentabile per i salotti, dico: non aspettate aiuto da loro.
Non vi vedono.
Fate da soli.”
Martina esce.
La porta si chiude come una parentesi che non si richiude.
La sala esplode in voci, domande, microfoni che si accendono tutti insieme.
“Segretaria, le email sono autentiche?
Perché non ha risposto?
Cosa farà adesso?”
Schlein cerca l’ordine, poi dichiara la conferenza conclusa e lascia il podio a passo rapido.
Mezz’ora più tardi, il video è virale.
Titoli che dilagano: “Schlein smentita da operaia trans”, “47 email ignorate”, “Scandalo PD”.
Le visualizzazioni corrono: milioni in poche ore, decine di milioni entro la notte, trending in decine di Paesi.
I commenti sono un fiume di riconoscimenti e rabbie, confessioni di invisibilità, accuse all’ipocrisia di un progressismo percepito come estetico.
“Ho pianto,” “Martina eroina,” “Anche io ignorato,” “Difendono le élite, non i lavoratori.”
Il giorno dopo, il Partito è assediato dai microfoni, la segreteria diffonde una nota: “Grave, ci scusiamo, apriamo un canale dedicato.”
La parola “canale” suona come un placebo tardivo.
Nelle settimane successive, Brescia diventa un microcosmo di conversazione pubblica: nelle officine, nei bar, nelle chat di quartiere si parla di “transoperaia”, di “inclusione reale”, di “diritti che entrano in fabbrica”.
Un anno dopo, la storia trova una coda diversa dal previso.
Martina viene assunta da una piccola azienda metalmeccanica, un titolare che guarda il video e dice: “Mi interessa che tu lavori bene, il resto è dettaglio.”
1.600 euro al mese, affitto pagato, dignità recuperata pezzo dopo pezzo.
Roma guarda i sondaggi, il PD scruta la curva che scende e capisce che non è solo una questione di comunicazione: è una frattura tra racconto e realtà, tra platee e officine, tra Pride e turni.
La domanda che resta sospesa non è se il PD difenda “davvero” gli LGBT.
È quale LGBT difende, come, dove, quando.
La narrazione “Nessuno escluso” è potente, ma le storie come quella di Martina rivelano il punto cieco: l’inclusione come evento e non come infrastruttura.
L’inclusione che abbraccia in piazza e scompare in busta paga, che commuove in conferenza e si disintegra nelle email protocollate senza risposta.
La lezione è dura, forse salutare.
Una politica dei diritti che non attraversa la geografia del lavoro diventa retorica.
Una comunità che non include le “transoperaie” non è comunità, è club.
Una segreteria che non intercetta quarantasette richieste non è colpevole di malvagità, ma di distanza.
E la distanza, in politica, è colpa se non viene ridotta.
Schlein, in pubblico, prova a riposizionarsi: promette sportelli legali con SLA di risposta, protocolli di intervento con sindacati e associazioni, data room per tracciabilità dei casi, pressioni pubbliche verso aziende che espongono il logo “D&I” e praticano l’esclusione.
È un tentativo necessario, ma tardivo nel ciclo del racconto.
La realtà si era già parlata addosso, gli elettori si erano già fatti una idea.
In controluce, questa vicenda interroga tutta la sinistra italiana.
La forza simbolica dell’inclusione non regge se non diventa prassi quotidiana nelle economie locali.
La difesa dei diritti non è solo linguaggio e piazza, è call center che risponde, è vertenza che si apre, è curriculum che non finisce nel cestino quando compare “trans”.

Il punto politico più spietato è che l’opinione pubblica ha visto il cortocircuito non nella contrapposizione con la destra, ma nell’assenza di una mano tesa dentro il perimetro proclamato.
E quando il perimetro vacilla, le parole diventano boomerang.
Martina Rossi non è una mascotte né un caso isolato, è un sintomo.
E ogni sintomo chiede diagnosi e terapia.
Diagnosis: il movimento dei diritti ha costruito un immaginario che privilegia la rappresentabilità.
Therapy: portare i diritti dove non si vedono bene, dove sporcano, dove non si fotografano.
Ridurre il tempo di risposta da mesi a giorni, creare task force locali con poteri di pressione reale, legare i finanziamenti pubblici e le certificazioni “D&I” a risultati verificabili (assunzioni, retention, non-discriminazione certificata da audit terzi), costruire corsie di reimpiego per chi subisce licenziamenti discriminatori.
La storia, nel frattempo, ha cambiato Martina ma ha cambiato anche chi l’ha ascoltata.
Molti, dentro e fuori il PD, ammettono sottovoce che questa “virale verità” ha fatto più per riorientare l’agenda che mille talk show.
Non perché sveli un nemico, ma perché rivela un buco.
E i buchi si riempiono solo con lavoro, non con slogan.
A fine estate, Martina torna nel capannone, saluta i colleghi, posa la cartellina con le 47 email nel cassetto come reliquia di una stagione che non vuole più ripetere.
Sorride senza trionfo, con la quiete di chi ha riconquistato l’ordinario.
“Non mi importa che mi chiamino ‘eroina’,” dice a chi le chiede interviste.
“Volevo solo vivere.”
Schlein, dall’altra parte, continua a costruire il racconto di una sinistra che impara, corregge, ripara.
Se sarà abbastanza, lo dirà il tempo, lo diranno i turni e le buste paga, non le piazze.
Quello che resta, dopo i milioni di visualizzazioni e le mani alzate dei giornalisti, è una frase che brucia e che forse dovrebbe essere incisa su ogni podio di conferenza stampa.
I diritti non sono bandiere, sono protocolli che funzionano quando nessuna telecamera è accesa.
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