DISASTRO SENZA PRECEDENTI NEL PD: SCHLEIN PERDE IL CONTROLLO, IL NAZARENO DIVENTA UN CAMPO DI BATTAGLIA E LA SINISTRA ASSISTE AL SUO CROLLO IN DIRETTA. Nessuno si aspettava un crollo così rapido. Dentro il Nazareno l’aria è diventata irrespirabile: riunioni saltate, accuse incrociate, volti tesi e telefoni che squillano a vuoto. Elly Schlein prova a tenere il timone, ma il partito le scivola tra le mani. Le correnti si ribellano, i fedelissimi spariscono, l’unità promessa si dissolve davanti alle telecamere. Non è solo una crisi politica: è una resa dei conti interna, crudele e senza filtri. Ogni parola pesa come una sentenza, ogni silenzio è un’accusa. La sinistra guarda il proprio riflesso e fatica a riconoscersi. E mentre fuori il Paese osserva, dentro il PD va in scena il momento più fragile della sua leadership. La domanda ora è una sola: è l’inizio della fine o solo il primo atto di una guerra più grande?|KF – NEW NEWS SPAPERUSA

DISASTRO SENZA PRECEDENTI NEL PD: SCHLEIN PERDE IL...

DISASTRO SENZA PRECEDENTI NEL PD: SCHLEIN PERDE IL CONTROLLO, IL NAZARENO DIVENTA UN CAMPO DI BATTAGLIA E LA SINISTRA ASSISTE AL SUO CROLLO IN DIRETTA. Nessuno si aspettava un crollo così rapido. Dentro il Nazareno l’aria è diventata irrespirabile: riunioni saltate, accuse incrociate, volti tesi e telefoni che squillano a vuoto. Elly Schlein prova a tenere il timone, ma il partito le scivola tra le mani. Le correnti si ribellano, i fedelissimi spariscono, l’unità promessa si dissolve davanti alle telecamere. Non è solo una crisi politica: è una resa dei conti interna, crudele e senza filtri. Ogni parola pesa come una sentenza, ogni silenzio è un’accusa. La sinistra guarda il proprio riflesso e fatica a riconoscersi. E mentre fuori il Paese osserva, dentro il PD va in scena il momento più fragile della sua leadership. La domanda ora è una sola: è l’inizio della fine o solo il primo atto di una guerra più grande?|KF

Nessuno si aspettava un crollo così rapido.

Dentro il Nazareno l’aria è diventata irrespirabile.

Riunioni saltate, accuse incrociate, volti tesi e telefoni che squillano a vuoto.

Elly Schlein prova a tenere il timone, ma il partito le scivola tra le mani.

Le correnti si ribellano, i fedelissimi spariscono, l’unità promessa si dissolve davanti alle telecamere.

Non è solo una crisi politica, è una resa dei conti interna, crudele e senza filtri.

Ogni parola pesa come una sentenza, ogni silenzio è un’accusa.

La sinistra guarda il proprio riflesso e fatica a riconoscersi.

E mentre fuori il Paese osserva, dentro il PD va in scena il momento più fragile della sua leadership.

La domanda ora è una sola.

Al Nazareno suona l'allarme e fra i Dem cresce la diffidenza: il Pd ormai è  un covo di vipere

È l’inizio della fine o solo il primo atto di una guerra più grande?

Il giorno in cui l’assemblea avrebbe dovuto rilanciare, il Nazareno ha mostrato tutte le sue crepe.

Gli ingressi affollati all’alba, i capigruppo che si parlano a mezzavoce, i collaboratori che corrono con fascicoli e tablet, ma la coreografia non nasconde il nervo.

Il partito è in apnea, respira a scatti, si ferma sugli ordini del giorno come su chiodi.

Elly Schlein sale sul palco con la ritualità del momento fondativo.

Il testo è lungo, studiato, calibrato per raccontare una visione.

Ma la platea non è una platea, è un condominio in assemblea permanente.

C’è chi ascolta, c’è chi scorre notifiche, c’è chi prende appunti solo per contarli.

La segretaria pronuncia la parola “unità” molte più volte di quante pronuncia la parola “vittoria”.

E la differenza non è semantica, è esistenziale.

Nel racconto della giornata, Giorgia Meloni è il filo rosso.

Otto citazioni, otto chiamate in causa, otto bersagli.

È come se la battaglia fosse già altrove, come se Palazzo Chigi fosse l’unico orizzonte possibile.

Ma dentro la sala, l’elefante invisibile ha un altro nome.

Giuseppe Conte non c’è nei passaggi chiave, non c’è nel quadro della coalizione, non c’è nella conta delle alleanze.

Il giorno prima aveva gelato il PD con un “noi non siamo alleati di nessuno”.

Eppure nel discorso scompare.

La platea più smaliziata sorride di lato, perché sa che ignorare un problema non lo dissolve, lo rinforza.

I passaggi sul governo sono duri, e colpiscono dove fa male.

Produzione industriale in calo, sanità pubblica in sofferenza, scuola invisibile, ricerca dimenticata, casa fuori dal radar.

Le bollette pesano, i prezzi del carrello lievitano, le spese militari crescono.

La metafora del supermercato è un’immagine potente.

Invitare la premier a fare la spesa, a scegliere, a rimettere sugli scaffali ciò che non si può permettere.

È una scena quasi cinematografica, che in altri tempi avrebbe scaldato la sala.

Oggi, molti dirigenti guardano l’orologio.

La platea applaude quando le accise tornano come fantasma televisivo, quando il video al benzinaio viene evocato come prova di incoerenza.

“Campionessa di incoerenza”, dice Schlein.

La domanda “Chi pensa di prendere in giro?” rimbalza sulle pareti e raccoglie applausi educati, non furenti.

La differenza si sente nelle mani, più “dovere” che convinzione.

Poi il discorso piega sul partito.

Schlein rivendica una comunità larga, aperta, plurale.

Spiega che nel PD si litiga perché si vive, che il caos è democrazia, che la confusione è pluralismo.

In teoria, suona come un manifesto inclusivo.

In pratica, diventa la confessione che il partito non decide.

“Pluralismo non significa galleggiare”, avverte la segretaria.

“Ascoltare tutti e poi decidere.”

Il problema è quel “poi”.

Il “poi” che non arriva mai.

Nel frattempo la minoranza certifica il divorzio.

Una parte resta, una parte rientra, una parte annuncia che la leadership è accettata “a tempo”.

La coabitazione forzata comincia con “proviamoci” e spesso finisce con “te l’avevo detto”.

Chi esce non tace, chi resta non si allinea.

Nel corridoio laterale, un dirigente mormora che il PD “parla tanto e incide poco”.

Nel salotto tv del pomeriggio, un altro confessa che “il profilo di governo è ancora sfocato”.

Il Nazareno non esplode con sedie e urla.

Fa qualcosa di peggio.

Mugugna.

E nel PD, il mugugno è sempre stato il vero segnale di crisi.

La chiusura del discorso è un classico.

Il viaggio di ascolto, da gennaio, per raccogliere idee e proposte, per costruire il programma della coalizione.

Ascolto, ancora ascolto, ancora percorso.

La parola “percorso” ha preso il posto della parola “decisione”.

I numeri, nel frattempo, vengono esibiti come prova.

“Da quando sono segretaria, il PD cresce, le divisioni sono finite, la maggioranza è più larga.”

La frase scivola sulla realtà come acqua su vetro.

Il Nazareno non sembra pacificato.

La sala si svuota lentamente, con quella lentezza che somiglia all’imbarazzo.

Non c’è rottura plateale, c’è qualcosa di più sottile e più corrosivo.

L’incertezza.

La sensazione che il problema non sia cosa ha detto Schlein, ma chi non l’ha ascoltata.

Chi non l’ha votata ieri, e chi l’ha votata e oggi non sa cosa farsene.

Fuori dalla sala, la stampa raccoglie frasi in controluce.

C’è chi sussurra “commissariamento di fatto”, c’è chi parla di “partito a camere separate”, c’è chi evoca ironicamente il “Nazareno come condominio”.

Nelle stanze laterali, gli staff cercano di domare la narrazione.

La segretaria parla al Paese, insistono.

La segretaria alza il profilo dell’opposizione.

La segretaria unisce, anche quando divide.

Ma la cronaca è ostinata.

Le correnti non sono un’astrazione, sono organizzazioni con uomini, territori, pacchetti di preferenze.

Le correnti si spostano solo quando hanno una direzione da seguire.

Se la direzione non c’è, restano ferme e fanno muro.

Il nodo politico è brutale e semplice.

Schlein ha scelto di sfidare Meloni più che di convincere il PD.

È una scommessa suggestiva, ma costosa.

Perché senza un partito compatto, la sfida fuori rischia di diventare retorica.

E senza un disegno di governo riconoscibile, la critica al governo appare come esercizio.

Il famoso “piano casa” evocato come fallimento con “zero euro in manovra” è un colpo efficace.

Ma il PD, sul tema, non mostra la propria architettura.

La sanità “pubblica e universale” viene rivendicata, ma non si vedono gli strumenti.

Il lavoro “di qualità” viene pronunciato, ma non si vedono le leve.

La casa “come diritto” viene difesa, ma non si vedono i cantieri amministrativi.

Il partito chiede al governo di entrare nel supermercato.

Il Paese chiede al PD di entrare negli uffici tecnici.

L’assemblea registra un’altra assenza che pesa.

Il rapporto con i 5 Stelle.

Ignorare Conte è un gesto politico.

Ma la coalizione reale non si costruisce per sottrazione.

Si costruisce per contratti, per contenuti, per priorità concordate.

Se il PD non dà la forma a quel contratto, il contratto lo farà qualcun altro.

Il Nazareno, quel giorno, è soprattutto uno specchio.

Riflette un partito che ha paura di dire “noi” senza aggiungere un aggettivo.

Riflette una base che vuole opposizione ma chiede anche un “come”.

Riflette un vertice che parla al Paese mentre la casa brucia a fiamma lenta.

Il campo largo esiste nelle parole, non nelle stanze.

Le parole “pluralismo” e “unità” si inseguono come gemelle stanche.

La parola “potere” resta tabù.

Eppure, la politica è esattamente questo.

Costruire il potere per cambiare la realtà.

Se il potere non si costruisce, la realtà non cambia.

Nel frattempo, l’eco di Atreju entra come un rumore di fondo.

La premier gioca a difendere la sua riforma simbolo, la leadership mostra i muscoli e le crepe.

Il PD guarda, critica, punge.

Ma la domanda che resta appesa al soffitto del Nazareno è un’altra.

Chi segue davvero Schlein?

Nel weekend, i quotidiani titolano “catastrofe al Nazareno”.

È una parola forte, talvolta abusata.

Ma la sostanza, quel giorno, ha avuto i tratti della catastrofe lenta.

Non la frana che travolge, la crepa che si allarga.

Le dimissioni minacciate, i rientri tattici, le fedeltà condizionate.

Il partito non è imploso.

È rimasto in piedi.

Ma si vedono le linee, come sulle pareti quando scende l’umidità.

Il rischio più serio è invisibile.

Non la scissione, la diserzione.

Il militante che smette di crederci, il dirigente che smette di investire energie, il sindaco che smette di attendere segnali.

Il PD ha passato dieci anni a promettere il futuro.

Ha inciampato sempre nel presente.

La leadership di Schlein era nata per invertire la curva.

Oggi combatte per non diventare un’altra curva discendente.

La segretaria ha talento nel racconto, ha chiarezza nella denuncia, ha un profilo identitario che mobilita.

Le manca la macchina.

La macchina che trasforma un discorso in un atto, un atto in una riforma, una riforma in una vita cambiata.

Nel finale, la metafora più onesta è quella che non si pronuncia.

Il PD è un cantiere aperto senza capocantiere.

Gli attrezzi ci sono, i materiali esistono, gli operai discutono.

Manca il disegno esecutivo.

Senza disegno, ogni martellata è rumore.

Il Nazareno chiude le porte la sera con la sensazione di aver vissuto un passaggio storico al contrario.

Non una fondazione, una confessione.

La sinistra l’ha vista, l’ha registrata, l’ha sofferta.

Il Paese ha guardato.

Qualcuno ha sorriso.

Qualcuno ha alzato le spalle.

Qualcuno ha pensato che la politica, così, non tornerà a prendersi cura di ciò che conta.

La risposta alla domanda iniziale — fine o primo atto — non è scritta.

Dipende dalla scelta che verrà nelle prossime settimane.

Se Schlein decidesse di convincere prima il suo partito e poi il Paese, cambierebbe il ritmo.

Se il PD decidesse di discutere meno e decidere di più, cambierebbe il tono.

Se la coalizione venisse trattata come architettura e non come hashtag, cambierebbe la sostanza.

Per ora, resta il fotogramma che nessuno voleva.

Il Nazareno come campo di battaglia.

La segretaria come bersaglio e scudo.

Le correnti come eserciti.

La sinistra come spettatrice di sé stessa.

E una leadership che, nel momento più fragile, ha scoperto di essere sola nella stanza, con la parola “unità” ripetuta a vuoto e la parola “potere” lasciata fuori dalla porta.

⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️

Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]

Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.

Related Articles

News 7 tháng ago

SCANDALO REFERENDUM: UN NUMERO CAMBIA TUTTO, L’ANM FINISCE SOTTO ACCUSA PER PUBBLICITÀ FALSA, I DOCUMENTI EMERGONO, LE SMENTITE TARDANO E IL SILENZIO DIVENTA ASSORDANTE. CHI HA DECISO COSA RACCONTARE AI CITTADINI? Un solo numero può cambiare un referendum. E quando cambia, il silenzio diventa un fatto politico. Nel caso ANM, non emergono slogan né accuse urlate, ma documenti ufficiali, messaggi pubblicitari e dati che non coincidono più. Le comunicazioni diffuse prima del voto raccontano una versione. I numeri verificabili, consultabili oggi, ne suggeriscono un’altra. Le smentite arrivano tardi, spesso indirette. Nessuna ricostruzione completa. Nessuna spiegazione lineare su come un’informazione centrale abbia potuto circolare senza correzioni tempestive. I documenti esistono. Le date anche. Quello che manca è una responsabilità chiara. Nel frattempo, il dibattito si spegne, i fascicoli si chiudono e l’attenzione pubblica scivola altrove. La domanda resta sospesa, semplice e scomoda: chi ha deciso cosa raccontare ai cittadini — e perché?

A volte la politica non cambia direzione per un discorso, ma per un numero. Non…

News 7 tháng ago

SCENA SURREALE: MELONI INCALZA, FRATOIANNI VACILLA E SI CONTRADDICE, LE FRASI SI SPEZZANO, LO STUDIO SI CONGELA E LA CONFUSIONE TOTALE DIVENTA IL SIMBOLO DI UN’OPPOSIZIONE ALLO SBANDO (KF) Non è stato uno scontro urlato, né un attacco frontale. È stato un susseguirsi di frasi interrotte, risposte deviate, sguardi bassi. Mentre Meloni incalzava con domande precise, Fratoianni cambiava linea, si correggeva, tornava indietro. Nessuna accusa esplicita. Solo dati, richiami, passaggi già noti. Lo studio si è fermato. Non per il rumore, ma per il vuoto. Ogni tentativo di recupero sembrava allargare la crepa. Non una gaffe isolata, ma una sequenza. Non un errore, ma un modello. Quando le parole si spezzano e le spiegazioni non arrivano, resta il silenzio. E il silenzio, in politica, pesa…

Non è il volume a rendere memorabile un confronto politico, ma il momento esatto in…

News 7 tháng ago

ALLE “POLITICHE” AL SILENZIO: SALIS PARLA DI POLITICHE, PORRO RISPONDE CON UNA FRASE SECCA, BLOCCA IL CONFRONTO E COSTRINGE TUTTI A FERMARSI DAVANTI A UNA DOMANDA IMBARAZZANTE. (KF) Si parla di politiche, di linee guida, di principi astratti. Il discorso procede su binari prevedibili, finché una frase breve interrompe il flusso. Non è un’argomentazione lunga, né una spiegazione articolata. È una risposta secca, che cambia il ritmo e costringe tutti a fermarsi. Nel confronto tra Salis e Porro, il punto non diventa ciò che viene detto, ma ciò che improvvisamente non viene più sviluppato. Le parole sulle “politiche” restano senza seguito. Il dibattito perde continuità. Nessuno rilancia davvero. Lo studio prende tempo. Non c’è uno scontro frontale, né una conclusione netta. C’è piuttosto una sospensione, un vuoto che emerge quando la retorica incontra una domanda implicita sul lavoro, sulla concretezza, sulle responsabilità reali

Ci sono dibattiti pubblici che non esplodono, ma si sgonfiano. Non per mancanza di tema,…

News 7 tháng ago

QUANDO L’ACCUSA SI SVUOTA: SCHLEIN SPINGE SUL TEMA DELLE LIBERTÀ, MELONI RISPONDE CON UNA SOLA DOMANDA E COSTRINGE IL PD A RALLENTARE, SENZA PIÙ APPELLI O CONTRO-ARGOMENTI (KF) L’accusa viene lanciata con forza, ma senza coordinate precise. Il tema delle libertà entra nel dibattito come un concetto ampio, evocato più che dimostrato. Poi arriva una sola domanda, semplice e diretta, che cambia il ritmo della scena. Da quel momento, il confronto rallenta. Le affermazioni restano sospese, alcune non vengono più sviluppate, altre si dissolvono nel silenzio. Non c’è uno scontro frontale, ma una perdita progressiva di spinta narrativa. Il discorso si svuota mentre lo studio attende una replica che non arriva. Non è una questione di vittoria politica, ma di metodo. Quando un’accusa così ampia non trova riscontri immediati, il problema non è la risposta. La domanda diventa un’altra: quanto pesa oggi un’accusa se non è accompagnata da prove verificabili?

Ci sono parole che in politica funzionano come sirene. Le senti, ti voltano la testa,…

News 7 tháng ago

ACCUSE PESANTI, STUDIO TESO: CACCIARI PARLA DI DISASTRO CULTURALE CONTRO MELONI, MA UNA RISPOSTA CALMA E TAGLIENTE BLOCCA IL DIBATTITO E APRE UNA DOMANDA CHE RESTA SOSPESA (KF) Le parole arrivano pesanti, senza esitazioni: “disastro culturale”. In studio la tensione è immediata. L’accusa di Cacciari contro Giorgia Meloni non nasce da un dato preciso, ma da una valutazione ampia, quasi definitiva. Poi arriva la risposta. Niente toni alti. Nessuna contro-accusa. Solo una replica misurata, che riporta il discorso su contesto, responsabilità e confini reali del potere politico. Il dibattito rallenta. Alcune affermazioni restano senza seguito. Altre non vengono più approfondite. Non c’è un vincitore dichiarato, ma il clima cambia. Lo studio si raffredda. La narrazione iniziale perde compattezza. Non è uno scontro ideologico esplosivo, ma un momento di frattura silenziosa: tra slogan e analisi, tra giudizi assoluti e fatti parziali. La domanda che rimane non riguarda chi abbia ragione, ma altro: quando un’accusa così grave viene pronunciata, chi decide quali elementi meritano davvero di essere verificati?

Ci sono confronti televisivi che sembrano dibattiti, e altri che somigliano a una radiografia. Non…

News 7 tháng ago

LA7 SI BLOCCA IN DIRETTA: GRUBER AFFONDA SU MELONI, MIELI NON URLA, NON DIFENDE A PAROLE, MA CON I FATTI SMONTA TUTTO E TRASFORMA L’ATTACCO IN UN MOMENTO DI IMBARAZZO COLLETTIVO (KF) In studio l’attacco è diretto. La risposta, invece, arriva da dove pochi se l’aspettavano. Durante il confronto su La7, l’intervento di Gruber contro Giorgia Meloni segue uno schema già visto: toni duri, domande incalzanti, cornice narrativa chiusa. Ma è la reazione successiva a cambiare l’equilibrio. Paolo Mieli non alza la voce, non ribalta il tavolo. Introduce contesto, memoria storica, proporzioni. E improvvisamente il ritmo si spezza. Non c’è uno scontro urlato, ma una dissonanza evidente: da una parte l’attacco, dall’altra l’analisi. Le affermazioni restano sospese, alcune ricostruzioni appaiono incomplete, certi passaggi non vengono più ripresi. Lo studio si raffredda. La trasmissione va avanti. Non è una questione di vincitori dichiarati, ma di asimmetria narrativa. La domanda che resta è semplice: quando la difesa nasce dai fatti e non dagli slogan, chi decide cosa il pubblico deve davvero ricordare?

Certe sere televisive non fanno notizia per ciò che “rivelano”, ma per ciò che interrompono.…

News 7 tháng ago

All’inizio c’è un numero chiaro: 168 milioni di euro, registrati, approvati, normalizzati nei bilanci dello Stato. Alla fine, un altro numero, quasi irreale: 1 euro. In mezzo, non uno scandalo rumoroso, ma anni di silenzio amministrativo. (KF) Il dossier sull’Air Force dell’era Renzi non racconta un singolo atto clamoroso. Racconta una lenta evaporazione di valore, certificata da documenti ufficiali e procedure che oggi pochi sembrano voler rileggere. Le date esistono. Le firme anche. Ma la logica si interrompe. Nessuna responsabilità indicata in modo netto. Nessuna spiegazione pubblica capace di chiarire come un bene dello Stato possa trasformarsi così senza generare un vero dibattito. Nel frattempo, l’attenzione si sposta altrove. I fascicoli vengono archiviati. Il tempo copre tutto. Resta una domanda sospesa: chi trae vantaggio dal non spiegare? E perché questa storia riemerge solo quando sembra ormai troppo tardi?

C’è una storia italiana che non ha bisogno di effetti speciali, perché i numeri bastano…

News 7 tháng ago

UNA SOLA PAROLA, IL VUOTO ASSOLUTO: BASTA UNA FRASE DI CERNO CONTRO BENIFEI PER ZITTIRE TUTTI. SILENZIO PESANTE, SGUARDI BASSI E IMBARAZZO CHE ESPLODE IN DIRETTA TV. (KF) Un attimo che gela lo studio e smaschera tutti. Una sola parola di Cerno basta a far crollare il dibattito e lasciare Benifei senza replica. In diretta, cala un silenzio imbarazzante: sguardi bassi, frasi che non arrivano, nervi scoperti. Nessuno riesce a rispondere, nessuno prende le distanze. È il momento in cui la televisione smette di essere spettacolo e diventa confessione involontaria. Quando mancano le parole, resta solo il vuoto. E quel vuoto parla più di mille discorsi

Ci sono dirette televisive che passano e si dimenticano, e poi ci sono dirette che…

News 7 tháng ago

DOMANDE VIETATE E VERITÀ SCOMODE: VANNACCI SMONTA LA NARRAZIONE DI MEDIASET, MENTRE BERLUSCONI FA UN PASSO INDIETRO – ECCO COSA STANNO DAVVERO NASCONDENDO. (KF) Domande che nessuno osa fare, verità che fanno paura. Vannacci rompe il silenzio, smonta pezzo dopo pezzo la narrazione di Mediaset e porta alla luce contraddizioni esplosive. Mentre le accuse si fanno più pesanti, Berlusconi sceglie di fare un passo indietro, evitando il confronto diretto. Un’assenza che pesa come un’ammissione. Cosa c’è davvero dietro questo muro di silenzio? Quando le risposte mancano, i sospetti crescono. E lo scandalo non fa che allargarsi, davanti a un pubblico sempre più incredulo

Il “caso Vannacci” è tornato a occupare il centro della scena, ma stavolta non per…

News 7 tháng ago

93 MILIARDI DI CONTRO-DAZI, LA SFIDA A TRUMP È STATA LANCIATA: L’EUROPA SI STRINGE CON MELONI E MANDA UN SEGNALE DURO A WASHINGTON, TRA TENSIONI ECONOMICHE E SCENARI CHE FANNO PAURA AI MERCATI. (KF) Una mossa che cambia il gioco e fa tremare i mercati. Con 93 miliardi di contro-dazi, l’Europa si compatta attorno a Meloni e lancia una sfida diretta agli USA di Trump. Non è solo commercio: è potere, strategia e pressione politica. A Washington arriva un segnale duro, mentre borse e imprese temono l’effetto domino. Guerra commerciale o negoziato forzato? Quando le cifre diventano armi, ogni scelta può avere conseguenze globali. E questa partita è appena iniziata

Una cifra, da sola, non fa una strategia, ma può cambiarne la percezione. Nelle cancellerie…