Ci sono momenti televisivi in cui non serve un urlo per far calare il gelo.

Basta un cambio di tono, un silenzio leggermente più lungo del normale, una correzione fatta con calma davanti alle telecamere.

È in quei passaggi che la politica smette di recitare e inizia, suo malgrado, a fare i conti con la realtà.

La scena raccontata nelle ultime ore, con Elly Schlein convinta di guidare il dibattito e Paolo Mieli che interviene come un professore deciso a correggere una tesi piena di forzature, si regge su un meccanismo antico quanto il potere: la differenza tra narrazione e credibilità.

In studio, secondo la ricostruzione che circola, Schlein entra in campo con la sicurezza di chi parla in un ambiente percepito come amico.

Il registro è quello tipico di una leader d’opposizione che vuole apparire pronta a governare: denuncia sociale, promessa di riscatto, e soprattutto un messaggio chiaro al pubblico.

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Il messaggio è che il governo è nervoso, che la premier è sotto pressione, e che l’opposizione sta finalmente trovando la formula per diventare alternativa.

Fin qui nulla di sorprendente, perché ogni opposizione prova a raccontare la maggioranza come logorata e se stessa come in ascesa.

La scelta più rischiosa, però, arriva quando la politica decide di appoggiarsi ai numeri per rendere “oggettiva” una sensazione.

Quando un leader dice “siamo passati dal punto A al punto B”, non sta solo descrivendo un trend, sta chiedendo fiducia su una misura verificabile.

E se la misura vacilla, vacilla tutto il resto, anche le parti del discorso che potrebbero essere fondate.

Schlein, nella narrazione proposta, mette sul tavolo una crescita robusta del Partito Democratico e la presenta come prova di un cambio di fase.

Non è soltanto una rivendicazione interna, è un messaggio esterno: “siamo tornati centrali, quindi potete scommettere su di noi”.

In quel momento entra in gioco Mieli, ed è qui che lo studio “si congela”, perché la sua autorevolezza non deriva dal ruolo di opinionista partigiano, ma dalla postura dello storico-giornalista che pretende coerenza e memoria.

La sua forza, in televisione, non è l’aggressività, ma l’aria di chi non sta facendo una polemica, sta facendo una verifica.

È un tipo di intervento che può essere molto più umiliante di una litigata, perché non ti attacca come nemico, ti corregge come allievo.

La correzione, sempre secondo questa ricostruzione, si muove su due livelli che in diretta sono letali.

Il primo livello è quello del dato: il “quanto” e il “da dove”.

Il secondo livello è quello del contesto: il “perché” e il “con chi”.

Sui numeri, Mieli avrebbe contestato la spettacolarizzazione della crescita, ridimensionando il punto di partenza e ridimensionando il punto di arrivo.

Questo è il tipo di affondo che non ti lascia molte vie d’uscita, perché se rispondi che “i dati sono pubblici” ti esponi a una controreplica altrettanto semplice: “appunto, allora perché li racconti così”.

E se provi a spostarti sulle “tendenze”, ti trovi accusato di fare politica con la suggestione invece che con la misura.

In sostanza, la critica non è “state andando male”, ma “state raccontando una storia più grande della vostra forza reale”.

La parola chiave diventa propaganda, non nel senso di menzogna totale, ma nel senso di gonfiatura narrativa.

E in un paese stanco, la gonfiatura viene percepita come un insulto, perché somiglia alla pubblicità di un prodotto che promette miracoli e poi consegna un manuale di istruzioni in corpo otto.

Ma la parte più interessante, e politicamente più dolorosa, non è la disputa su un paio di punti percentuali.

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È il modo in cui Mieli, nella scena descritta, usa la memoria storica e la logica delle alleanze per mettere Schlein davanti a un problema più grande: l’identità del campo largo.

Se l’opposizione si presenta come “unita”, deve chiarire chi guida e su cosa.

Se l’opposizione non chiarisce chi guida e su cosa, l’unità diventa una fotografia di gruppo, non un progetto di governo.

È qui che la memoria storica fa male, perché ricorda che molte coalizioni non crollano per mancanza di idee in assoluto, ma per mancanza di una gerarchia accettata.

Il punto, nella ricostruzione, è che Mieli non si limita a dire “attenzione alle ambiguità”.

Dice che l’ambiguità è strutturale, perché i potenziali alleati hanno incentivi diversi e, in alcuni casi, competitivi.

Quando poi chiami in causa la figura di Giuseppe Conte come possibile competitore interno, stai introducendo nel dibattito una dinamica di sospetto che la leader, in diretta, fatica a disinnescare senza apparire o ingenua o nervosa.

Se neghi, sembri non vedere l’ovvio.

Se ammetti, ammetti fragilità.

In quel punto, la televisione non chiede una risposta complessa, chiede un segnale di controllo.

E un segnale di controllo, nel racconto, Schlein non riesce a darlo, perché viene trascinata su un terreno dove la sua narrazione iniziale, tutta proiettata verso il futuro, deve fare i conti con una realtà presente fatta di rapporti di forza e appetiti politici.

L’effetto “umiliazione pubblica”, in questi casi, non nasce dal fatto che qualcuno venga insultato.

Nasce dal fatto che la persona colpita non trova più una frase breve che rimetta in piedi la propria architettura.

La narrazione si incrina, e ogni tentativo di rattoppo appare come un rattoppo.

Lo studio si immobilizza non perché tutti siano d’accordo con Mieli, ma perché tutti capiscono che il tema non è più Meloni.

Il tema è Schlein, e soprattutto è la distanza tra ciò che Schlein dice di essere e ciò che gli altri percepiscono che Schlein sia oggi.

In questa dinamica, la memoria storica funziona come una luce fredda.

Ti ricorda che i leader non vengono giudicati solo per la bontà delle intenzioni, ma per la solidità delle coalizioni che costruiscono e per la disciplina con cui tengono insieme messaggi e realtà.

Se un leader annuncia una crescita travolgente e un’unità granitica, ogni crepa viene ingrandita, perché il pubblico sente odore di autoinganno.

Ed è l’autoinganno, più ancora dell’errore, a distruggere la credibilità politica.

C’è poi un altro elemento, più sottile, che rende questa scena così potente nella percezione collettiva: il rapporto tra “mentore” e “allieva”.

Quando un avversario ti attacca, puoi sempre dire che lo fa per convenienza.

Quando uno che viene percepito come vicino ti corregge in pubblico, il colpo sembra più autentico, e quindi più efficace.

Non importa nemmeno che quel rapporto sia reale come lo dipinge la mitologia social.

Basta che sia credibile agli occhi dello spettatore, perché la televisione vive di ruoli più che di documenti.

In pratica, Mieli non appare come un nemico che “gode”, ma come qualcuno che “si dispiace” e proprio per questo punisce di più.

La punizione è: smetti di credere alla tua sceneggiatura, perché la sceneggiatura ti farà perdere.

A quel punto il dibattito cambia natura e diventa un confronto tra due linguaggi.

Da una parte c’è il linguaggio della mobilitazione, che serve a entusiasmare, a creare spirito di corpo, a far percepire un’ondata.

Dall’altra parte c’è il linguaggio della verificabilità, che serve a convincere chi non è già convinto e che, soprattutto, non perdona le esagerazioni.

Il problema del centrosinistra, oggi, è spesso questo: per motivare una base frammentata tende a usare toni da “svolta storica”, ma per conquistare il centro deve dimostrare solidità e precisione.

Quando i due registri si mescolano male, il risultato è un corto circuito.

Il corto circuito è che chi ti ascolta da fuori dice: se gonfi i numeri, gonfi anche le promesse.

E se gonfi le promesse, allora sei destinato a una delusione, quindi non sei affidabile come governo.

Questa è la ragione per cui una discussione apparentemente minuta sui sondaggi può diventare una frattura più grande.

Non riguarda il 21 o il 24 in sé.

Riguarda l’idea di serietà.

In Italia, “serietà” non significa freddezza, significa aderenza.

Aderenza tra parole e fatti, tra annuncio e capacità, tra ambizione e struttura.

Mieli, nella scena raccontata, usa anche la memoria politica recente come avvertimento: le coalizioni di facciata funzionano finché nessuno deve pagare il prezzo della scelta.

Quando però arriva il momento di decidere un leader, una linea di politica estera, una strategia economica, allora l’assenza di una sintesi esplode.

E l’elettorato italiano, per cultura e per esperienza, tende a punire l’incertezza, perché la legge come instabilità e l’instabilità come rischio sulla vita quotidiana.

In questo senso, l’“umiliazione” non è solo personale.

È un segnale politico: se l’opposizione vuole davvero diventare alternativa, deve accettare una disciplina più severa su ciò che dice e su come lo dice.

Deve imparare a distinguere tra ciò che galvanizza una piazza e ciò che convince un indeciso.

Deve anche risolvere, in anticipo, il nodo che Mieli avrebbe messo al centro: non si costruisce un fronte solo contro qualcuno.

Si costruisce un fronte per qualcosa, e quel qualcosa deve essere talmente chiaro da sopravvivere alle rivalità interne.

La televisione, però, aggiunge un ultimo ingrediente, quasi crudele.

Trasforma la fatica politica, che è lenta e contraddittoria, in una fotografia istantanea.

Se in quell’istantanea appari incerto, l’incertezza diventa etichetta.

Se in quell’istantanea non riesci a replicare, il silenzio diventa colpa.

E allora il racconto corre più veloce dei fatti, e il pubblico si porta a casa una frase, un’espressione, uno sguardo abbassato.

È così che un confronto può diventare, nella percezione, una “umiliazione pubblica”: non perché sia stata pronunciata una sentenza, ma perché la scena ha costruito un verdetto emotivo.

Alla fine, la lezione di questo episodio, al netto delle iperboli e dei toni da clip virale, è netta.

Quando la memoria storica entra in studio, la retorica deve essere più precisa, non più rumorosa.

Quando qualcuno ti contestualizza e ti verifica, devi avere una risposta che non sia solo “noi siamo il futuro”, ma “ecco come ci arriviamo, con chi, e con quali numeri reali”.

Perché altrimenti l’avversario, che oggi è il governo, non deve nemmeno combatterti.

Gli basta aspettare che tu cada nella tentazione più comune dell’opposizione: confondere l’auspicio con la realtà, e chiamare vittoria ciò che è ancora soltanto speranza.

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