Nessuno si aspettava un crollo così rapido.
Dentro il Nazareno l’aria è diventata irrespirabile.
Riunioni saltate, accuse incrociate, volti tesi e telefoni che squillano a vuoto.
Elly Schlein prova a tenere il timone, ma il partito le scivola tra le mani.
Le correnti si ribellano, i fedelissimi spariscono, l’unità promessa si dissolve davanti alle telecamere.
Non è solo una crisi politica, è una resa dei conti interna, crudele e senza filtri.
Ogni parola pesa come una sentenza, ogni silenzio è un’accusa.
La sinistra guarda il proprio riflesso e fatica a riconoscersi.
E mentre fuori il Paese osserva, dentro il PD va in scena il momento più fragile della sua leadership.
La domanda ora è una sola.

È l’inizio della fine o solo il primo atto di una guerra più grande?
Il giorno in cui l’assemblea avrebbe dovuto rilanciare, il Nazareno ha mostrato tutte le sue crepe.
Gli ingressi affollati all’alba, i capigruppo che si parlano a mezzavoce, i collaboratori che corrono con fascicoli e tablet, ma la coreografia non nasconde il nervo.
Il partito è in apnea, respira a scatti, si ferma sugli ordini del giorno come su chiodi.
Elly Schlein sale sul palco con la ritualità del momento fondativo.
Il testo è lungo, studiato, calibrato per raccontare una visione.
Ma la platea non è una platea, è un condominio in assemblea permanente.
C’è chi ascolta, c’è chi scorre notifiche, c’è chi prende appunti solo per contarli.
La segretaria pronuncia la parola “unità” molte più volte di quante pronuncia la parola “vittoria”.
E la differenza non è semantica, è esistenziale.
Nel racconto della giornata, Giorgia Meloni è il filo rosso.
Otto citazioni, otto chiamate in causa, otto bersagli.
È come se la battaglia fosse già altrove, come se Palazzo Chigi fosse l’unico orizzonte possibile.
Ma dentro la sala, l’elefante invisibile ha un altro nome.
Giuseppe Conte non c’è nei passaggi chiave, non c’è nel quadro della coalizione, non c’è nella conta delle alleanze.
Il giorno prima aveva gelato il PD con un “noi non siamo alleati di nessuno”.
Eppure nel discorso scompare.
La platea più smaliziata sorride di lato, perché sa che ignorare un problema non lo dissolve, lo rinforza.
I passaggi sul governo sono duri, e colpiscono dove fa male.
Produzione industriale in calo, sanità pubblica in sofferenza, scuola invisibile, ricerca dimenticata, casa fuori dal radar.
Le bollette pesano, i prezzi del carrello lievitano, le spese militari crescono.
La metafora del supermercato è un’immagine potente.
Invitare la premier a fare la spesa, a scegliere, a rimettere sugli scaffali ciò che non si può permettere.
È una scena quasi cinematografica, che in altri tempi avrebbe scaldato la sala.
Oggi, molti dirigenti guardano l’orologio.
La platea applaude quando le accise tornano come fantasma televisivo, quando il video al benzinaio viene evocato come prova di incoerenza.
“Campionessa di incoerenza”, dice Schlein.
La domanda “Chi pensa di prendere in giro?” rimbalza sulle pareti e raccoglie applausi educati, non furenti.
La differenza si sente nelle mani, più “dovere” che convinzione.
Poi il discorso piega sul partito.
Schlein rivendica una comunità larga, aperta, plurale.
Spiega che nel PD si litiga perché si vive, che il caos è democrazia, che la confusione è pluralismo.
In teoria, suona come un manifesto inclusivo.
In pratica, diventa la confessione che il partito non decide.
“Pluralismo non significa galleggiare”, avverte la segretaria.
“Ascoltare tutti e poi decidere.”
Il problema è quel “poi”.
Il “poi” che non arriva mai.
Nel frattempo la minoranza certifica il divorzio.
Una parte resta, una parte rientra, una parte annuncia che la leadership è accettata “a tempo”.
La coabitazione forzata comincia con “proviamoci” e spesso finisce con “te l’avevo detto”.
Chi esce non tace, chi resta non si allinea.
Nel corridoio laterale, un dirigente mormora che il PD “parla tanto e incide poco”.
Nel salotto tv del pomeriggio, un altro confessa che “il profilo di governo è ancora sfocato”.
Il Nazareno non esplode con sedie e urla.
Fa qualcosa di peggio.
Mugugna.
E nel PD, il mugugno è sempre stato il vero segnale di crisi.
La chiusura del discorso è un classico.
Il viaggio di ascolto, da gennaio, per raccogliere idee e proposte, per costruire il programma della coalizione.
Ascolto, ancora ascolto, ancora percorso.
La parola “percorso” ha preso il posto della parola “decisione”.
I numeri, nel frattempo, vengono esibiti come prova.
“Da quando sono segretaria, il PD cresce, le divisioni sono finite, la maggioranza è più larga.”
La frase scivola sulla realtà come acqua su vetro.
Il Nazareno non sembra pacificato.
La sala si svuota lentamente, con quella lentezza che somiglia all’imbarazzo.
Non c’è rottura plateale, c’è qualcosa di più sottile e più corrosivo.
L’incertezza.
La sensazione che il problema non sia cosa ha detto Schlein, ma chi non l’ha ascoltata.
Chi non l’ha votata ieri, e chi l’ha votata e oggi non sa cosa farsene.
Fuori dalla sala, la stampa raccoglie frasi in controluce.
C’è chi sussurra “commissariamento di fatto”, c’è chi parla di “partito a camere separate”, c’è chi evoca ironicamente il “Nazareno come condominio”.
Nelle stanze laterali, gli staff cercano di domare la narrazione.
La segretaria parla al Paese, insistono.
La segretaria alza il profilo dell’opposizione.
La segretaria unisce, anche quando divide.
Ma la cronaca è ostinata.
Le correnti non sono un’astrazione, sono organizzazioni con uomini, territori, pacchetti di preferenze.
Le correnti si spostano solo quando hanno una direzione da seguire.
Se la direzione non c’è, restano ferme e fanno muro.
Il nodo politico è brutale e semplice.
Schlein ha scelto di sfidare Meloni più che di convincere il PD.
È una scommessa suggestiva, ma costosa.
Perché senza un partito compatto, la sfida fuori rischia di diventare retorica.
E senza un disegno di governo riconoscibile, la critica al governo appare come esercizio.
Il famoso “piano casa” evocato come fallimento con “zero euro in manovra” è un colpo efficace.
Ma il PD, sul tema, non mostra la propria architettura.
La sanità “pubblica e universale” viene rivendicata, ma non si vedono gli strumenti.
Il lavoro “di qualità” viene pronunciato, ma non si vedono le leve.
La casa “come diritto” viene difesa, ma non si vedono i cantieri amministrativi.
Il partito chiede al governo di entrare nel supermercato.
Il Paese chiede al PD di entrare negli uffici tecnici.
L’assemblea registra un’altra assenza che pesa.
Il rapporto con i 5 Stelle.
Ignorare Conte è un gesto politico.
Ma la coalizione reale non si costruisce per sottrazione.
Si costruisce per contratti, per contenuti, per priorità concordate.
Se il PD non dà la forma a quel contratto, il contratto lo farà qualcun altro.
Il Nazareno, quel giorno, è soprattutto uno specchio.
Riflette un partito che ha paura di dire “noi” senza aggiungere un aggettivo.
Riflette una base che vuole opposizione ma chiede anche un “come”.
Riflette un vertice che parla al Paese mentre la casa brucia a fiamma lenta.
Il campo largo esiste nelle parole, non nelle stanze.
Le parole “pluralismo” e “unità” si inseguono come gemelle stanche.
La parola “potere” resta tabù.
Eppure, la politica è esattamente questo.
Costruire il potere per cambiare la realtà.
Se il potere non si costruisce, la realtà non cambia.
Nel frattempo, l’eco di Atreju entra come un rumore di fondo.
La premier gioca a difendere la sua riforma simbolo, la leadership mostra i muscoli e le crepe.
Il PD guarda, critica, punge.
Ma la domanda che resta appesa al soffitto del Nazareno è un’altra.
Chi segue davvero Schlein?
Nel weekend, i quotidiani titolano “catastrofe al Nazareno”.
È una parola forte, talvolta abusata.
Ma la sostanza, quel giorno, ha avuto i tratti della catastrofe lenta.
Non la frana che travolge, la crepa che si allarga.
Le dimissioni minacciate, i rientri tattici, le fedeltà condizionate.
Il partito non è imploso.
È rimasto in piedi.
Ma si vedono le linee, come sulle pareti quando scende l’umidità.
Il rischio più serio è invisibile.
Non la scissione, la diserzione.

Il militante che smette di crederci, il dirigente che smette di investire energie, il sindaco che smette di attendere segnali.
Il PD ha passato dieci anni a promettere il futuro.
Ha inciampato sempre nel presente.
La leadership di Schlein era nata per invertire la curva.
Oggi combatte per non diventare un’altra curva discendente.
La segretaria ha talento nel racconto, ha chiarezza nella denuncia, ha un profilo identitario che mobilita.
Le manca la macchina.
La macchina che trasforma un discorso in un atto, un atto in una riforma, una riforma in una vita cambiata.
Nel finale, la metafora più onesta è quella che non si pronuncia.
Il PD è un cantiere aperto senza capocantiere.
Gli attrezzi ci sono, i materiali esistono, gli operai discutono.
Manca il disegno esecutivo.
Senza disegno, ogni martellata è rumore.
Il Nazareno chiude le porte la sera con la sensazione di aver vissuto un passaggio storico al contrario.
Non una fondazione, una confessione.
La sinistra l’ha vista, l’ha registrata, l’ha sofferta.
Il Paese ha guardato.
Qualcuno ha sorriso.
Qualcuno ha alzato le spalle.
Qualcuno ha pensato che la politica, così, non tornerà a prendersi cura di ciò che conta.
La risposta alla domanda iniziale — fine o primo atto — non è scritta.
Dipende dalla scelta che verrà nelle prossime settimane.
Se Schlein decidesse di convincere prima il suo partito e poi il Paese, cambierebbe il ritmo.
Se il PD decidesse di discutere meno e decidere di più, cambierebbe il tono.
Se la coalizione venisse trattata come architettura e non come hashtag, cambierebbe la sostanza.
Per ora, resta il fotogramma che nessuno voleva.
Il Nazareno come campo di battaglia.
La segretaria come bersaglio e scudo.
Le correnti come eserciti.
La sinistra come spettatrice di sé stessa.
E una leadership che, nel momento più fragile, ha scoperto di essere sola nella stanza, con la parola “unità” ripetuta a vuoto e la parola “potere” lasciata fuori dalla porta.
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