C’è un momento, nel dibattito pubblico italiano, in cui la giustizia smette di essere un tema tecnico e diventa una guerra di immagini, parole d’ordine e sospetti.

In queste settimane quel momento sembra essere arrivato di nuovo, con l’Associazione Nazionale Magistrati al centro della scena e con una voce inattesa, quella di Antonio Di Pietro, che riapre un fronte delicato: non più “politici contro giudici”, ma pezzi del mondo giudiziario e dell’avvocatura che si accusano a vicenda di fare propaganda.

Il risultato è un corto circuito che si mangia tutto, perché quando la fiducia nella giustizia viene tirata da una parte e dall’altra, a perdere non è una sigla, ma la credibilità stessa delle istituzioni.

La miccia, raccontata e rilanciata da commenti, video e reazioni social, è una campagna comunicativa attribuita all’ANM, costruita attorno a un messaggio semplice e ad alto impatto emotivo, del tipo: “Vorreste che i giudici dipendessero dalla politica?”.

È il genere di domanda che funziona in un manifesto perché non chiede di capire, chiede di schierarsi.

E quando una riforma della giustizia entra in una cornice così, la discussione smette di parlare di architetture costituzionali e comincia a parlare di paure primarie.

Da un lato c’è l’idea che qualunque intervento sulle carriere o sul governo autonomo della magistratura sia un tentativo di “mettere le toghe sotto controllo”.

Dall’altro c’è l’idea opposta, cioè che qualunque resistenza della magistratura organizzata sia una forma di difesa corporativa del potere accumulato nel tempo.

Antonio Di Pietro: "Questa riforma è naturale e logica. Considero assurde le critiche dell'Anm" – Il Tempo

Nel mezzo, come spesso accade, ci sono i cittadini che faticano a distinguere tra ciò che è davvero in discussione e ciò che viene confezionato per spostare consenso.

È qui che entra in gioco Di Pietro, figura simbolica e controversa insieme, perché nell’immaginario collettivo resta legato a Mani Pulite e a Tangentopoli, ma nel tempo è stato anche protagonista politico e quindi inevitabilmente divisivo.

Quando una figura così critica apertamente toni e metodi della comunicazione di un’associazione di magistrati, l’effetto è doppio: chi lo ascolta sente l’autorevolezza dell’ex pm, e chi lo contesta vede l’ex politico che torna a fare polemica.

La sostanza, però, non sta nella biografia, sta nel merito delle accuse e soprattutto nel modo in cui vengono formulate.

Nel racconto che circola, Di Pietro non si limiterebbe a dissentire dalla linea dell’ANM, ma parlerebbe di “campagna allarmistica” e di una comunicazione costruita per creare un riflesso di paura nella popolazione.

Se queste parole vengono attribuite correttamente, il punto non è stabilire chi abbia “ragione” per simpatia, ma verificare cosa contengano davvero le proposte di riforma e cosa sostenga davvero l’ANM nei documenti ufficiali, non nei riassunti da social.

Quando si parla di giustizia, infatti, basta cambiare una parola per cambiare il mondo, perché “separazione delle carriere”, “sorteggio”, “CSM”, “autonomia” e “indipendenza” sono termini che sembrano vicini ma descrivono meccanismi diversi.

L’indipendenza del giudice, nel senso costituzionale più classico, riguarda il fatto che il giudice non debba essere comandato né dal governo né da interessi esterni e che sia soggetto solo alla legge.

L’autonomia della magistratura, invece, riguarda l’assetto di governo interno dell’ordine giudiziario e le regole con cui si decide chi fa cosa, dove e con quali progressioni.

Molte polemiche si alimentano proprio confondendo questi due piani, perché se metti tutto nello stesso calderone puoi far passare un cambiamento organizzativo come se fosse un colpo alla libertà dei giudici.

Allo stesso tempo, anche l’operazione contraria è pericolosa, perché puoi far passare un intervento che incide davvero sugli equilibri di potere interno come se fosse un dettaglio tecnico “che non cambia nulla”.

In questa tensione, l’ANM rivendica storicamente un ruolo di presidio dell’indipendenza della magistratura e di difesa dell’assetto costituzionale.

I critici dell’ANM, invece, spesso la descrivono come un soggetto politico di fatto, capace di influenzare l’opinione pubblica e di esercitare pressione sulle riforme, pur non essendo un partito.

Sono due narrazioni che convivono e che, a seconda dei momenti, vengono usate come scudi o come armi.

Il passaggio più delicato del racconto è quello in cui si parla di “truffa” o “disinformazione”, perché qui non siamo più nel terreno della critica politica, ma in quello delle accuse gravi.

Se un commentatore o un ex magistrato sostiene che una campagna sia “ingannevole”, sta dicendo che la comunicazione sarebbe costruita in modo da far credere una conseguenza che, secondo lui, non esiste.

Questa è una contestazione legittima sul piano del dibattito, ma diventa seria solo se accompagnata da un confronto puntuale tra messaggio e testo della riforma, perché senza quel confronto resta un giudizio, non una dimostrazione.

Una parte della discussione ruota attorno alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, cioè tra chi giudica e chi accusa.

Chi sostiene la separazione dice che serve a rafforzare la terzietà del giudice e a ridurre l’ambiguità di un sistema in cui, culturalmente e professionalmente, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e possono passare da una funzione all’altra.

Chi la contesta teme che il pubblico ministero diventi più “autonomo” senza contrappesi adeguati oppure che la separazione apra la porta a una catena di comando più esposta a influenze esterne, anche se non necessariamente governative in senso stretto.

Poi c’è il tema del CSM, organismo chiave perché tocca nomine, carriere e organizzazione, e quindi inevitabilmente potere.

Ogni proposta che modifichi il modo in cui si compone il CSM o si selezionano i suoi membri produce immediatamente reazioni fortissime, perché nessun potere ama essere ridisegnato mentre è in funzione.

Il “sorteggio”, quando viene evocato, accende subito una guerra di principi, perché da una parte c’è chi lo vede come antidoto alle correnti e dall’altra chi lo vede come azzardo che può indebolire competenza e responsabilità.

Dentro questo quadro, Di Pietro diventerebbe un acceleratore narrativo perché, per chi lo ascolta, “se lo dice lui” allora non sarebbe la solita polemica politica contro i giudici.

Ma anche qui serve sangue freddo: un’autorità simbolica non sostituisce le prove, e la storia italiana insegna che la giustizia è un terreno dove l’argomento di prestigio può sedurre più della verifica.

Un altro elemento ricorrente nelle polemiche è la questione dei costi di una campagna pubblicitaria e di chi la finanzi, perché quando un soggetto istituzionale o para-istituzionale comunica in modo massiccio, il pubblico vuole sapere con quali risorse.

La domanda sui finanziamenti, in sé, è legittima e sana, perché la trasparenza economica è parte della fiducia.

Diventa però tossica se viene usata per insinuare automaticamente complotti senza dati, perché in quel caso si passa dalla richiesta di chiarezza alla fabbrica del sospetto.

In parallelo, l’avvocatura penalista e alcuni comitati pro-riforma intervengono spesso con una loro lettura, sostenendo che certi messaggi siano costruiti per spostare l’attenzione dal merito e per bloccare qualsiasi cambiamento.

Questo conflitto tra toghe e avvocati non è nuovo, perché nasce da due funzioni diverse nel processo e da due culture professionali che si percepiscono reciprocamente come “contropoteri”.

Quando però la disputa esce dalle aule e finisce sui manifesti, il rischio è che la giustizia venga raccontata come una guerra tribale, e che ogni proposta venga letta come attacco o difesa di una corporazione.

A rendere il tutto ancora più esplosivo c’è un elemento che nel racconto appare in filigrana: il rapporto tra magistratura e potere politico.

Quel rapporto, in democrazia, deve essere fatto di autonomia e rispetto reciproco, ma la storia italiana lo ha spesso trasformato in una relazione traumatica, in cui ogni inchiesta può essere letta come lotta politica e ogni riforma come vendetta.

Se la politica prova a cambiare le regole dopo una stagione di scontri giudiziari, una parte del Paese penserà che lo faccia per proteggersi.

Se la magistratura comunica contro una riforma usando messaggi emotivi, una parte del Paese penserà che lo faccia per preservare potere.

Il paradosso è che entrambe le cose possono essere parzialmente vere in momenti diversi, e proprio per questo servono regole chiare e comunicazione sobria, non propaganda.

Il caso Di Pietro, reale o amplificato dalla cassa di risonanza, ha un significato politico preciso: rompe l’idea di un fronte unico delle toghe e rende più difficile liquidare le critiche come “attacco alla magistratura”.

Ma genera anche un rischio opposto: offre ai partiti l’occasione di usare la sua figura come clava contro un avversario istituzionale, alimentando ancora di più la polarizzazione.

Le “accuse pesantissime contro il governo”, quando emergono in questa materia, seguono quasi sempre la stessa traiettoria: c’è chi sostiene che il governo voglia indebolire i controlli e chi sostiene che il governo voglia rendere più efficiente e più garantista il sistema.

Le parole sono le stesse, i significati sono opposti, e ogni campo tende a leggere l’altro con la lente peggiore possibile.

La verità scomoda, se si vuole trovarne una che non sia slogan, è che la giustizia italiana soffre di problemi strutturali che non possono essere risolti solo ridisegnando organi o carriere.

I tempi dei processi, la qualità dell’organizzazione, le risorse, la digitalizzazione, la prevedibilità delle decisioni, la responsabilità disciplinare, l’equilibrio tra accusa e difesa, sono questioni che richiedono interventi complessi e continui.

Quando una riforma viene raccontata solo come “salvezza della democrazia” o “colpo di mano contro le toghe”, la probabilità di fare una riforma buona diminuisce, perché la politica smette di lavorare sui dettagli e si concentra sulle bandiere.

In questa cornice, le dichiarazioni attribuite a Di Pietro funzionano come un detonatore mediatico: costringono a parlare di metodi comunicativi, di trasparenza, di interessi, e della domanda più scivolosa di tutte, cioè chi controlla i controllori.

Ma anche qui la risposta non può essere il sospetto generalizzato, perché senza fiducia minima nelle istituzioni la giustizia diventa solo un’arena di vendette percepite.

La risposta dovrebbe essere un confronto pubblico più adulto, basato su testi, articoli, meccanismi, esempi comparati e impatti misurabili, perché la giustizia non è una tifoseria e non dovrebbe essere trattata come un reality.

Se l’ANM ha scelto una comunicazione aggressiva, dovrà spiegare nel merito quali passaggi ritiene davvero pericolosi e perché, evitando scorciatoie emotive.

Se il governo sostiene che la riforma non intacca l’indipendenza, dovrà dimostrare come garantisce l’autonomia reale, anche nei dettagli che sembrano invisibili a chi non è del mestiere.

Se Di Pietro e gli altri critici parlano di propaganda, dovranno indicare precisamente dove il messaggio pubblico si discosta dal contenuto normativo, perché è lì che si misura la serietà di un’accusa.

Altrimenti resterà solo una guerra di narrazioni, e la guerra di narrazioni ha un vincitore certo: il cinismo dei cittadini.

Il “sistema”, quello evocato nei titoli più urlati, non trema mai per una frase, trema quando la società smette di credere che le regole servano a tutti.

E se davvero questo scontro sta portando alla luce un nodo, quel nodo non è la simpatia per una parte o per l’altra, ma la necessità di costruire riforme che siano insieme efficaci, garantiste e legittimate da un dibattito pulito.

Perché la giustizia, alla fine, non è un’arma da sventolare contro l’avversario, ma un servizio essenziale, e quando il servizio si trasforma in propaganda, la verità più scomoda non è quella che “nessuno voleva far emergere”, ma quella che tutti conoscono e pochi affrontano: senza fiducia, nessuna riforma regge.

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