Ci sono clip che nascono per “spiegare una notizia” e finiscono per raccontare soprattutto lo stato emotivo della politica italiana.

Quella che circola in queste ore sul Venezuela, con un conduttore che incalza Elly Schlein e Giuseppe Conte per aver evocato la Costituzione, è un esempio perfetto di questo cortocircuito.

Prima ancora di discutere il merito, però, serve un punto fermo di igiene informativa.

La premessa del racconto, così come viene recitata nel video, contiene elementi dirompenti e non verificati in questa sede, e viene presentata con un tono da annuncio bellico più che da cronaca.

Quando un contenuto parte da un “evento enorme” e lo usa come trampolino per demolire un avversario interno, spesso l’obiettivo non è informare ma orientare.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante, perché il centro non è Caracas, è Roma.

Non è Maduro, è la fragilità del linguaggio politico in diretta.

La scena, nella ricostruzione, è semplice e per questo efficace.

Bão táp trên tờ La Russa. Schlein chỉ trích: "Đừng động vào Hiến pháp" - la Repubblica

Si pone una domanda di politica estera e si ottiene una risposta che richiama la Costituzione italiana, in particolare il ripudio della guerra.

Il commentatore non contesta solo l’opinione, contesta il “cambio di terreno”, e lo fa con una martellata retorica: “che cosa c’entra la Costituzione”.

Da lì in poi, più che un dibattito, il video costruisce un processo sommario alla credibilità del Partito Democratico.

La tecnica è vecchia quanto la TV: non si discute la tesi, si ridicolizza la cornice.

Se riesci a far apparire la cornice come automatica, rituale, “da copione”, l’avversario diventa prevedibile e quindi vulnerabile.

In questo caso, la cornice attaccata è l’uso della Costituzione come bussola morale in qualsiasi tema, anche quando il tema sembra riguardare altri Stati.

L’accusa implicita è che la Costituzione venga agitata come talismano, non come riferimento pertinente.

E l’accusa esplicita, ripetuta con insistenza, è che dietro quel richiamo ci sia un messaggio subliminale: “il governo è complice” oppure “il governo è anti-costituzionale”.

È un’imputazione pesante, perché sposta lo scontro dal piano delle decisioni al piano della legittimità.

Quando dici a un elettore che una scelta è sbagliata, stai chiedendo un giudizio politico.

Quando suggerisci che una scelta sia “contro la Costituzione”, stai chiedendo un giudizio morale e quasi identitario.

Il problema, per chi fa opposizione, è che questo registro funziona solo se appare credibile e proporzionato.

Se diventa una reazione riflessa, si trasforma in caricatura.

Ed è esattamente su questa trasformazione che il video insiste con ferocia, citando esempi, facendo teatro, imitando, deridendo.

Nel racconto, Schlein viene dipinta come qualcuno che non risponde alla domanda “che cosa succede in Venezuela”, ma usa la domanda per tornare a un tema domestico: il pericolo di guerra, la legalità internazionale, la postura etica.

Qui conviene separare due piani che il video mescola apposta.

Sul piano logico, non è assurdo che un leader italiano richiami i principi costituzionali quando commenta un’azione militare altrui.

La politica estera non è un talk di geopolitica astratta, è anche un modo per dire come l’Italia intende stare nel mondo.

Richiamare l’articolo 11 e il ripudio della guerra può essere un modo per segnalare una linea: noi non legittimiamo la forza come scorciatoia.

Sul piano comunicativo, però, una cosa può essere legittima e al tempo stesso risultare inefficace.

Perché l’elettore medio non valuta la coerenza dottrinale, valuta se gli stai rispondendo.

E se la domanda è “che giudizio dai su un fatto X”, ma tu apri una parentesi solenne su principi generali, rischi di sembrare elusivo.

Il video sfrutta proprio questa sensazione: non rispondono, predicano.

Poi c’è il secondo livello, quello più sottile e più cattivo.

Il commentatore non si limita a dire “fuori tema”, ma costruisce una teoria: la Costituzione viene evocata come arma psicologica per far passare l’idea che il governo voglia “instaurare un regime”.

È una lettura polemica, ma ha un punto di contatto con un problema reale della politica italiana: l’inflazione delle parole grandi.

“Costituzione”, “democrazia”, “regime”, “fascismo”, “autoritarismo” sono termini che hanno un peso enorme e andrebbero usati con disciplina.

Quando diventano parole di routine, perdono forza e generano fastidio.

E il fastidio, in TV, è micidiale, perché diventa un riflesso: “eccoci di nuovo”.

Il terzo livello della scena è la costruzione del bersaglio collettivo.

Hành động quân sự của #Trump ở #Venezuela cấu thành hành vi xâm lược một quốc gia có chủ quyền, vi phạm trắng trợn luật pháp quốc tế. Hiến pháp của chúng ta rất rõ ràng: nó bác bỏ chiến tranh như một phương tiện giải quyết tranh chấp.

Non c’è solo Schlein, nel video compaiono “Landini”, “Montanari”, il “Nazareno”, come se esistesse un’unica congrega che ripete sempre lo stesso schema.

È una generalizzazione voluta, perché rende l’attacco più semplice da consumare.

Se trasformi un partito in una maschera, non devi più seguire i dettagli, devi solo riconoscere il personaggio.

A quel punto il contenuto sulla politica estera diventa un pretesto.

Il vero prodotto venduto allo spettatore è la sensazione di smascheramento: “vedete, parlano sempre così”.

In mezzo a questo gioco, però, resta una questione seria: il rapporto tra diritto internazionale e giudizi politici.

Nel testo citato nel video, Schlein condanna il regime di Maduro ma sostiene che violazioni dei diritti umani non giustificano altre violazioni, e richiama la Carta ONU.

Questo tipo di posizione, nella storia della sinistra europea, è abbastanza standard: condannare il dittatore senza legittimare l’intervento armato.

È una linea criticabile, ma non è automaticamente ridicola.

Il video, invece, la tratta come se fosse prova di incompetenza e di automatismo ideologico.

Qui la differenza la fa la regia.

In un talk sobrio, quel ragionamento potrebbe essere discusso con domande precise: quali alternative, quali strumenti, quale diplomazia, quali sanzioni, quale tutela dei connazionali.

Nella clip, invece, l’obiettivo è far suonare ogni frase come fuga dalla realtà.

E infatti arriva l’altro bersaglio, quasi comico: la citazione di un connazionale detenuto.

Il commentatore la ridicolizza dicendo che non c’entra, e aggiunge che anzi ora sarebbe “più al sicuro”.

Questa parte, oltre a essere discutibile sul piano fattuale, mostra un meccanismo tipico della polemica.

Se vuoi dipingere l’avversario come sconnesso, prendi un dettaglio umanitario e lo trasformi in segno di confusione.

Ma in politica estera, citare cittadini detenuti o a rischio è spesso normale, perché serve a ricordare che le crisi non sono solo geopolitica, sono vite.

Il punto, ancora una volta, non è se sia lecito, ma se regga in una comunicazione compressa e ostile.

Quando lo spazio è ostile e il tempo è poco, il discorso “ampio” diventa bersaglio facile.

Ed è qui che si apre la ferita per il PD: la difficoltà cronica a scegliere un registro televisivo che non suoni né professorale né moralista.

La leadership di Schlein paga spesso questo prezzo, soprattutto quando prova a tenere insieme due pubblici diversi.

Da un lato un elettorato militante che chiede principi chiari e parole nette.

Dall’altro un elettorato più largo che chiede concretezza, sintesi e pertinenza.

Quando la risposta scivola troppo verso il primo pubblico, il secondo percepisce distanza.

E in un’epoca di clip, la distanza si trasforma in meme.

Il video, infatti, è costruito come una macchina per produrre meme: la Costituzione tirata fuori “ogni due frasi”, i paragoni improbabili, la ripetizione del “che cosa c’entra”.

Ripetere è una tecnica aggressiva ma efficace, perché inchioda l’avversario in un’unica immagine.

Se quella immagine attecchisce, non importa più cosa tu abbia detto dopo.

La domanda allora diventa politica, non mediatica: che cosa dovrebbe fare un’opposizione quando commenta crisi internazionali in un clima polarizzato.

Se insegui il frame del governo, sembri subalterno.

Se parli solo di valori, sembri fuori dal mondo.

La via d’uscita richiede una disciplina che la politica italiana pratica poco: rispondere prima sul fatto e poi sulla cornice.

Prima dire “questo è il giudizio sull’azione e sulle sue conseguenze”, e solo dopo dire “questo è il principio che lo guida”.

Nelle clip, invece, spesso accade l’opposto: si parte dal principio perché dà autorevolezza, ma si perde l’aggancio.

Ed è lì che nasce “il caos” di cui parla il titolo.

Non un caos reale in studio, ma un caos percettivo nello spettatore: mi stai rispondendo o mi stai educando.

Quando lo spettatore sente educazione invece di risposta, si chiude.

E quando si chiude, è pronto ad applaudire chi ridicolizza l’educazione, anche se la ridicolizzazione è scorretta o grossolana.

Questa è la trappola del momento: una politica che, sotto stress, diventa o predica o insulto.

Il video sfrutta questa trappola per una sentenza finale: “non ci siamo proprio”.

È la frase che sostituisce l’argomentazione con il verdetto.

E il verdetto, in tempi di sfiducia, è un prodotto molto richiesto.

Il rischio, però, è che un Paese che consuma solo verdetti smetta di capire i problemi.

Perché diritto internazionale, sovranità, tutela dei connazionali, strumenti multilaterali e limiti dell’uso della forza non sono slogan, sono nodi complessi.

Se li riduci a “Costituzione sì o no”, trasformi la politica estera in tifo domestico.

E quando la politica estera diventa tifo, prima o poi presenta il conto.

Questa clip, al netto delle forzature e delle provocazioni, mette davvero a nudo un imbarazzo del PD: la fatica di parlare a un pubblico che diffida dei sermoni e chiede frasi che “c’entrino”.

Non è un problema di avere o non avere valori, è un problema di farli suonare come bussola e non come alibi.

Finché la sinistra non troverà questo equilibrio, ogni richiamo alla Costituzione rischierà di sembrare una fuga, e ogni fuga diventerà materiale perfetto per chi vive di demolizione.

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